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Sabato, 3 Maggio 2008 alle 17:30

IL COSMOPOLITISMO DEGLI ITALIANI

di Giancarlo Baccini
E pensare che Rino Tommasi e Gianni Clerici, di tanto in tanto, accusano di “provincialismo” gli Internazionali d’Italia...
Provinciali noi? Ma in quale altro paese del mondo, secondo voi, succederebbe che un giudice di linea chiama un fallo di piede al giocatore suo connazionale (per di più giovanissimo, perdipiù all’esordio in una grande competizione mondiale, perdipiù opposto a un ex top 10) quando sta servendo sul 5 pari al tie-break del terzo set, come è capitato ieri a Matteo Trevisan? In Francia? In Inghilterra? Negli Usa ? (E lasciamo perdere la Russia o la Croazia, dove le azzurre e gli azzurri hanno giocato di recente, permettendoci di toccare con mano la qualità dei loro linesmen).
Come dite? Che forse quel giudice di linea era lo stesso che l’anno scorso a Castellaneta, semifinale di Fed Cup contro la Francia, di falli di piede ne chiamò 12 alla Schiavone nel corso di un drammatico confronto con la Mauresmo?
Se era lo stesso io non lo so, ma ho motivo di dubitarne fortemente. Perché noi italiani non siamo provinciali, e dunque siamo in tanti ad avere a cuore soltanto una cosa: insegnare agli altri italiani come ci si comporta nel mondo civile. E di giudici di linea così (o anche di giornalisti, se è per questo) ne abbiamo a josa. Bravi. Onesti. Irreprensibili. Cosmopoliti.
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trevisan, tommasi, clerici
Martedì, 25 Marzo 2008 alle 15:59

LA LOVE STORY DI LEA

di Giancarlo Baccini
Intervista con Lea Pericoli apparsa su “SuperTennis” nel 2006

di Giancarlo Baccini

Qualche settimana fa Lea Pericoli è stata insignita di un importante premio dalla Federazione Internazionale Tennis, diventando la prima donna italiana a ricevere un’onorificenza tanto prestigiosa. “Per i servizi resi al Gioco”, dice la motivazione, mirabilmente sintetizzando una vita interamente dedicata, prima da giocatrice e poi da giornalista, al nostro sport.
Certo, è quantomeno singolare che a rendere giustizia alla First Lady del tennis tricolore sia dovuta intervenire la massima organizzazione mondiale mentre l’intellighenzia nazionale l’ha sempre trattata con un pizzico di snobismo, a naso arricciato. Magari a Lea non hanno giovato, nell’inquadrare questo rapporto, la familiarità ai tempi in cui giocava e la rivalità professionale quando è diventata la prima telecronista delle cosiddette “tv private”, ma sta di fatto che sono davvero risicati, e non privi di qualche acida pennellata, i ritratti che i nostri più acclamati storici ne han tracciato nelle loro opere.
Tanto per fare un esempio, ecco le uniche righe che Gianni Clerici le ha dedicato nel suo pur voluminoso capolavoro “500 anni di tennis”:
“Per alcuni anni avevamo dovuto accontentarci di un’attenzione non solo sportiva, propiziata dall’apparire di Lea Pericoli, splendente nelle più audaci toilettes di Teddy Tinling. Il giorno prima di Wimbledon, tra i verdi fondali del club di Hurlingham, Lea appariva in tute trapuntate d’oro, sottanine piumate, trafori, reti, lamé sconvolgenti. Non mancava mai, la sua foto, sui giornali inglesi della domenica, e ci consolava un tantino della sua imminente eliminazione, perché la Pericoli fu certo più affascinante donna che grande tennista.
“Sui nostri campi rossi, di fronte ad avversarie infinitamente meno attrezzate, il suo piglio di ragazza di campagna, cresciuta tra Nairobi e Addis Abeba, era sufficiente a sgominarle tutte. Contro le amazzoni, Lea giocò qualche stupenda partita con le sue armi di autodidatta”.

