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Marcora, non è mai troppo tardi per pensare in grande

Roberto con i quarti nell’ATP di Pune a 30 anni e 6 mesi ha ottenuto il risultato più importante in carriera: “Gioco a tennis per vivere emozioni così. Grazie al lavoro con Francesco Aldi ho trasformato qualche carenza in punto di forza: ho la consapevolezza per tentare una programmazione più ambiziosa nel tour”

di Luca Fiorino | 13 febbraio 2020

Quando c’è una meta anche il deserto diventa strada. Viaggiando la settimana scorsa alla scoperta dell’India, Roberto Marcora si è regalato il più prestigioso risultato di un’intera carriera. A 30 anni e 6 mesi, il tennista di Busto Arsizio ha raggiunto il suo primo quarto di finale ATP nel torneo di Pune al termine di una cavalcata memorabile ricca di pathos e prime volte. Dopo esser entrato nel main draw ATP del torneo indiano (a Ginevra nel 2017 aveva consumato la sua prima esperienza), il lombardo ha colto la prima vittoria nel circuito maggiore, per poi aggiudicarsi nel turno successivo il primo successo in carriera contro un top 20.

Una settimana da incorniciare nella quale ha espresso con continuità un tennis di ottimo livello. “Mi sono sentito bene sin da subito accumulando fiducia match dopo match - racconta Roberto -. È stata un’altalena di emozioni indescrivibile, iniziata con il rammarico del sorteggio nelle qualificazioni che mi ha subito messo contro il mio amico Filippo Baldi, culminata poi con la vittoria contro Benoit Paire. Ringrazio tutti coloro che mi hanno seguito e sostenuto in questa trasferta. Il messaggio più toccante? Senza dubbio quello di mio papà. Per un figlio non c’è cosa più bella di sentirsi dire sono fiero e orgoglioso di te”.

“Challenger di Bergamo speciale per me”

I prossimi impegni di Marcora sono questa settimana i challenger di Cherbourg, in Francia, e Bergamo, vicino casa. “È un torneo speciale per me - ammette il tennista lombardo -. Lo scorso anno sono approdato in finale e conservo tuttora dolci ricordi. Peccato esser arrivato all’atto conclusivo svuotato di energie contro Jannik Sinner. È impressionante vederlo crescere in maniera costante, ma sinceramente non mi sorprende più di tanto viste quelle che sono le qualità del ragazzo e la professionalità del suo staff”.

IL PERCORSO A PUNE

L’exploit che non ti aspetti. Erano infatti ben altre le aspettative di Marcora alla vigilia del torneo. “In tutta sincerità avrei preferito giocare Montpellier ma non avevo grosse chance di entrare nelle qualificazioni con la mia classifica - ammette il lombardo con un sorriso -. A quel punto ho optato per un viaggio più scomodo e dispendioso come Pune per avere la certezza matematica di essere testa di serie nel tabellone cadetto. L’obiettivo era qualificarmi, poi tutto ciò che sarebbe arrivato in più l’avrei accettato ben volentieri”.

Il cammino di Roberto è iniziato col peggior sorteggio possibile pescando dall’urna il grande amico Baldi. “Eravamo entrambi profondamente dispiaciuti. Siamo partiti insieme da Milano, avremmo potuto giocarla direttamente lì senza farci tutti questi km - scherza Marcora -. Inizialmente ero un po’ teso, ma poi mi sono sciolto e ho giocato in maniera fluida. Dopo la partita vinta contro Blaz Rola ho preso più fiducia e consapevolezza aiutato anche dalle condizioni in leggera altura molto simili a quelle di San Marino. La palla cammina ma non ti scappa via, la puoi controllare”. 

“Duckworth più bravo nei momenti decisivi”

In main draw sono arrivate le due vittorie contro giocatori molto navigati del circuito come Lukas Rosol e Benoit Paire, testa di serie numero uno. “Ho incrociato al primo turno Rosol, giocatore esperto che non ha bisogno di presentazioni. Ho sciorinato un ottimo tennis prevalendo nello scambio prolungato al cospetto di un giocatore che ama invece gli scambi brevi. La ciliegina sulla torta è arrivata con il successo su Paire che avevo già battuto un anno fa. È un giocatore, senza alcuna presunzione, che non mi infastidisce troppo. Se da una parte è vero che a tratti non ti fa vedere la palla, dall’altra ti concede sempre qualcosa. In realtà soffro più giocatori come James Duckworth, che magari hanno meno picchi ma sono più regolari. Nei quarti a Pune l’australiano è stato superiore e più bravo di me nei momenti decisivi. Onore a lui”.

