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La new age azzurra: vincenti su tutte le superfici

Berrettini, Sonego, Sinner & company. Ecco come siamo diventati un popolo di giocatori (anche) da veloce

di Roberto Commentucci | 20 settembre 2019

Poco più di 9 anni fa, nel maggio del 2010, la Federazione lanciava il Progetto Campi Veloci, un’iniziativa strategica con cui essa mirava (e tutt’ora mira) a incentivare i Circoli affiliati a installare anche campi in superficie sintetica, a sostegno del percorso di crescita dei giovani agonisti, a lungo limitati nel loro sviluppo e nelle loro esperienze di allenamento e di gara dall’eccessiva frequentazione della terra battuta, superficie egemone nel nostro paese.

Ne scaturì un dibattito mediatico clamoroso. I Circoli italiani nonostante iniziassero a farsi sentire gli effetti della crisi economica, si rimboccarono lodevolmente le maniche, con la passione e dedizione che ne caratterizza l'operato, e iniziarono ad aderire al Progetto. Pian piano, con fatica e lungimiranza, iniziarono a spuntare, qua e là, anche in molti sodalizi storici, alcuni campi in superficie sintetica di ultima generazione.
I maestri e i tecnici più avveduti e illuminati capirono subito che si trattava di una grande occasione. I più attenti presero nota delle statistiche prodotte a sostegno del Progetto, che mostravano come oltre il 70% dei punti Atp, nel circuito maggiore, venga messo in palio dai tornei giocati sul veloce; come, ad alto livello, la durata media degli scambi nel circuito maschile, ormai di circa 4 colpi, conferisca enorme importanza al servizio e alla risposta, due fondamentali sempre trascurati nella nostra scuola; e soprattutto, come le giovani promesse degli altri principali paesi europei (Germania, Francia, Spagna, Repubblica Ceca) svolgessero nel loro percorso di avvicinamento al professionismo una programmazione molto diversificata per superficie (più o meno 50% terra, 50% veloce) mentre i giovani italiani, a quell’epoca, giocavano oltre il 90% dei loro match sulla terra rossa.

E così la mentalità del nostro sistema tennis iniziava lentamente a cambiare: l’Istituto Superiore di Formazione “Roberto Lombardi”, su impulso di Michelangelo Dell’Edera, diede grande supporto al Progetto, ammodernando i programmi dei corsi per maestri, tecnici e istruttori. Pian piano, con la crescita del numero di campi veloci, crescevano le competizioni disputate sul sintetico.

Ma non si evolveva solo la programmazione delle gare: si ammodernavano anche i programmi di allenamento. I nostri ragazzini iniziarono a dedicare sempre più tempo al perfezionamento del servizio, della risposta, della tecnica di spostamento da adottare sul veloce, che a differenza della terra non prevede la scivolata; parimenti, le aperture del diritto e del rovescio diventavano più compatte, meno ampie, più adatte a un tennis rapido e universale.

Il cerchio si chiude. A distanza di 9 anni dall’avvio del Progetto, si iniziano a raccogliere i frutti. A oggi, il Progetto Campi Veloci ha portato a triplicare il numero di campi sintetici nei Circoli affiliati alla Federazione, passati in nove anni da meno di 1.000 (meno del 10% del totale) a oltre 3.000 (quasi il 25%). Su questi campi, (anche su questi campi, guai ad abbandonare la terra!) competono e si allenano i nostri campioni di oggi e di domani, seguendo metodologie moderne e aggiornate, acquisendo un bagaglio tecnico universale e completo.

Facendo un piccolo bilancio, possiamo ora affermare che si è trattato di un grande processo di cambiamento condiviso, in cui grande merito va riconosciuto agli attori principali: i Circoli, i dirigenti, i tecnici, i maestri del nostro Paese, che hanno compiuto scelte difficili, fatto grossi sacrifici anche economici, si sono messi in gioco, hanno investito tantissimo nelle loro strutture, nella loro formazione e nella loro professionalità.

I risultati, a livello di movimento maschile, sono ormai sotto gli occhi di tutti: e si chiamano Berrettini, Sonego, Sinner, Musetti, Zeppieri e tanti altri ancora.

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