Dal canto suo, in “Storia del Tennis” (1983), Rino Tommasi arriva a ridurne il ritratto a una sola riga di piombo: “Lea Pericoli ha imposto la sua superiorità e la sua personalità nei nostri confini”.
E invece Lea Pericoli è stata splendida ambasciatrice del tennis tricolore e con il suo charme, il suo calore e il suo sempre positivo entusiasmo ha giovato all’immagine del nostro movimento e alla diffusione del Gioco molto più di certi pessimisti di professione. Sebbene non sia stata forte come le eroine tricolori contemporanee, tipo Silvia Farina e Francesca Schiavone, ancor oggi chi pensa al tennis femminile italiano pensa prima di tutto a lei. Perché per la gente comune lo sport non è soltanto arida somma aritmetica di successi, non è statistica: è cuore. E la storia d’amore fra Lea e il tennis ha una grandezza epica impossibile da non avvertire nel profondo.
“Il mio amore per il tennis non ha confini. E’ stata una vera, smisurata, emozionante passione – racconta lei – La cosa che più sorprende anche me è che non accenna a diminuire. Nella vita tutto può finire, e spesso, anzi, sono proprio i grandi amori quelli che si bruciano più in fretta nel fuoco della passione. Se non ci fosse ‘sta storia con tennis io all’amore eterno avrei già smesso di crederci. Pensa che l’amo così tanto da aver deciso di smettere di giocare non appena mi sono resa conto di non essere più in grado di onorarlo a modo mio. Il giorno dopo aver vinto gli ultimi tre dei miei ventisette titoli italiani mi son detta: ‘Basta gare!’. Da allora, solo attività di club. E mai contro altre donne.”.
- Come è cominciata, la love story?
“Cominciò dopo la guerra, quando, ritornando indietro dall’Asmara dove eravamo sfollati, mio padre ci riportò ad Addis Abeba. Nel giardino della grande, splendida villa in cui andammo vidi per la prima volta un campo da tennis. Avevo nove anni. Il tennis mi folgorò subito. E’ un gioco bellissimo, in cui si assommano la forza, la tecnica, l’intelligenza, il coraggio. Non ti sazia mai. Il sabato e la domenica venivano a giocare in tanti. Notabili, ambasciatori… Stavo lì a guardare, affascinata, e aspettavo il momento giusto per fare anch’io quattro palle. Passo dopo passo, sono diventata una giocatrice ‘vera’”.
- Anche se all’epoca non c’era il professionismo, essere giocatrici ‘vere’ significava essere come le superstar di oggi, con tutto il corollario di fatica, di stress che il tennis di vertice comporta. Come si conciliava tutto questo con la pura e semplice passione amorosa?
“Come nella vita: l’amore spesso significa angoscia. Figurati!... Io ho sempre avvertito molto forte la pressione del gioco. I campionati italiani ‘dovevo’ assolutamente vincerli. Sai, all’epoca il titolo tricolore era quello più prestigioso. Te lo portavi dietro per un anno. Ci tenevamo tutti tantissimo. Pensa solo a Raul Gardini, che ci si faceva venire l’esaurimento nervoso ma che grazie alla combattività raggiungeva risultati impensabili contro avversari molto più dotati di lui. Insomma: era durissima. Ricorda che io di titoli ne ho vinti ventisette. Caprai da solo che cosa può aver comportato, a fine carriera, conquistare gli ultimi contro ragazze molto più giovani e potenti di me. Certe volte andare in campo era come accingersi a vivere in prima persona una tragedia greca. Ad aiutarmi, per fortuna, c’era il pubblico, che ha sempre tifato per me. Il segreto per farcela era in realtà la mia grande ambizione. L’ho scoperto in maturità, di essere così spaventosamente ambiziosa, e di tenere assai ai miei record, tipo quello dei chilometri percorsi in campo. Conservo ancora un articolo in cui Tommasi sosteneva che dopo due ore di gioco neppure Paola Pigni era in grado di correre come me. La forza del mio amore e della mia ambizione sono testimoniate proprio dal fatto che all’epoca correvo come un demonio mentre adesso che non gioco più sono diventata la donna più pigra del mondo. Insomma, il desiderio di primeggiare compensava l’angoscia e alimentava l’amore”.
- Oltre che per le tue doti di agonista tu, comunque, sei stata famosa anche, se non soprattutto, per lo charme che ha sempre contraddistinto la tua presenza in campo. I giornali inglesi ti mettevano in prima pagina con i tuoi celebri vestitini. Quando te li facevi fare da Teddy Tingley eri mossa dall’ambizione di figurare o da altri motivi?
“Sì, lo facevo per farmi notare, per essere diversa dalle altre. Ancor oggi non concepisco il motivo che spinge i tennisti a sembrare tutti uguali. Il tennis è uno sport che ti insegna a essere solo, a cavartela da solo. Anche il look serve a sottolineare questa unicità, questa solitudine. Io sono sempre stata una solitaria. Pensa a Panatta, che ai suoi tempi girava sempre con due-tre scagnozzi al seguito: beh, io mi sarei messa sotto a un mattone piuttosto che fare altrettanto. Tu mi hai mai visto con qualcuno al seguito?”.
- No. Però ho girato mezzo mondo con te e tutto mi sei sembrata tranne che una misantropa…
“Che c’entra? Quel che voglio dire è che ho sempre preteso di camminare con le mie gambe, non che non mi piace stare in compagnia. Non mi va di essere uniformata agli altri, e il fatto di vestirmi in modo eccentrico mi divertiva molto. Vedere la mia foto sui giornali mi piaceva. E poi, lo confesso, ero anche abbastanza furba, in questo gioco. I ‘vestitini’ me li mettevo soltanto quando sapevo che avrei vinto. Sai, col mio modo di giocare era impossibile che venissi battuta da qualcuna più debole di me, e magari qualche volta, invece, ero io a riuscire a battere qualcuna delle più forti. Così guardavo il tabellone, mi dicevo ‘qui si vince-qui si vince-qui si perde’ e sceglievo la tenuta giusta. Non si può scendere in campo coperte di piume di cigno e perdere”.
- Il fatto di essere una bella donna e di farti notare ti ha aiutata, prima in campo e poi nella vita?
“Mi ha aiutato tantissimo, perché allora, sennò, come cavolo facevi a far parlare di te? Nel tennis le donne venivano giudicate figlie di un dio minore, noiose da guardare… Invece io venivo invitata dappertutto perché giocassi nei tornei. Caraibi, Russia, Sudamerica… Manco avessi vinto Wimbledon! Viaggi che a quei tempi te li sognavi. E poi, sì, anche nella vita avere un po’ di charme aiuta. Se la scelta è fra una bella e una brutta ci sono pochi dubbi su come va a finire. Oggi comunque le donne hanno a disposizione molti mezzi per diventare più belle di quel che sono in realtà, dunque distinguersi è più difficile”.
- E’ anche per questo che sei stata fra le primissime ex-atlete che sono diventate giornaliste?
“Sì, sono stata abbastanza fortunata. Quando Montanelli fondò ‘Il Giornale’ mi chiamarono e la mia ambizione mi spinse a fare questo salto nel buio: allora non sapevo se sarei riuscita o no, anche se credevo in me stessa. Da cosa nasce cosa. E sono diventata anche la prima donna a fare delle telecronache sportive. Questo però fu una donna, a chiedermelo. Avevo un accordo con la Tv svizzera per fare dei servizi sul tennis femminile da Wimbledon, ma all’improvviso mi chiamò madame De Covingny, di TeleMontecarlo, e mi chiese di fare le telecronache di tutto il torneo. Proprio tutti i match, tutto il giorno e tutti i giorni, da sola. Lì per lì provai paura all’idea di accettare ma poi mi convinsi che era un’opportunità più unica che rara e accettai di correre questo rischio”.
- Se dovessi scegliere fra i tuoi ricordi da giocatrice e quelli da giornalista, quale diresti che è stata la parte più soddisfacente della tua vita?
“Beh, ci ho scritto su anche un libro, ‘Questa bellissima vita’, che ha vinto il Premio Bancarella Sport. Sono una donna fortunata. Ho avuto una vita meravigliosa. Ancora oggi ho delle soddisfazioni enormi. Io credo che se hai dentro una scintilla che ti fa amare le cose, che ti dà passione, tutto diventa bello. Il tennis mi ha dato grandissime soddisfazioni, specie considerando i mezzi che la natura mi aveva messo a disposizione e il fatto che mio padre non voleva che giocassi, per cui dovevo guadagnarmi da vivere lavorando. Segretaria d’azienda, ché parlavo perfettamente inglese e francese, dattilografa, pubblicità e Caroselli: tanti mestieri. Sennò dove li trovavo i soldi per andare a Wimbledon? Mica mi pagava nessuno… Però sono stata ricompensata. Pensa soltanto a questo bellissimo premio che la Federazione Internazionale ha voluto darmi! Per me è stata una gioia immensa apprendere di essere stata premiata ‘per i servizi offerti al Gioco’, scoprire che il Tennis prova riconoscenza nei miei confronti”.
- D’altronde, nel corso della tua vita hai fatto tanto anche nel campo della solidarietà, non soltanto per il Tennis…
“Sì, ma la mia attività in favore dell’Associazione per la Ricerca sul Cancro è una forma di riconoscenza verso chi mi ha aiutata a guarire da una malattia così terribile. Quando seppi di essere malata pensavo davvero di morire, e io della morte ho paura. Così, sono più di trent’anni che do il mio piccolo contributo alla lotta contro il cancro”.
- C’è qualcuno, nel tennis di oggi, in cui in qualche misura rivedi te stessa?
“No. Non del tutto, almeno. Confesso un piccolo debole per Maria Sharapova. E’ così bella, solare, dorata, ‘presente’ sul campo. Mi piace anche la Mauresmo. E mi piacciono le nostre ragazze. La Pennetta è una delizia. La Schiavone è così dinamica, così anticonvenzionale, un po’ strana forse, e complicata, comunque notevole”.
- Tu hai vissuto dal di dentro, o comunque da vicino, molte delle epoche del tennis italiano. Sapresti riassumere in poche frasi questo lungo percorso?
“Dobbiamo essere orgogliosi del nostro tennis. Nel corso della sua storia ci ha dato grandissime, bellissime soddisfazioni. Sebbene sia strano che molti dei nostri più celebri campioni – Cucelli, Nicola, io stessa – siano nati all’estero, i talenti non ci sono mai mancati, e uno diverso dall’altro. Pensa alla grinta di Gardini, all’estro ingovernabile di Beppino Merlo, alla baldanza di Panatta. Credo che abbiamo veramente dato al tennis mondiale qualcosa di molto vicino all’arte. Chiaro che ci sono gli alti e i bassi. Adesso stiamo venendo fuori da un periodo difficile piuttosto lungo, in cui fra l’altro il tennis è stato un po’ dimenticato. Non siamo i soli, intendiamoci: pensa agli inglesi, che hanno Wimbledon e un sacco di soldi ma pochissimi giocatori, sia di vertice sia di club.
“La cosa che più mi rende felice è che, sebbene le epoche da me attraversate siano davvero tante, non ho mai avuto dei nemici. Nel tennis italiano mi hanno sempre voluto tutti bene e sono rimasta fuori da ogni polemica, a cominciare da quelle politiche. Dunque mi considero una privilegiata e ho grandissima riconoscenza sia per i dirigenti di oggi che per quelli di ieri. Galgani, per esempio, mi considerava la sua reginetta e oggi, dal canto suo, Binaghi mi consente di avere un ruolo di ambasciatrice cui tengo moltissimo.
“Mi considero fortunata anche per questo: perché il tennis mi ha regalato così tanti cari amici”.
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pericoli, clerici, tommasi
Lunedì, 3 Marzo 2008 alle 15:30

