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Moroni e l’equilibrio ritrovato grazie al guardarsi dentro

‘Jimbo’ ha lasciato alle spalle pressioni e aspettative e sta costruendo il proprio percorso nel circuito: “Ai giovani dico di chiedersi continuamente come migliorarsi ed essere onesti con se stessi. Crearsi ogni giorno degli obiettivi e non guardare ai risultati con ossessione”

di Luca Fiorino | 30 gennaio 2020

La consapevolezza di sé è il frutto di un lungo e complesso confronto interiore fra ostacoli ed errori del passato. Tra importanti traguardi raggiunti e piccoli incidenti di percorso, la storia di Gian Marco Moroni racconta una realtà simile a quella di altri ragazzi abili con la racchetta tra le mani. Carattere genuino e determinato, tennis fisico ed esplosivo, “Jimbo” (così chiamato sin da piccolo per il taglio di capelli a caschetto alla Connors) si è ritrovato, quasi inconsapevolmente, a bruciare le tappe del proprio percorso di crescita sin troppo velocemente.
Non mi sono mai sentito un fenomeno né avevo ottenuto risultati così grandi per essere catalogato come tale - dichiara Moroni -. In breve tempo tante cose attorno a me erano cambiate ed ero troppo piccolo per avere una chiara percezione della realtà”. Laureatosi campione italiano under 14 nel 2012, il romano è entrato ufficialmente nel ranking ATP l’anno successivo grazie a qualche risultato ottenuto a livello Futures. Una notorietà improvvisa che ha convinto uno dei marchi di abbigliamento più noti a piombare su di lui. “A quell’età ho ricevuto le prime proposte di sponsorizzazione - confessa Gian Marco -. In quel periodo abitavo ancora a Roma assieme alla mia famiglia. Conducevo una vita normale diviso tra campo da tennis, scuola e amici. Un giorno durante il torneo dell’Avvenire venne un agente a guardarmi per convincermi a sottoscrivere una futura collaborazione. Non mi rendevo conto di cosa mi stesse capitando”.

PICCOLE FRAGILITA’ ADOLESCENZIALI

Gian Marco Moroni cresce tennisticamente a Roma, nel vivaio del Parioli, sotto la supervisione di Roberto Meneschincheri e Vittorio Magnelli. Un ambiente ideale dove poter crescere senza alcun tipo di pressione. “A loro devo molto perché sono stati dei maestri sensazionali - afferma “Jimbo” -. Mi allenavo in un clima sano e sereno. I miei primi problemi sono nati invece quando mi sono allontanato da Roma e i miei affetti. Ho fatto tanta fatica a separarmi da casa perché fondamentalmente sono una persona che tende a legarsi tanto alle persone. Da quando ho iniziato a puntare sul tennis e a pensare alla professione mi sono caricato di inutili aspettative che mi hanno reso la vita più difficile. Sentivo che qualcosa fosse cambiato in me come se il tennis fosse meno divertente rispetto al passato”. Meglio un aiuto che cento consigli. Delle volte alcune presenze ingombranti, seppur non vicine, possono nuocere al proprio stato d’animo e indirizzare verso lidi ignoti. “Ho cominciato a dare ascolto alle persone sbagliate - continua Moroni -. A chi? Gente non vicina a me che sosteneva che a quell’età avrei dovuto già vincere un Challenger. D’altronde ero così giovane che diedi retta e peso alle loro parole. Questo mi ha portato presto a controllare i risultati degli altri e a comparare in continuazione il mio percorso di crescita con quello di altri giocatori già affermati alla mia età. In quegli istanti mi sarebbe piaciuto aver avuto una figura di riferimento che mi aiutasse a gestire quei momenti. Non avevo quell’equilibrio necessario fuori dal campo per stare bene. Quando sei così piccolo tendi a credere a chi è più grande di te e ti lasci condizionare. Tante volte mi sono rimproverato di essere indietro e non al passo con i migliori. Per fortuna con l’esperienza e gli anni sono maturato e ho capito che non c’era nulla di cui incolparmi”.

SENSO DI SMARRIMENTO

La pretesa è una tensione che distoglie l’attenzione dagli obiettivi e dal lavoro quotidiano. “A 16 anni esigevo da me stesso cose assurde e non ero focalizzato su ciò che stavo facendo - confessa il romano -. Mi saliva l’angoscia, ero in preda all’ansia e pensavo di essere costantemente in ritardo sulla tabella di marcia. Di conseguenza giocavo rigido, poco sciolto e tormentato da mille paure e tormenti. Alcune volte ancora oggi ho l’impulso di dare un’occhiata ai piazzamenti degli altri ma riesco fortunatamente a tenere a bada questo istinto. Oggi con due tacche di 3G in qualsiasi angolo del mondo hai linformazione a portata di mano e puoi controllare ogni cosa. Nell’era dei social, se non sei bravo a gestirti, ti puoi far influenzare negativamente da qualsiasi commento o giudizio. Io e tanti altri tennisti siamo abituati a ricevere messaggi da gente totalmente sconosciuta, pronta a scagliarsi contro di te per una partita persa o un match point mancato. È soggettivo, sia chiaro, ma la dipendenza dai social esiste eccome e per alcune persone, specialmente i più deboli, può costituire un problema”. 

La pausa disintossicante dai social

A tal proposito, Moroni è riuscito a “disintossicarsi” tempo fa attraverso un facile esperimento. “Ho disattivato qualsiasi piattaforma social per la durata di sei mesi. Mi sono sentito più libero, avevo modo di organizzarmi per bene il piano di lavoro e di concentrarmi sui miei obiettivi senza perdermi in futilità. Ti cambia totalmente le abitudini e il modo di vivere le giornate. Quella pausa dai social mi ha aiutato molto e oggi penso di riuscire a utilizzarli nel modo più corretto”.

