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Bergamo, il tennis in soccorso nella guerra al coronavirus

La città e la provincia orobica sono tra i luoghi più colpiti al mondo dall'epidemia. Nel momento più difficile, anche il tennis - pure profondamente colpito - trova la forza di unirsi e di aiutare chi ne ha bisogno

23 marzo 2020

Bergamo è profondamente ferita ma orgogliosa. Ormai senza più lacrime, ma sempre vicina a chi combatte ogni giorno questa battaglia impari contro un nemico invisibile. Le sirene delle ambulanze sono la colonna sonora che accompagna ogni mattina, ogni pomeriggio e ogni sera, in ogni angolo della provincia. Anche se di recente è arrivato l'ordine, dove possibile, di spegnerle: con le strade vuote, in fondo, non ce n'è bisogno, e nel frattempo si evita l'angoscia costante a coloro che stanno rintanati in casa. Tutti conoscono qualcuno che è stato toccato personalmente dal maledetto virus. Molti hanno perso un parente, un amico, qualcuno che era parte della loro vita. E il tennis, che qui in Bergamasca è da anni uno degli sport più popolari e praticati, non fa eccezione.

A Brusaporto, dove ha sede una delle scuole Fit meglio attrezzate e frequentate della Lombardia, stanno piangendo Sandrino, al secolo Alessandro Borace. Una delle persone che quei campi, a pochi chilometri dalla città, li avevano visti nascere, tanti anni fa. “Era una colonna portante della Polisportiva di cui era anche stato presidente – spiega il maestro Roberto Manenti – e per me era un secondo padre. Lo abbiamo perso in pochi giorni, portato via da questo virus che non ci ha lasciato nemmeno il tempo di renderci conto di quanto stava accadendo. È una perdita enorme per tutti, perché Sandro era la gentilezza fatta persona, l'amico con cui puoi sempre confidarti”.

Storie di dolore di gente normale, come tante, troppe, se ne ascoltano in questi giorni. Dal negozio che è punto di riferimento per tutti i tennisti, nelle sere passate, si vedeva la colonna dei mezzi militari che portavano i corpi dei caduti di questa guerra invisibile fuori dalla città. Qui non c'è più posto, bisogna che anche il dolore venga spostato. Mentre gli ospedali sono allo stremo e ogni giorno ci sono medici costretti a prendere decisioni impossibili: salvare una persona o l'altra? E in base a quale criterio?

Bergamo non è mai stata così martoriata, ma persino nei suoi giorni più difficili rivela la sua forza. Una forza silenziosa fatta di solidarietà e di vicinanza emotiva, di empatia. Pur nel distacco imposto da questo nemico cattivo e subdolo, che allontana fisicamente le persone, ma non potrà mai allontanarne le anime. L'anima del tennis, quella, si sente forte e chiara in tanti piccoli gesti: per esempio, quelli dei giocatori di tutto il mondo passati per la città, per giocare il Challenger o un Futures, e che adesso si informano e mandano messaggi di speranza, con l'augurio di poter tornare a calcare i campi che ora appaiono desolatamente vuoti.

L'anima del tennis si avverte nei soci dei circoli che fanno collette per raccogliere fondi in favore degli ospedali. Lo hanno fatto a Romano di Lombardia, dove sono riusciti a racimolare la cifra necessaria per donare quattro generatori di ozono a due strutture ospedaliere, quella della cittadina dove ha sede il club e quella di Treviglio. Lo hanno fatto al Città dei Mille, in centro città, dove nel 2004 giocò persino Novak Djokovic: hanno raccolto 8.000 euro da destinare all'Ospedale Papa Giovanni XXIII grazie a un contributo del circolo, a donazioni spontanee di soci e alla rinuncia del rimborso di ore fisse già pagate e non godute. Altri ancora doneranno, altri avranno donato restando nell'ombra. Anche così Bergamo, silenziosa e fiera, cerca di lasciarsi alle spalle le sue ore più buie.

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