SEGRETI E BUGIE

di Giancarlo Baccini
Rino Tommasi ha lungamente risposto tramite il blog di Ubaldo Scanagatta alle poche righe da me dedicategli. Ecco che cosa ha scritto:
”Caro Ubaldo,
vengo meno ad una regola che mi sono dato in quanto sollecitato da un intervento di uno dei frequentatori del tuo blog. “Anto” mi chiede se io mi sento lusingato o infastidito dagli attacchi che il signor Baccini mi rivolge sul sito della Fit.
Mi ha lusingato a suo tempo il 34,5 per cento dei voti che, senza aver fatto una telefonata, tanto meno una campagna elettorale, ho raccolto all’Assemblea di Fiuggi dove mi sono presentato solo per evitare che la cordata Binaghi-Panatta prendesse il 90 per cento dei voti. Mi crediate o meno l’ultima cosa che vorrei o avrei voluto fare è il presidente della Federazione perché non ho alcuna intenzione, a questo punto della mia carriera e della mia vita, cambiare un’attività che mi ha dato molte soddisfazioni.
In quanto a Baccini lui non ha nessuna responsabilità. Un presidente più attento di Binaghi non gli consentirebbe di fare un uso così personale del sito federale ma questo è un problema loro.
Di Baccini ricordo solo una pianta di fiori che molti anni fa mi ha inviato a casa per ringraziarmi di avergli dato un incarico ed uno stipendio in una rivista, Tennis Club che io dirigevo.
Ricordo anche che nel 1976, alla vigilia dell’unica finale di Coppa Davis che l’Italia ha vinto, si è fatto promotore dell’occupazione simbolica (mi auguro) della sede della Fit perché sosteneva che l’Italia non avrebbe dovuto giocare quella finale.
Io, che – secondo Baccini – odio il tennis italiano al punto tale di essermi voluto candidare alla Presidenza, mi sono battuto in ogni sede perché i nostri giocatori andassero in Cile perché sapevo che era un’occasione utile per conquistare un trofeo che rimane il più prestigioso nella storia del nostro tennis. I più importanti sono invece stati le due vittorie di Nicola Pietrangeli e quella di Adriano Panatta nelle prove del Grande Slam.
Perdo volentieri qualche minuto di più per raccontare quanto è successo il giorno in cui Francesca Schiavone ha battuto la Henin. Non ho visto quella partita perché dovevo registrare la mia settimanale rubrica calcistica per Sky e scrivere un articolo di pugilato per il Tempo, il quotidiano romano al quale collaboro da molti anni. Quando ho saputo il risultato ho chiamato il Tempo per essere sicuro che avessero almeno la notizia ma non avevano più lo spazio.
Il blog federale ha scritto “Il silenzio dei Colpevoli” accusandomi di avere deliberatamente trascurato la vittoria della Schiavone perché la mia attività giornalistica sarebbe unicamente indirizzata a sottolineare le sconfitte dei nostri tennisti. Ho visto invece la partita che la Schiavone ha perduto, giocando peraltro molto bene, contro la Dementieva e ne ho scritto, pur sapendo che potevo essere accusato di avere atteso la sua sconfitta per occuparmene.
L’ultima prodezza del blog federale è un “penalty point” che mi è stato dedicato nell’ultimo numero della loro rivista. Non meriterebbe risposta ma mi limito a riferire l’ultimo passaggio:
“gli juniores sono diventati strumentali al suo antitalianismo, Tommasi li ha ricoperti di bava e di aggettivi ingiuriosi. Che pena, ragazzi, assistere ad un così disastroso sfacelo intellettuale.”
No comment. Non ho riletto i miei articoli perché ho buona memoria ma anche perché la bava e gli aggettivi ingiuriosi non fanno parte del mio giornalismo. Al contrario trovo l’una e gli altri nella rivista federale.
Un’ultima notazione per Nicola Pietrangeli. Io gli devo, come tutti gli appassionati, troppa gratitudine per quello che ha fatto e per le gioie che ci ha dato per prendermela con qualche disinvolto intervento sulla rivista della Federazione. Nicola cerca invano di giustificare la brutta sconfitta subita l’anno scorso dalla nostra squadra di Davis ricordandoci che in Israele hanno perso anche i cileni. La differenza è che noi abbiamo perso in due giorni, che Bolelli ed il doppio hanno perso in tre set e che Seppi ha perso un singolare contro un avversario in preda ai crampi perdendo il quinto set da 3 a 1. I cileni hanno perso il doppio per 10-8 al quinto ed ugualmente in cinque set ha perduto Gonzalez il match decisivo nella terza giornata.
Dopo tutti i match che ha vinto, a Nicola un doppio fallo si deve perdonarlo
Poiché Baccini ogni tanto fa riferimento alla mia età, io mi limito ad augurargli di invecchiare come sto invecchiando io. In quanto al Memorial Tommasi temo che dovranno avere un po’ di pazienza.
Ti mando queste righe per l’amicizia che ci unisce da tanti anni e per la simpatia che mi hanno manifestato molti frequentatori del tuo blog, compresi quelli che qualche volta non sono d’accordo con me.

