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Matteo: giovane, forte e vincente

Nessun tennista azzurro di 23 anni o meno era mai stato capace di arrivare alla seconda settimana in due Major nella stessa stagione: ottavi a Wimbledon e ora quarti agli US Open

di Angelo Mancuso | 04 settembre 2019

Strepitoso. Era da oltre 10 anni che l'Italia maschile del tennis non aveva un giovane così forte. Che Matteo Berrettini sarebbe diventato un giocatore importante lo si era capito grazie alla qualità del suo tennis: potenza, gran servizio dall'alto dei suoi 193 cm e diritto da paura. L'uno-due è ormai il suo marchio di fabbrica. Ha personalità e data la stazza si muove pure piuttosto bene. E sa come giocare nel modo giusto le partite che contano, qualità questa dei campioni. Altrimenti non vinci un titolo Atp a 22 anni e al primo tentativo (Gstaad) e non concedi il bis, anzi il tris, la stagione successiva (Budapest e Stoccarda sull'erba). Nessun tennista azzurro di 23 anni o meno era mai stato capace di arrivare alla seconda settimana in due Major nella stessa stagione: ottavi a Wimbledon e ora quarti agli US Open. Un italiano così avanti a New York 42 anni dopo la semifinale targata 1977 di Corrado Barazzutti. E se a 23 anni i risultati sono questi, si può ragionevolmente supporre che migliorerà ancora.

LA SCALATA

Un brutto infortunio al ginocchio sinistro gli aveva fatto perdere metà 2016 facendolo precipitare fino al n.883 poco più di due anni fa. Da quando è rientrato la sua crescita non si è più fermata: Berrettini è nei primi 25 del ranking da 4 mesi e la sua crescita nell’ultimo anno e mezzo è sotto gli occhi di tutti. Il netto successo contro Rublev a New York lo proietta virtualmente al numero 16 del ranking. Per Matteo il 2018 è stato l'anno delle prime volte: la prima partita vinta nel circuito maggiore a Doha a gennaio, il primo Slam in Australia, il primo successo in un Masters 1000 nella sua Roma, i primi turni superati al Roland Garros e a Wimbledon. E il primo squillo Atp. Il 2019 è invece l'anno della conferma, che è poi il passo più difficile. Sintomo di intelligenza, maturità, educazione e cultura, eredità di un'ottima famiglia e del bellissimo ambiente in cui è cresciuto (anche il fratello Jacopo, di 2 anni più piccolo, si è avvicinato al professionismo). Ieri sera, dopo aver travolto Rublev in uno degli stadi più belli e prestigiosi del mondo, il Louis Armstrong Stadium, Matteo come fa sempre ha dedicato la vittoria a papà Luca e mamma Claudia, che lo portavano in giro per tornei in camper quando era un ragazzino che sognava di diventare un tennista. E la prima cosa che ha fatto dopo il match è stata una video chiamata con la madre, la nonna Lucia e il fratello Jacopo.

TAPPE BRUCIATE

La strada doveva essere più lunga, "step by step" come da sempre predica il suo coach Vincenzo Santopadre. Lo segue, ora con la collaborazione del tecnico federale Umberto Rianna, da quando ha 14 anni. Il gigante romano sta polverizzando la tabella di marcia, ma la sua non è un'esplosione, piuttosto il risultato di un'accelerazione su basi solide. "Il nostro è un progetto che non si limita alla singola partita o al singolo torneo, va visto su una scadenza più lunga", ripete spesso Santopadre, insistendo sul percorso a lungo termine, con la maturazione fissata non prima dei 24 anni. Ottenere questi risultati in anticipo è una motivazione in più. Giovane, forte e vincente. Ora sotto con Monfils: c'è da mordere la Grande Mela...

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