A volte è necessario perdersi per ritrovarsi: allontanarsi dalla realtà per poi tornare più forti di prima. Gian Marco Moroni ha ritrovato la propria serenità interiore a seguito di un episodio che l’ha segnato particolarmente all’età di 19 anni.

“La svolta dopo quel brutto giorno a Biella”

Provenivo da un periodo estivo poco positivo - racconta il tennista capitolino -. Ero reduce da sette tornei di seguito in cui giocavo male e non ottenevo i risultati sperati. Durante una partita a Biella toccai il fondo e ancora oggi, ripensandoci, non vado fiero di come mi sono comportato. Se potessi riavvolgere il nastro e tornare indietro cancellerei tutto seduta stante. Cosa feci? Spaccai qualche racchetta ed ebbi una condotta in campo sgradevole. A quel punto decisi di tornare a casa, staccare la spina e prendermi le mie responsabilità. Mi sono chiesto: vuoi fare il tennista? Bene, allora lavora per esserlo e comportati da professionista. Se da una parte mi vergogno tuttora di come mi sono comportato, dall’altra sono felice di aver ritrovato un mio equilibrio proprio grazie a quell’episodio. Da quel momento mi sono fatto un esame di coscienza e ho iniziato a scavarmi nel profondo. Ho seguito determinate routine che mi facessero star bene e cominciato a impormi più regole. Mi sono messo a dieta, ho curato maggiormente l’alimentazione e ho trasformato un lato carente in un mio punto di forza. Qual è stato il segreto? Ingaggiare piccole sfide da affrontare e superare giorno dopo giorno, aprire la mente leggendo qualche libro e riflettere su ciò che mi avrebbe permesso di essere più sereno. Ho vissuto un conflitto interiore per diverso tempo legato principalmente al risultato senza essere mai troppo onesto con me stesso. Sia nella vittoria che nella sconfitta”.

IL CONCETTO DI PRESSIONE

Di talenti precoci bruciati in fretta e persi lungo il cammino del professionismo la storia del tennis è piena. Una selezione naturale dalla quale soltanto in pochi escono vincitori. “Quante volte si sente parlare di promesse mancate per giocatori juniores che non si confermano nel momento del salto fra i professionisti? Per questa ragione invito sempre ad andarci cauti coi giudizi sia in un senso che nell’altro. Il campione vero prima o poi arriva, la pressione è soltanto la più banale giustificazione di un proprio fallimento”, sottolinea Moroni. 

Il tennis è uno sport per lo più mentale, assai logorante, dove bisogna farsi trovare pronti ad affrontare qualsiasi sfida. “Cos’è per me la pressione? Una situazione nella quale senti di avere meno margine di errore e devi cercare di fare la scelta più giusta in quel momento specifico. Il grande giocatore più sale la pressione e più si esalta alzando il livello di gioco. Se dicono di te che sei un predestinato e poi non sei capace a gestire la tensione vuol dire che l’errore è a monte, ovvero di chi si sbilancia col pronostico. La colpa non è certo del ragazzo che tradisce le aspettative di chi riponeva su di lui delle speranze. D’altronde tutti i fenomeni attuali hanno subito pressioni e sono stati caricati di aspettative in passato. Riuscire a divincolarsi con successo e amministrare queste dinamiche è proprio la prerogativa del top player: più è alta l’asticella e più è un continuo susseguirsi di pressioni giorno dopo giorno anche dopo i 30 anni”.

CONOSCI TE STESSO

Ogni tennista è protagonista della propria storia e la scrive con tempi e modalità differenti. “Paragonarsi agli altri non porta a nulla e potrei fare mille esempi - afferma ‘Jimbo’ -. Nessuno, con tutto il rispetto, si sarebbe aspettato che Berrettini a 23 anni diventasse numero 8 al mondo. Eppure, lui ha avuto il merito di crederci e di impegnarsi a fondo per realizzare il proprio sogno. Oggi è un grande campione e merita tutte le soddisfazioni che si sta ritagliando”.

Infine un piccolo monito ai ragazzi di 14 anni che vivono oggi la stessa fase critica di transizione dello stesso Moroni. “Consigli? Direi di farsi tante domande e lavorare tanto senza forzature esterne. Vogliono fare davvero questo nella vita? Se sì, allora devono rimboccarsi le maniche, partire e non fermarsi. Chiedersi continuamente dove intervenire per migliorarsi, cosa manca per fare il salto di qualità ed essere onesti con se stessi. Crearsi giorno dopo giorno degli obiettivi e non guardare ai propri risultati con ossessione né a quelli degli altri. Non tutti seguono le stesse tappe perché siamo diversi”.

Quel ritiro per crampi a Bangkok

Attualmente “Jimbo” è numero 233 del ranking ATP ed è reduce da una partita terminata per crampi a Bangkok contro l’impronunciabile wild card locale Wishaya Trongcharoenchaikul. “Non ho mai avvertito dei crampi così forti in tutta la mia vita - svela il romano -. Di solito riesco a gestirli ma in quelle condizioni di gioco (35 gradi e 90% di umidità, ndr) sono stato costretto addirittura a dover giocare senza le solette delle scarpe e poi a ritirarmi. Adesso per fortuna sto bene”. Resilienza è la parola chiave, circondarsi delle persone giuste e ascoltarsi profondamente è la morale di questa storia. Talvolta è meglio smarrirsi che decidere di non partire mai.

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