Rino Tommasi
Dunque.
Atto primo. Le elezioni del 2000.
Tommasi dice di essere “lusingato” di aver preso il 34,5% dei voti senza aver fatto né “campagna elettorale” né “una telefonata”. Bene. Si tratta di due affermazioni che mi lasciano a bocca aperta.
La prima perché tutto mi sarei aspettato da Tommasi tranne che si dicesse “lusingato” dall’aver riscosso il consenso elettorale dei dirigenti di tre Comitati Regionali che – si è poi acclarato – commettevano gravi irregolarità amministrative, sottraendo al controllo della FIT parte dei contributi che ricevevano. Se avessi amici così io non me ne vanterei troppo in giro, specie se la candidatura l’avessi accettata proprio su loro richiesta...
La seconda perché ci vuole una bella faccia tosta a sostenere di non aver fatto campagna elettorale. Forse Rino non avrà telefonato a nessuno (forse), ma è proprio sicuro di non aver spedito qualche letterina ai Circoli italiani? Sicuro sicuro?... E di non aver fatto neppure una conferenzina stampa piccola, piccola?... Vogliamo dargliela, un’occhiatina, ai giornali del 6 dicembre 2000?
“Il Messaggero” / Titolo: “Tommasi si candida per contrastare Binaghi”. Citazioni dal testo: “Conferenza stampa al Canottieri Roma. Presentazione di Nicola Pietrangeli, presidente del Circolo. Pare siano candidati vecchie conoscenze come Maritati, Frola, Francia”.
“Il Corriere dello Sport” / Titolo: “Tommasi: Il nuovo sono io”. Pillole di testo: “Rino Tommasi ha ufficializzato ieri la sua candidatura alla presidenza della Fit. Scarse indicazioni sui nomi dei componenti la squadra (ha concesso solo quelli di Virgilio Giavoni e Ettore Trezzi). I miei avversari sono giovani ma rappresentano il vecchio modo di gestire la politica sportiva”. E poi un’esilarante profezia: “Bisogna portare via gli Internazionali dal Foro Italico. In quella sede non c’è futuro”.
"La Gazzetta dello Sport” / Titolo: “Il candidato Tommasi si presenta. Esperienza e competenza per la Fit”. Il testo cita una sua frase: “Me l’hanno proposto alcuni amici tre giorni fa. Ho accettato perché penso che la mia sia una candidatura forte e credibile. C’è gente che da 3 anni studia da presidente ma io da 40 mi occupo di tennis”.
Strano modo di “non farsi” campagna elettorale, vero? E che bella prova di coerenza e di integrità, no?, presentarsi come “uomo nuovo” in nome e per conto di “amici” che nel tennis italiano avevano comandato per 30 anni (e sui quali si è sparato sempre ad alzo zero, come Tommasi aveva fatto fino al giorno prima...)!
Atto secondo. Il Cile. Ho già avuto modo di raccontare ai lettori di questo blog come mi fossi opposto alla trasferta dalle colonne del mio giornale (“Il Messaggero”) perché la finale si sarebbe giocata in uno stadio di Santiago che poco tempo prima era stato usato come lager e dove erano stati trucidati molti oppositori politici del golpista Pinochet (un dittatore che il buon Rino, fra il serio e il faceto, ha sempre detto di considerare “di sinistra”). Ma ho anche chiarito che la mia presunta partecipazione all’”occupazione” della Fit è solo una leggenda nata in seguito a una simpatica boutade di Gianni Clerici. Quel giorno a Viale Tiziano c’ero, ma come inviato del mio giornale, e rimasi in strada.
Atto terzo. La “pianta di fiori”. Non è vero che Tommasi mi abbia “dato un incarico ed uno stipendio in una rivista” che lui dirigeva (Tennis Club). L’incarico e lo stipendio me li diede, nel 1978, Carlo Della Vida, l’editore della rivista, disperato perché il direttore Tommasi non era in grado di garantirne la regolare pubblicazione, disinteressato com’era a qualsiasi forma di lavoro manuale. Per me era un meraviglioso e affascinante secondo lavoro (ero professionista già da 10 anni) che poco dopo fui però costretto ad abbandonare perché “Il Messaggero” mi affidò responsabilità incompatibili con l’impegno supplementare. Quando lasciai il giornale Della Vida fu costretto a chiuderlo. E’ vero invece che mandai un pensiero a Rino (così come lo mandai al mio amatissimo “Zio Carlo”, il miglior editore della mia vita). Ho l’abitudine di essere riconoscente, io. Non come certi ex-vati, che prima vengono a supplicarti di regalargli quattro biglietti-omaggio per le semifinali degli Internazionali BNL d’Italia e poi si dimenticano persino di dirti “grazie”.
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Venerdì, 29 Febbraio 2008 alle 08:23

IL SILENZIO DEI COLPEVOLI

di Giancarlo Baccini
Grande spazio su tutti i giornali, oggi, per l’impresa di Francesca Schiavone a Dubai. Così come grande spazio aveva avuto, qualche giorno fa, la vittoria di Andreas Seppi su Nadal.
Fra tante celebrazioni, mi avrebbe fatto piacere leggere il commento di Rino Tommasi, il veterano del giornalismo tennistico nazionale, l’uomo che larghi settori del nostro movimento accusano di anti-italianità pregiudiziale. Invece niente. Neppure una riga. Neppure un centesimo dello spazio che Rino ottenne l’anno scorso da uno dei giornali ai quali collabora per scrivere un articolo nel quale criticava gli altri giornali, colpevoli di aver dedicato troppo spazio al primo successo della Schiavone in un torneo della WTA, quello di Bad Gastein.
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Lunedì, 21 Gennaio 2008 alle 15:19

LETTERA APERTA DI SCANAGATTA

di Giancarlo Baccini
Ubaldo Scanagatta mi invia questa sua lettera aperta, indirizzata ai giocatori italiani di vertice, e mi invita a pubblicarla sul sito della FIT. Sono lieto di accontentarlo, naturalmente premettendo che, più sotto, dirò la mia

