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Caja Mágica e la nuova Davis: che la festa cominci!

A Madrid è tutto pronto per le Finali: 18 nazioni al via, compresa l'Italia, e tanta attesa. Il nuovo format convincerà anche i fautori della tradizione contrari alla rivoluzione? Tra i favorevoli Nadal e Djokovic

di Angelo Mancuso - da Madrid | 16 novembre 2019

Ritrovarsi alla Caja Magica di Madrid con giocatori e colleghi di 18 Paesi è un’esperienza interessante, diversa. E molto stimolante. Qui è tutto pronto, compresi i tre stadi che saranno teatro delle sfide: Centre Court, Stadium 2 e Stadium 3. E' finito il tempo delle polemiche tra il partito dei contrari e quello dei favorevoli. Secondo i puristi il 16 agosto 2018 verrà ricordato come il giorno della morte della Coppa Davis, 118 anni dopo la sua nascita: Mr. Dwight Davis si starà girando nella tomba, incredulo. Però, diciamocela tutta: erano anni che in tanti, quasi tutti, sottolineavamo che era obsoleta, che non rispecchiava più i tempi. Che i campioni la disertavano e qui, invece, Nadal e Djokovic, rispettivamente numero uno e del mondo, ci sono eccome. E allora perché considerare in partenza una catastrofe la vittoria dei riformatori, con in testa il presidente dell'ITF David Haggerty, che la rivoluzione l'ha fortemente voluta insieme insieme al gruppo Kosmos, presieduto, tra gli altri, dal calciatore del Barcellona Gerard Piqué.

IL NUOVO FORMAT

Certo, viene meno il fascino della sfide in casa o fuori, ma l'atmosfera che si respira alla Caja Magica è di grande attesa: si deciderà tutto in una settimana e sarà una sorta di campionato del mondo al quale le varie nazioni si sono qualificate tramite dei preliminari giocati a febbraio. Nella fase finale sono previsti sei gironi da tre squadre: saranno promosse ai quarti le prime classificate e le due migliori seconde. Ogni incontro si disputerà al meglio dei tre set (due singoli e un doppio) con tiebreak. Una sconfitta per 3-0 non darà nessun punto alla squadra perdente, ma con un set vinto e un ipotetico risultato di 2-1, la perdente avrà comunque un punto. Questo manterrà alto il livello agonistico per tutto il torneo, limitando il numero di partite noiose o dall'esito scontato e ininfluente. Il montepremi sarà ricchissimo e non è un particolare da poco. I giocatori della nazionale vincitrice si divideranno 2,1 milioni di euro. Alla finalista andranno un milione e mezzo di euro. La partecipazione alla sola fase a gironi garantirà inoltre a ciascuna nazionale circa mezzo milione di euro. Niente male. Ed è inutile e stucchevole speculare sulla potenza dei soldi e delle tv che spingono per eventi brevi e più facilmente commercializzabili. Lo sport è anche business e il mondo va avanti.

Italgas è team sponsor della nazionale italiana di Coppa Davis

SFIDE EPICHE E NUOVI ORIZZONTI

I tre set su cinque restano il baluardo degli Slam, anche se c'è chi, leggi Djokovic, non uno qualunque, è pronto a metterli in discussione pure lì. Di sicuro nessuno potrà più battere il primato per il quinto set più lungo nella storia della manifestazione: è il doppio del primo turno del 2013 Berdych-Rosol contro Chiudinelli-Wawrinka, che gli svizzeri hanno perso con un doppio fallo al 13esimo match point per i cechi: 6-4 5-7 6-4 6-7 24-22 dopo 7 ore e due minuti. Poco più del singolare più lungo di ogni epoca. Nei quarti del 2015 l'argentino Leonardo Mayer sconfisse il brasiliano Joao Souza per 7-6 7-6 5-7 5-7 15-13 dopo 6 ore e 43 minuti. Una maratona che ha superato di 21 minuti il memorabile quinto singolare del quarto di finale 1982 fra John McEnroe e Mats Wilander a St.Louis. Una battaglia da 79 game che regalò agli Stati Uniti il 3-2: finì 9-7 6-2 15-17 3-6 8-6. Il solo terzo set durò due ore e 39 minuti. Un’epoca lontana, una Davis ancora più antica in cui il tiebreak non era contemplato: sarebbe stato introdotto in tutti i set, escluso il quinto, solo dal 1989. "A un certo punto, pensavo che non sarebbe finita mai", commentò a caldo SuperMac.

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La Davis e i segni del tempo

Mille episodi, mille emozioni, match e maratone memorabili, rimonte incredibili, sconfitte inattese e imprevedibili come fantastici exploit. Su un punto, tuttavia, non si discute. La vecchia Davis, è un dato di fatto, aveva parecchie rughe e necessitava di un restyling, di qualche modifica per restituirle credibilità e interesse. Era necessario un calendario che tenesse in maggior conto le necessità dei giocatori più forti costretti fra trasferimenti da un capo all’altro del mondo e con cambi di superficie improbabili. Quante volte è capitato che il campione da eroe nazionale finiva per diventare una sorta di disertore. Tra i sostenitori della nuova Davis un nome di spicco è sicuramente quello di Nadal, che da tempo denuncia l’eccessiva densità del calendario.

LA NECESSITA' DELLA SVOLTA

Albert Costa, ex tennista e allenatore spagnolo e direttore delle Finali, nonché vincitore di tre Davis, sia da giocatore che da allenatore, difende la nuova formula spiegando le ragioni profonde di questo drastico cambiamento: "Era da tempo che i giocatori consideravano morta questa competizione e chiedevano un cambiamento - dice - ora sono stati accontentati. Il nuovo format li impegna per sole due settimane contro le quattro di prima. Arriveranno a fine stagione più freschi e alcuni di loro possono giocare anche solo la settimana delle finali. Parliamo con i capitani, con le federazioni. Ci confrontiamo spesso con i ragazzi della Next Gen, loro sono molto importanti, sono il futuro del tennis. A tutti spieghiamo il progetto e tutte le novità positive. Credo che dopo la prima edizione la maggior parte dei dubbiosi si convincerà della bontà di questa nuova formula e si entusiasmerà. A Madrid poi si gioca sul veloce indoor, come alle Finals di Londra, da cui i top player possono facilmente arrivare con due ore di volo". E allora basta recriminare e lamentarsi. Che la festa cominci.

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