Marcora come Vanni e Lorenzi: il Paradiso over 30

Roberto Marcora, 31 anni ad agosto, a Pune ha vinto le sue prime partite ATP. Ha sconfitto anche il numero 19 del mondo, Benoit Paire, con un gioco elegante. "Questo è il vero tennis" dice

di Vincenzo Martucci | 08 febbraio 2020

Roberto Marcora, chi era costui? La domanda rimbalza da Pune, torneo ATP in India dove l’italiano semisconosciuto ai più, che il 13 gennaio ha raggiunto la classifica record in carriera di 171 ATP, supera le qualificazioni e poi infila il veterano Lucas Rosol e anche il numero 1 del torneo, il 19 del mondo, Benoit Paire prima di arrendersi agli ottavi a James Duckworth (n. 96). Il ragazzo di Busto Arsizio dal gioco elegante ma leggero, con un bel servizio e qualche limite di rovescio, compie 31 anni ad agosto, e sta facendo capolino nel tennis di prima fascia soltanto da poco. Nel 2017, ha esordito in un tabellone ATP Tour, a Ginevra, dopo aver superato le qualificazioni ha ceduto il passo a Kukushkin. Negli Slam, dove s’è azzardato dagli Us Open 2014, si è sempre fermato nelle qualificazioni. Complici problemi tecnici, come l’abbandono dell’allenatore e l’operazione alla spalla, conditi da una crisi di fiducia, con qualche proposito di abbandono del grande sogno da tennista professionista.

Finché non si è concesso un’ultima possibilità: se non avesse chiuso il 2018 nei “top 300” avrebbe lasciato perdere la racchetta. Superato quell’obiettivo, nel 2019 ha giocato tre finali Challenger e si è stabilizzato fra i primi 200 ATP. Quindi, in settimana, ha superato ancora le qualificazioni al Maharashtra Open di Pune e ha sfatato un altro tabù: ha vinto la prima partita nel tabellone principale di un ATP. Guadagnando così il record di più anziano - da Jan Mertl a Gstaad 2016 - a firmare questo risultato per la prima volta in carriera, ricavandone un’altra formidabile spinta come fiducia e una ulteriore promozione in classifica.

Euforico, ha commentato: “Questo ATP è un altro mondo. Era già stato notevole il passaggio fra tornei Future e Challenger. Ma ora che gioco le prime qualificazioni ATP capisco che questo è il tennis reale, quello vero. Ogni giocatore, ogni bambino che comincia a giocare sogna di farlo davanti a una folla, in uno stadio e in un torneo così. Sono felice. Anche se devo correre subito in aeroporto per giocare il Challenger di Cherbourg, e tornare alla mia vita reale”. Dai 546,355 dollari in palio nel torneo indiano ai 46,600 euro di quelli in gioco in Francia. “Nella stagione gioco circa 30 tornei e 24-25 sono Challenger”.

La sua storia non è una storia nuova. Il purgatorio di seconda fascia accomuna tanti talenti incompiuti, giovani rampanti e veterani in pre-pensionamento. I peones della racchetta che sono lontani anni luce dai ricchissimi e viziatissimi “top 10”. Ma la crescita tardiva, lo sbarco sul circuito maggior dopo i 30 anni non è una cosa nuovissima. Anzi, il tennis italiano sbandiera due casi clamorosi, quello dell’aretino Luca Vanni, che nel 2015 è arrivato al numero 100 a 30 anni e ha raggiunto una indimenticabile finale ATP, a Sao Paolo, e, soprattutto, quello del romano-senese Paolo Lorenzi, che ha toccato addirittura il 33° posto del ranking a 36 anni, nel 2016, quando ha conquistato il primo ed unico titolo, a Kitzbuhel.

“Lucone” e “Paolo il caldo” sono due storie emblematiche di un tennis senza grandissime qualità alimentato dalla grande passione e dalla professionalità. Due storie d’amore e di perseveranza. Due conferme di uno sport che concede sempre una nuova occasione, di settimana in settimana, con un nuovo torneo, un nuovo avversario e nuove sfide. Vanni dal gran servizio è stato anche ostacolato dai problemi alle ginocchia, Lorenzi si è ritagliato un ruolo molto importante di simbolo di resilienza, di lottatore, di atleta sempre a posto fisicamente, perfetto tatticamente che sa tirar fuori il meglio da se stesso e sa mettere l’avversario nelle condizioni peggiori. Un esempio che, appena deciderà di chiudere la pagina dell’agonismo, ne aprirà sicuramente un’altra come allenatore.

Di certo, il tennis è uno solo, con tante gradazioni, tutte interessanti e importanti. Senza i tornei Futures ed i Challenger, Vanni, Lorenzi e Marcora non sarebbero arrivati a fare capolino negli ATP: questo circuito minore è utilissimo per farsi le ossa, e recuperare fiducia e classifica. Guarda il più fulgido esempio di tennista professionista di noialtri, Andreas Seppi, che tuttora scende senza problemi di categoria. Dopo essere arrivato al numero 18 del mondo ed aver battuto Nadal e Federer.

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