“Per favore smettetela di dire, o anche solo di pensare, che ce l’abbiamo con voi.
E’ finito un altro Slam e come sapete anche voi non è che il tennis italiano, qui in Australia, abbia brillato. Purtroppo negli Slam è una storia che si ripete. Da 30 anni, da Barazzutti ultimo semifinalista (a Parigi) nel 1978. Il nostri ultimo top-ten? Sempre Barazzutti, sempre 1978. Una donna top-ten? Mai avuta. Eppure ce ne sono state un centinaio delle nazioni più disparate e…disperate, dal 1973 a oggi. E prima.
Tante generazioni di tennisti si sono succedute, ma questo problema dei giornalisti cattivi con i giocatori italiani, si è riprodotto immancabilmente anno dopo anno.
Prima non si viveva in mondi così separati, il Club Italia da una parte, i giornalisti dall’altra. Capitava di uscire a cena insieme, di vedersi spesso. Le reciproche incomprensioni si appianavano più rapidamente, anche se non è mai mancato chi soffiasse sul fuoco.
Non è colpa vostra che siete i migliori d’Italia, quindi già molto più bravi di tantissimi, se non vincete di più. Non è facile arrivare dove siete arrivati voi. Lo sappiamo noi, lo sa la gente, lo sanno ancor meglio quelli che ci hanno provato e non ci sono riusciti.
Non è colpa vostra nemmeno se giocatori di altri Paesi ottengono risultati migliori.
Ma non è colpa neppur di noi giornalisti, inviati agli Slam dalle nostre testate giornalistiche per stendere anche bilanci comparati.
I lettori non si spiegano facilmente come mai in altri sport gli atleti italiani eccellono e nel tennis invece no.
Una volta Alberto Tomba sedeva accanto a me. Seguiva la finale junior di Andrea Gaudenzi con Enqvist al Roland Garros. Albertone trasalì quando io gli dissi: “Speriamo che un giorno Andrea riesca a salire fra i primi 20 delle classifiche mondiali…”.
“Primi 20 soltanto? Ma sarebbe un disastro! _ replicò e proseguì _ Nel tennis sento dire che arrivare fra i primi 100 è un traguardo…Ma se io fossi stato lo sciatore n.100 del mondo mi sarebbe venuta una depressione cronica e avrei smesso di sciare! Ok il tennis è praticato da molte più nazioni, molta più gente, ma insomma via…diventare il n.100 non può essere così difficile. E negli altri sport allora?”
Forse Tomba, estroverso guascone, esagerava.
Ma non esagero io, invece, quando dico che è una storia che si ripete ad ogni Slam, purtroppo, quella che i giornalisti _ chi più chi meno _ sarebbero più o meno sadicamente contenti delle vostre sconfitte. Che alcuni, addirittura, vi farebbero il tifo contro, soltanto per il gusto (?) di poter parlar male di voi…Saremmo gelosi dei vostri successi di fama e di soldi o frustrati per non aver colto gli stessi risultati da ex atleti.
Tesi mostruosamente assurde.
Provate ad immaginare che cosa significhi per un giornalista scrivere di uno sport che va in prima pagina per le vittorie dei suoi atleti anziché nelle “brevi” per le sconfitte. Quanto sia più facile essere inviato a seguire una gara di un Valentino Rossi, di una Ferrari, di un calcio o un volley campione del mondo, piuttosto che in Australia per assistere ad una debacle di 10 giocatori che perdono nei primi due turni.
Al venerdì della prima settimana qui non c’era più un italiano in gara. 23 Paesi invece erano ancora rappresentati.
Il tennis deve conquistarsi, con i gomiti, lo spazio fra le 40 discipline sportive cui il calcio lascia qualche soffio di respiro nelle mezze pagine riservate alle “varie”.
La felice eccezione l’abbiamo vissuta quest’anno quando Filippo Volandri ha battuto Gasquet, Federer e Berdych a Roma. I più felici per aver “sforato” nelle pagine più nobili dei giornali, nelle prime notizie dei tg, eravamo proprio noi vituperati giornalisti di tennis… che pure, a differenza dello stesso Volandri, del suo coach, del suo manager, dei suoi sponsor, non avevamo guadagnato mezzo euro dai suoi exploit. Solo attenzione, finalmente, solo considerazione..
Concetti, questi, espressi mille volte. Eppure non passa Slam senza che io oda le stesse recriminazioni, che io non riceva un messaggino telefonico da qualche coach che non si è dato neppure la briga di leggermi ma ha sentito dire che avrei scritto questo e quest’altro…Non so perché ma i “seminazizzania” non mancano mai. Fra i cortigiani dei giocatori ce ne sono sempre stati.
Eppure un coach che non cito per rispetto della sua privacy mi ha scritto qui in Australia: “Perchè ci hai attaccato così pesantemente?” e anche “Perché non ti informi meglio?” .
Chi scrive non può farlo in modo asettico come in un lancio di agenzia, se non si vuol far morire il lettore dagli sbadigli.
Una frase di Rino Tommasi tempo fa ha irritato tantissimi. L’ha pronunciata, nel contesto di uno di quei soliti paragoni fatti con altri Paesi più fortunati: “ “La Francia ha Gasquet e noi abbiamo Fognini!”. Non l’avesse mai detto!
Indignazione, accuse di crudeltà preconcetta, di anti-italianismo.
Capisco che sulle prime a casa Fognini possa non aver fatto piacere. Però i Fognini sono intelligenti. E per primi avranno capito che quella è la verità. Cruda ma la verità. Segnalarla è un dovere del cronista, non un vezzo.
Idem se la Francia che porta 29 giocatori all’Australian Open e noi 11, che sono tanti e anche questo va rilevato anche numeri di retroguardia non danno la soddisfazione di un top-ten. Ma le aspettative francesi su Gasquet, dacchè aveva 9 anni, e italiane su Fognini, dacchè era n.1 junior, erano purtroppo realmente diverse. E ciò senza nulla togliere a Fognini, bravissimo ragazzo, con un padre appassionatissimo e apprezzatissimo che ha investito tanto pur di aiutarlo al meglio.
Nessuno, nemmeno Tommasi, vuol mancare di rispetto a Fabio che, anche se è il n.94 e il suo coetaneo d’Oltralpe è invece n.8 , è pur sempre il migliore dei nostri giovani, quello che ha lavorato meglio e ottenuto i migliori risultati.
Mi rendo conto che a volte un’osservazione vera possa apparire malevola. Ma si deve avere la maturità per capire che quell’osservazione non sottintende necessariamente _ anzi! _ pregiudizi, malanimo, tantomeno malafede.
Smettete, per favore, di attribuire sempre cattive intenzioni a chi non vi copre di elogi. Noi abbiamo l’obbligo morale di informare l’opinione pubblica sui motivi (presunti, presumibili) per cui nel tennis non siamo vincenti come in altri sport.
Nessuno è perfetto, quindi certo non lo siamo nemmeno noi i giornalisti. Alcuni saranno più teneri, altri meno, alcuni scriveranno meglio (in tutti i sensi), altri peggio, ma ritenere insistentemente che alcuni lo facciano in malafede, o per partito preso, non solo è falso, non solo significa non conoscerli, ma significa contribuire a creare attorno a voi giocatori un sistema debole, nocivo per primo a voi stessi, meno sereno. Così vivete peggio la vostra vita agonistica, vi crea inconsciamente alibi controproducenti: “quello porta male, quell’altro spera che io perda”… “Ecco gli avvoltoi!”, alluse apertamente, e scioccamente, una volta Paolino Canè a Prato durante un match di Davis.
Alla fine questo atteggiamento vittimistico, alimentato talvolta anche dalla politica _ “Quello ce l’ha con la federazione, quindi anche con voi!” Ma chi l’ha detto? _ non favorisce nemmeno la vostra crescita mentale ed agonistica. E direi anche culturale. Una mentalità sbagliata si traduce, alla fine, in uomini e donne meno maturi, meno forti, meno in grado di reagire alle vere avversità della vita e dello sport. Quelle avversità, credetemi, non sono nascoste nella penna di un giornalista. Cercate di ricordarvelo.
Un abbraccio e forza che se vincete di più i primi ad essere contenti siamo noi
Ubaldo Scanagatta”