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LA DIATRIBA CON PAIRE

Non è passato inosservato il battibecco a fine match tra Marcora e Paire, figlio di alcune ruggini passate. “Non so perché ce l’abbia con me - riconosce Roberto -. Già lo scorso anno a Sophia Antipolis ha fatto finta di stringermi la mano a fine partita. Era la star del torneo, tutti gli occhi erano su di lui ma probabilmente giocando su un campo secondario a causa della pioggia è partito con la luna storta giocando più svogliato del solito. Mi ha preso sottogamba e ha perso giocando oggettivamente male. A Pune ci siamo evitati per tutto il torneo e non ci siamo rivolti mezza parola pre-match. A metà del secondo set si è inalberato con larbitro, reo a suo dire di avermi concesso un ‘falco’ in ritardo. Da quel momento, malgrado io avessi avuto torto con quella chiamata, ha cominciato a scimmiottarmi per tutta la partita gridando “forza” e dicendomi cose poco carine in francese. Una sceneggiata spiacevole interpretata ad arte per tutto il resto della partita. Vinco il match, ci avviciniamo verso la rete e mi fa lo stesso giochino di un anno fa dandomi la mano come contentino. A quel punto gli ho detto “Ops, è successo di nuovo”. Lui è impazzito, ha iniziato a dirmi “sei ridicolo”, “ma chi sei” ed è dovuto intervenire il supervisor. A me non interessava continuare a bisticciare con lui, non sono un provocatore e non gli porto rancore malgrado tutto. Se ci saranno altre occasioni spero si possa giocare in un clima più disteso”.

FORTE SPIRITO CRITICO

La carriera di Roberto Marcora sin qui è stata caratterizzata da qualche lampo nei Challenger e da svariati stop per guai fisici di diversa natura. Quattro anni fa dopo un grave infortunio alla spalla, la sua avventura nel mondo professionistico era giunta a un bivio. “Dovevo decidere se smettere o avventurarmi in una nuova sfida per tornare più forte di prima. Alla fine, in virtù dell’ultimo anno giocato, ho vinto io la mia scommessa personale nonostante le tante difficoltà - sottolinea Marcora con legittimo -. Mi sono preso del tempo per ponderare la scelta ma se mi guardo indietro non posso che essere fiero. Gli infortuni la causa del mancato salto di qualità? No, non voglio crearmi alibi di alcun tipo. Ho iniziato a fare sul serio a tennis a 20 anni dopo gli studi. È vero, la spalla e il problema all’alluce mi hanno penalizzato, ma se non sono cresciuto in questi anni non è per questa ragione ma perché probabilmente non lo meritavo”.

 

“Grazie ad Aldi ho trasformato certe carenze in punti di forza”

Nessuna giustificazione, insomma, le scuse sono soltanto per i perdenti. “Mi è mancata la necessaria maturità tennistica per sfondare nell’élite del tennis - racconta Roberto -. Avevo alcuni punti oscuri del mio gioco e dei limiti caratteriali nel modo di pensare in campo che mi hanno fatto raccogliere meno di quello che avrei potuto. Detto questo, ancor prima degli acciacchi fisici ero andato già oltre rispetto quanto mi immaginassi. Oggi, grazie all’ottimo lavoro in questo anno e mezzo con Francesco Aldi, sono più assennato, lavoro meglio e ho trasformato qualche mia carenza tecnica in punti di forza. C’è un bel feeling tra di noi, dentro e fuori dal campo”.

“Ora la consapevolezza per osare con programmazione più ambiziosa”

Un risultato di prestigio per il giocatore di Busto Arsizio frutto di sudore, lavoro e sacrificio. I limiti permangono solo nell'anima di chi è a corto di sogni. “Questo torneo è una bella iniezione di fiducia - ammette -. In realtà con questo traguardo raggiunto la mia classifica cambia poco e a breve, oltre i punti da difendere che avevo a Budapest, avrò in scadenza quelli della finale di Bergamo. Adesso sento di avere una maggior consapevolezza, ho finalmente la convinzione di potermela giocare a questi livelli. Un conto è supporre di poter giocar bene contro un top 50, un altro è tradurre le parole in fatti. L’obiettivo, che mi ero già posto a inizio anno col mio coach, è di alzare l’asticella con una programmazione più ambiziosa: disputare più qualificazioni nei tornei ATP quando ne avrò la possibilità e meno Challenger. Senza nulla togliere ai Challenger, che rimangono la mia vita, ritengo sia giusto a 30 anni prendersi qualche rischio in più. D’altronde per fare un ulteriore passo in avanti bisogna spingersi oltre e osare per non avere a fine carriera alcun rimpianto. Gioco a tennis per assaporare questo genere di emozioni che ho provato a Pune”. 

Marcora non ha alcuna intenzione di cullarsi sugli allori. Non è mai troppo tardi per un nuovo inizio, neanche a quasi 31 anni. Paolo Lorenzi docet.

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