Se non conoscessi Ubaldo fin da quando era poco più di un ragazzino, e non sapessi bene quanta disinteressata passione per il tennis nutre, quella lettera mi sembrerebbe la classica “excusatio non petita, accusatio manifesta”. Anche perché in occasione delle mie frequentazioni con le migliori giocatrici e i migliori giocatori italiani non ho mai sentito nessuno lanciare le accuse indiscriminate di cui egli riferisce.
Ma se metterei la mano sul fuoco sul fatto che la coscienza di Ubaldo è immacolata, altrettanto non posso dire sul conto di quella di alcuni suoi colleghi. Dunque non me la sento di escludere che qualche giocatrice e qualche giocatore nutrano per loro una più che giustificata diffidenza. Il punto è che fra i giornalisti italiani che seguono il tennis ce ne sono alcuni che non si limitano – come Ubaldo, come Clerici e come la maggior parte degli altri - a fare i giornalisti e basta. C’è anche chi approfitta dello spazio che gli viene concesso dai rispettivi giornali per perseguire altri interessi e altri obiettivi.
Pensate a Tommasi, che si è addirittura candidato a diventare presidente della FIT!... Quanto può essere obiettivo uno che ha tutto l’interesse a dimostrare che le cose vanno male? E infatti eccolo cambiare di volta in volta il sistema con cui calcola l’entità del presunto “disastro italiano” per non dover ammettere, tramite il confronto fra cifre omogenee, che le cose stanno migliorando.
Pensate a Daniele Azzolini e a Stefano Semeraro, rispettivamente direttore e condirettore del giornale edito da Adriano Panatta, che lo fondò nel 2004 per tirare la volata elettorale delle sue marionette!... Vi sembra gente che può essere libera di dire cose diverse da quelle che convengono al loro padrone? E infatti sui quotidiani che danno loro ospitalità – probabilmente ignari di questo scandaloso conflitto di interessi – si sprecano i titoli che terroristicamente dipingono una realtà opposta a quella reale (“Il tennis affonda”, “Il tennis italiano a pezzi”, eccetera eccetera).
Pensate a un Lorenzo Cazzaniga il quale, oltre che pure lui condirettore dello stesso giornale di Panatta, è socio di aziende di comunicazione e di management sportivo che nutrono interessi commerciali in vari campi del tennis giocato. Interessi legittimi, intendiamoci, ma talvolta contrastanti con quelli dei giocatori o, magari, della stessa FIT.
Poiché quando scrivono sui quotidiani questi signori si guardano bene dall’informare con onestà e trasparenza i lettori degli interessi particolari di cui sono portatori, siamo di fronte a casi di clamorosa violazione della deontologia professionale che meriterebbero ben altri interventi che non queste poche righe o, come racconta Ubaldo, qualche sms di protesta... Per cui sono d’accordo col mio vecchio amico nell’auspicare un clima più disteso, ma non me la sento certo di condannare coloro che, giocatrici e giocatori in testa, ritengono che il disarmo non possa e non debba essere unilaterale.

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scanagatta, tommasi, giornalisti
Giovedì, 17 Gennaio 2008 alle 09:40

I CONTI CHE RINO HA NASCOSTO

di Giancarlo Baccini
Il mio precedente post (“L’autogol del vecchio Rino”) è stato come al solito letto con gli occhi foderati di prosciutto dai fans di Tommasi, cha hanno capito fischi per fiaschi e hanno controbattuto a qualcosa che non avevo scritto. Il post non voleva magnificare le mirabolanti imprese dei nostri tennisti di vertice ma sottolineare due cose: 1) giudicare il tennis italiano, come fa Tommasi, soltanto dai risultati dei suoi rappresentanti nei tornei del Grande Slam è una mistificazione; 2) pur volendo restringere il campo di indagine a questo unico parametro, Tommasi trucca le carte quando scrive sulla “Gazzetta dello Sport” che il 2007 è stato “l’anno più nero” per i nostri colori.
A queste inoppugnabili verità coloro che condividono con il vecchio Rino l’odio per il tennis italiano non hanno saputo contrapporre che la solita , ammuffita solfa sulla scarsità dei risultati degli azzurri nei grandissimi tornei.
Il punto di quel post, ribadisco, riguardava non la reale forza del vertice azzurro ma come certi giornalisti siano disposti a ogni compromesso con la propria coscienza pur di dipingerne il quadro con i loro colori e non con quelli della realtà. Il punto era la maligna furbizia con la quale Tommasi sceglie i numeri che più gli fanno comodo per dimostrare quello che vuole. Anche se non mi illudo che possa servire ad aprire loro gli occhi, propongo adesso ai suoi fedelissimi un’eclatante dimostrazione di questo spregiudicato metodo di azione.
Il 17 ottobre del 2001, quando era fresco di umiliazione elettorale, nella rubrica “Open di Rino” che Tommasi teneva sul “Guerin Sportivo” apparve un articolo intitolato “Certa stampa ha ragione” in cui, con il consueto obiettivo di infangare i nostri giocatori e i nostri coach, egli testualmente scriveva: “Preferisco far parlare i numeri che di solito dicono sempre la verità. Ho quindi preparato delle tabelle che rappresentano in forma schematica il rendimento fornito dai tennisti italiani nelle prove del Grande Slam, che sono poi quelle nelle quali – molto meglio che nelle competizioni a squadre – si misura il valore, individuale e complessivo, di un movimento”. E, sotto, ecco la tabella, “compilata (citazione testuale, ndr) sulla base di risultati ottenuti nei 4 tornei del Grande Slam. I punti sono attribuiti a ciascun giocatore con una scala 15-10-7-5-4-3-2-1 punti in funzione del piazzamento. Per ogni Paese sono indicati il numero dei giocatori utilizzati e il totale dei punti conquistati”. Il risultato del 2001, primo anno di governo dell’attuale gestione della FIT, era effettivamente deludente. In campo femminile l’Italia era ottava (8 presenze, 43 punti). In campo maschile diciottesima (6 presenze, 17 punti).
Ora torniamo al 2008. Tommasi decide di scrivere un articolo sull’”anno più nero” degli italiani negli Slam. Cosa fa, secondo voi? E’ lecito immaginare che faccia i conti utilizzando il suo stesso vecchio sistema, no? Per cui si mette lì e comincia a dare i famosi punti a seconda del piazzamento. Australian Open, Roland Garros, Wimbledon, Flushing Meadows… Uno più uno due, due più due quattro, e via così, di addizione in addizione. Solo che, quando tira le somme, il vecchio Rino quasi casca dalla sedia. Il metodo-Tommasi dà un risultato agghiacciante per il suo inventore. Altro che “anno più nero”!. Rispetto al 2001 l’Italia è risalita al quinto posto in campo femminile (10 presenze, 58 punti) e al decimo in campo maschile (10 presenze, 34 punti). Sebbene superate dalle ceche, le ragazze italiane hanno scavalcato in classifica Spagna, Germania, Belgio e Svizzera. I ragazzi italiani, invece, sono, sì, secondi a spagnoli, francesi, statunitensi, argentini, russi, svizzeri, tedeschi, cechi e serbi, ma in sei anni si sono messi alle spalle australiani, svedesi, brasiliani, inglesi, olandesi, belgi, croati, marocchini e canadesi che prima li sopravanzavano.
“Cacchio!”, si dice il vecchio Rino. “E come faccio adesso a scrivere che il 2007 è stato l’anno più nero?”. Mugina e rimugina, la risposta non può che essere una: bisogna cambiare la scelta dei numeri ai quali “far dire la verità”. Prova questo, prova quello... chissà quanta fatica prima di architettare un metodo che gli dia ragione. Finché, a un certo punto… Eureka! Calcolando la percentuale di vittorie sugli incontri disputati i quattro match di Slam in meno degli azzurri rispetto al 2006 fanno scendere la media di un paio di punti. Ed ecco prender forma la bella tabellina e il bell’articolo che agli occhi dei creduloni e dei correligionari dimostreranno come gli italiani – naturalmente eccezion fatta per il grande Tommasi e pochi altri eletti – nel tennis sono un popolo di incapaci.
Ricapitoliamo. Usando il suo vecchio metodo Tommasi avrebbe dovuto scrivere che nel 2007 l’Italia si è piazzata al 5. posto fra le 41 nazioni che hanno avuto almeno una giocatrice nei tabelloni degli Slam 2007 e al 10.mo fra le 38 che hanno avuto almeno un giocatore. Avrebbe dovuto ammettere che negli anni più recenti il tennis italiano ha fatto enormi progressi di sistema (gli unici, aggiungo io, che possano essere favoriti dal lavoro di una federazione, visto che i meriti e i demeriti al massimo livello di competizione sono individuali). Ma naturalmente se ne è ben guardato, perché il suo obiettivo non era quello di informare facendo “dire la verità ai numeri”, come gli piace far credere, ma dimostrare che chi lo ha battuto alle elezioni non capisce niente e che in Italia “gli è tutto da rifare”. Voi come la chiamate, questa? Buonafede?
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Sabato, 12 Gennaio 2008 alle 09:50

L'AUTOGOL DEL VECCHIO RINO

di Giancarlo Baccini
Credendo di fare un dispetto al tennis italiano, che odia al punto da aver tentato di distruggerlo candidandosi a diventare presidente della FIT, Rino Tommasi offre sulla Gazzetta dello Sport di oggi 12 gennaio un’altra piccola prova di ciò che nega, cioè il rilancio del nostro sport operato a tutti i livelli dal Consiglio Federale in carica dal 2001.
Ormai abbiamo rinunciato a illuderci sulla possibilità che Tommasi, dalla vetta su cui pensa di trovarsi, si accorga di quanto avviene in pianura (il boom dei tesserati, dell’attività agonistica, delle iscrizioni alle scuole tennis, il travolgente successo degli Internazionali BNL d’Italia) o a mezza costa (gli juniores italiani protagonisti vincenti del circuito mondiale di categoria). Tolleriamo pure che, per miopia o per imporre i suoi pregiudizi, taccia su quanto avviene sulle vette circostanti (trionfi italiani in Fed Cup, nel circuito WTA, nei doppi dello Slam),
Ma anche limitandoci a prendere in esame soltanto gli unici tornei di cui Tommasi ammette l’esistenza (forse perché pensa di esser lui, andandoci, a certificarla), l’utilizzazione delle cifre che fornisce dimostrano esattamente il contrario dei quello che egli si illude di dimostrare. Eh sì, perché basta leggere la prima colonnina delle sue tabelline per rendersi conto che, da quando la FIT è gestita dall’attuale Consiglio Federale, il numero di partite giocate dagli azzurri nei tornei del Grande Slam sono passate da 61 a 92, con un incremento del 50% (in particolare, quelle dei giocatori uomini sono addirittura raddoppiate: da 17 a 34).
Questi sono i numeri che contano, perché esprimono un trend di crescita globale, non l’esito delle singole partite. E’ veramente meschino approfittare di quattro vittorie in meno su oltre 90 partite per definire “anno più nero” un 2007 al termine del quale l’Italia ha migliorato il suo record storico di presenze nell’élite del tennis mondiale, con 8 ragazze fra le Top 100 della WTA e 5 ragazzi fra i Top 100 dell’ATP.
Voglio solo sperare che l’ennesima mistificazione del vecchio Rino sia soltanto un altro piccolo frutto del suo invecchiar male e non la reazione velenosa di qualcuno che, avendo tentato di intascare 50.000 euro di fondi federali destinati all’attività dei giovani muovendo alla FIT una pretestuosa causa per diffamazione, è talmente infuriato per la sconfitta subita in tribunale da non saper più leggere neppure i propri numeri.
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Martedì, 18 Dicembre 2007 alle 09:37

BUON COMPLEANNO, DAVIS!

di Giancarlo Baccini
Oggi ricorre il trentunesimo anniversario della conquista della Coppa Davis da parte dell’Italia e mi sembra giusto celebrarla non con i miei ricordi personali, oltretutto un po’ appannati, ma usando le parole di un giornale dell’epoca, la “Gazzetta dello Sport”, scritte da uno dei mostri sacri del giornalismo specializzato, Rino Tommasi.
Quale miglior maniera di rievocare l’irripetuto entusiasmo di quelle ore che riviverle attraverso la prosa del grande Rino?
Ecco dunque quelle parole, riportate esattamente come campeggiano nel mio ufficio, sulla parete alle mie spalle, riprodotte dalla gigantografia della prima pagina della “rosea” del 19 dicembre 1976. Peccato che il pezzo girasse alla pagina numero 3 e che, dunque, non ci è possibile riproporvelo integralmente, ma penso che la lettura di questo lungo “cappello” sarà sufficiente a trasmettervi la forza della partecipazione emotiva di Tommasi a quello storico evento.


“Con un secco tre a zero inflitto al Cile ad opera del doppio (Panatta-Bertolucci hanno vinto rimontando in quattro set ), l’Italia entra, con pieno merito, nel prestigioso libro d’oro della Coppa Davis. E’ un privilegio che per 73 anni e per 62 edizioni era toccato soltanto a quattro paesi: l’Australia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia.
Negli ultimi due anni si sono infine inserite Sud Africa e Svezia. Quanto fosse considerato tale è provato dal fatto che queste nazioni hanno sempre goduto, a livello di federazione internazionale, notevole vantaggi, non ultimo quello di un maggior numero di voti.
Lo stesso ”Grande Slam” raccoglie tutt’ora, indipendentemente dai grossi cambiamenti avvenuti anche in campo organizzativo, i tornei dei “ quattro grandi”, vale a dire i Campionati d’Australia, il Roland Garros, Wimbledon e Forest Hills. Il mondo del tennis, così sensibile alla tradizione, ha dunque affidato una precisa gerarchia al risultato della sua competizione più importante e più rappresentativa e non l’ha tradita nemmeno quando certi valori tennistici (come il caso della Francia e della Gran Bretagna) non sono stati più rispettati.
Nel 1974 la Davis ha cambiato corso. L’hanno vinta prima i sudafricani, poi gli svedesi, ed ora gli italiani. Per quanto sia impossibile inquadrare storicamente questa variante, torna difficile considerarla occasionale.
Peraltro corre l’obbligo di verificare alcune differenze che sono alla base dei successi che hanno turbato la tradizione “quadrangolare” della Davis. Vediamo così che il successo del Sud Africa è legato a ragioni politiche che hanno impedito - per la prima ed unica volta nella storia della competizione – lo svolgimento della finale; che il successo della Svezia è stato quello di un solo giocatore – Bjorn Borg – in contraddizione tecnica con il significato di una gara a squadre; invece il successo dell’Italia è stato otte-

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Sabato, 15 Settembre 2007 alle 16:49

SPERIAMO CHE STAVOLTA TOMMASI CI AZZECCHI!

di Giancarlo Baccini
Che le cose si sarebbero messe male l’avevo capito ieri pomeriggio, venerdì, quando la dogana russa aveva nuovamente rinviato la consegna delle maglie preparate dalla ADPromo, l’azienda che gestisce il merchandising della FIT, per “brandizzare” gli 80 tifosi italiani venuti fino a Mosca a sostenere la squadra azzurra nella difficilissima difesa del titolo mondiale. “Ve le diamo martedì”, aveva detto il doganiere a Christian Milici dopo aver per tre giorni in fila promesso di dargliele all’indomani. (Bel paese, la Russia. In sviluppo vertiginoso. Burocrazia esclusa, evidentemente. Quella è ancora da cortina di ferro).
Sapevo che restava pur sempre il trombettiere, ma certo non era di buon auspicio scoprire in extremis che non sarebbe stato possibile macchiare d’azzurro la tribuna come progettato. E quando ho visto Francesca mettere in rete non solo quel tocchetto elementare ma anche la lucidità con la quale aveva imbavagliato la numero 5 del mondo Chekavtadze, ho visto confermato quel che la mia inguaribile superstizione mi aveva suggerito. Persino il trombettiere ha smesso di suonare la fanfara dei Bersaglieri.

* * *

Non abbiamo ancora perso, intendiamoci. Nel tennis non si può mai dire, finché l’ultimo punto non è stato giocato. Ma la situazione è così difficile che neppure la grandissima carica di queste meravigliose ragazze può far intravedere una rimonta di quelle che le hanno rese celebri. Qualunque cosa accada, comunque, il “grazie!” che il tennis italiano deve rivolger loro non sarà meno forte e sentito. Pur se andasse definitivamente male, la azzurre sarebbero campionesse del mondo 2006 e vicecampionesse 2007: quale altra disciplina sportiva, magari osannata sui giornali a prescindere dai risultati, può vantare un palmarés del genere? Ecco perché il Consiglio Federale della FIT ha deciso di attribuire un premio a giocatrici e capitano indipendentemente da quanto succederà domani.

* * *

A proposito di giornali e giornalisti. Incontrato venerdì sera alla cena della stampa Rino Tommasi, arrivato in ritardo da Roma per colpa dell’aereo. Mi ha stretto la mano e mi ha detto “Sto benissimo!”, riferendosi a un mio pezzo che lo aveva preso un po’ di petto. “Invecchio alla grande e ti auguro di invecchiare bene come me”, ha aggiunto. Speriamo che almeno in questo ci azzecchi!
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Venerdì, 14 Settembre 2007 alle 14:20

FORTUNE E SFORTUNE

di Giancarlo Baccini
Chissà perché (correzione: io so perché, ma non lo dico), noi del clan azzurro eravamo convinti che il sorteggio del tabellone della Fed Cup 2008 ci avrebbe costretti ad andare in Cina. Diciamo che la sequenza di sorteggi sfigati da cui uscivamo, tra Fed e Davis, era talmente lunga da averci convinti che lassù nessuno ci ama e che, dunque, essa si sarebbe inevitabilmente allungata. Quando la successione delle estrazioni aveva fatto salire al 50 per 100 la probabilità di beccare proprio le cinesi avevamo già perso ogni speranza, ed è per questo che la panchina azzurra è esplosa di tripudio quando invece in Cina ci sono finite le francesi e a noi è rimasta la Spagna. L’unico pericolo è che il ruolo di favoriti finisca per giocarci qualche brutto scherzo, ma in linea di massima possiamo azzardarci a pensare già alle semifinali e a sentirci sicuri di restare nel World Group anche nel 2009.
A essere incontentabili si poteva sperare addirittura in qualcosa di meglio, perché se il sorteggio per determinare la posizione in tabellone delle teste di serie numero 3 e 4 fosse andato diversamente avremmo avuto la possibilità di ospitare sul patrio suolo, alla vigilia degli Internazionali BNL d’Italia, gli Stati Uniti delle sorelle Williams, con tutto quel che ne sarebbe conseguito non tanto dal punto di vista tecnico (con le sorelline sulla terra ce la giocheremmo più o meno alla pari) quanto da quello della promozione del tennis in generale e delle nostre impagabili ragazze in particolare.

* * *

A Mosca le azzurre non saranno sole. A tifare per loro ci saranno un’ottantina di persone venute dall’Italia e organizzate alla perfezione per fare più casino possibile. I tifosi indosseranno una maglia azzurra-souvenir appositamente realizzata e saranno guidati da un trombettiere, che darà loro la carica. Aggiungeteci il drappello-record di inviati al seguito di Barazzutti e delle sue ragazze (19) e vi renderete conto di quanto bene questo manipolo di eroine abbia fatto al nostro tennis e allo sport femminile italiano in generale. Un’attenzione così forte per una sfida il cui esito sembrerebbe scritto in partenza è la testimonianza di un rapporto con la gente che è ormai diventato diretto e non patisce più le nefaste influenze di quei mediatori che non perdono occasione per denigrare i giocatori italiani. Pensate che Tommasi ripete da un anno che nel 2006 abbiamo vinto la Fed Cup perché siamo stati fortunati (come no? fortunati a battere fuori casa tre squadre, due delle quali forti della giocatrice numero 1 del mondo in quel momento…) e che, non pago, oggi è riuscito a scrivere che: a) se siamo qui lo dobbiamo al fatto che in semifinale la Francia non ha convocato la Bartoli; b) che la Russia ci ha fatto il favore di chiamare la Chakvetadze (n. 5 WTA) anziché la Sharapova (n. 4)…

* * *

La Rai dedicherà a questa finale due giorni di diretta integrale sul satellite e un’ampia finestra in chiaro su Rai3. Sempre che il povero Bisteccone Galeazzi ce la faccia a salire sulla piccionaia dove i russi hanno impietosamente posizionato la sua postazione.
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SEMIFINALE DAVIS 2014 - SVIZZERA-ITALIA - GINEVRA - 12-14 SETTEMBRE 2014 - COMPRA IL TUO BIGLIETTO!
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