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Martedì, 25 Marzo 2008 alle 15:59

LA LOVE STORY DI LEA

di Giancarlo Baccini
Intervista con Lea Pericoli apparsa su “SuperTennis” nel 2006

di Giancarlo Baccini

Qualche settimana fa Lea Pericoli è stata insignita di un importante premio dalla Federazione Internazionale Tennis, diventando la prima donna italiana a ricevere un’onorificenza tanto prestigiosa. “Per i servizi resi al Gioco”, dice la motivazione, mirabilmente sintetizzando una vita interamente dedicata, prima da giocatrice e poi da giornalista, al nostro sport.
Certo, è quantomeno singolare che a rendere giustizia alla First Lady del tennis tricolore sia dovuta intervenire la massima organizzazione mondiale mentre l’intellighenzia nazionale l’ha sempre trattata con un pizzico di snobismo, a naso arricciato. Magari a Lea non hanno giovato, nell’inquadrare questo rapporto, la familiarità ai tempi in cui giocava e la rivalità professionale quando è diventata la prima telecronista delle cosiddette “tv private”, ma sta di fatto che sono davvero risicati, e non privi di qualche acida pennellata, i ritratti che i nostri più acclamati storici ne han tracciato nelle loro opere.
Tanto per fare un esempio, ecco le uniche righe che Gianni Clerici le ha dedicato nel suo pur voluminoso capolavoro “500 anni di tennis”:
“Per alcuni anni avevamo dovuto accontentarci di un’attenzione non solo sportiva, propiziata dall’apparire di Lea Pericoli, splendente nelle più audaci toilettes di Teddy Tinling. Il giorno prima di Wimbledon, tra i verdi fondali del club di Hurlingham, Lea appariva in tute trapuntate d’oro, sottanine piumate, trafori, reti, lamé sconvolgenti. Non mancava mai, la sua foto, sui giornali inglesi della domenica, e ci consolava un tantino della sua imminente eliminazione, perché la Pericoli fu certo più affascinante donna che grande tennista.
“Sui nostri campi rossi, di fronte ad avversarie infinitamente meno attrezzate, il suo piglio di ragazza di campagna, cresciuta tra Nairobi e Addis Abeba, era sufficiente a sgominarle tutte. Contro le amazzoni, Lea giocò qualche stupenda partita con le sue armi di autodidatta”.

Dal canto suo, in “Storia del Tennis” (1983), Rino Tommasi arriva a ridurne il ritratto a una sola riga di piombo: “Lea Pericoli ha imposto la sua superiorità e la sua personalità nei nostri confini”.
E invece Lea Pericoli è stata splendida ambasciatrice del tennis tricolore e con il suo charme, il suo calore e il suo sempre positivo entusiasmo ha giovato all’immagine del nostro movimento e alla diffusione del Gioco molto più di certi pessimisti di professione. Sebbene non sia stata forte come le eroine tricolori contemporanee, tipo Silvia Farina e Francesca Schiavone, ancor oggi chi pensa al tennis femminile italiano pensa prima di tutto a lei. Perché per la gente comune lo sport non è soltanto arida somma aritmetica di successi, non è statistica: è cuore. E la storia d’amore fra Lea e il tennis ha una grandezza epica impossibile da non avvertire nel profondo.
“Il mio amore per il tennis non ha confini. E’ stata una vera, smisurata, emozionante passione – racconta lei – La cosa che più sorprende anche me è che non accenna a diminuire. Nella vita tutto può finire, e spesso, anzi, sono proprio i grandi amori quelli che si bruciano più in fretta nel fuoco della passione. Se non ci fosse ‘sta storia con tennis io all’amore eterno avrei già smesso di crederci. Pensa che l’amo così tanto da aver deciso di smettere di giocare non appena mi sono resa conto di non essere più in grado di onorarlo a modo mio. Il giorno dopo aver vinto gli ultimi tre dei miei ventisette titoli italiani mi son detta: ‘Basta gare!’. Da allora, solo attività di club. E mai contro altre donne.”.
- Come è cominciata, la love story?
“Cominciò dopo la guerra, quando, ritornando indietro dall’Asmara dove eravamo sfollati, mio padre ci riportò ad Addis Abeba. Nel giardino della grande, splendida villa in cui andammo vidi per la prima volta un campo da tennis. Avevo nove anni. Il tennis mi folgorò subito. E’ un gioco bellissimo, in cui si assommano la forza, la tecnica, l’intelligenza, il coraggio. Non ti sazia mai. Il sabato e la domenica venivano a giocare in tanti. Notabili, ambasciatori… Stavo lì a guardare, affascinata, e aspettavo il momento giusto per fare anch’io quattro palle. Passo dopo passo, sono diventata una giocatrice ‘vera’”.
- Anche se all’epoca non c’era il professionismo, essere giocatrici ‘vere’ significava essere come le superstar di oggi, con tutto il corollario di fatica, di stress che il tennis di vertice comporta. Come si conciliava tutto questo con la pura e semplice passione amorosa?
“Come nella vita: l’amore spesso significa angoscia. Figurati!... Io ho sempre avvertito molto forte la pressione del gioco. I campionati italiani ‘dovevo’ assolutamente vincerli. Sai, all’epoca il titolo tricolore era quello più prestigioso. Te lo portavi dietro per un anno. Ci tenevamo tutti tantissimo. Pensa solo a Raul Gardini, che ci si faceva venire l’esaurimento nervoso ma che grazie alla combattività raggiungeva risultati impensabili contro avversari molto più dotati di lui. Insomma: era durissima. Ricorda che io di titoli ne ho vinti ventisette. Caprai da solo che cosa può aver comportato, a fine carriera, conquistare gli ultimi contro ragazze molto più giovani e potenti di me. Certe volte andare in campo era come accingersi a vivere in prima persona una tragedia greca. Ad aiutarmi, per fortuna, c’era il pubblico, che ha sempre tifato per me. Il segreto per farcela era in realtà la mia grande ambizione. L’ho scoperto in maturità, di essere così spaventosamente ambiziosa, e di tenere assai ai miei record, tipo quello dei chilometri percorsi in campo. Conservo ancora un articolo in cui Tommasi sosteneva che dopo due ore di gioco neppure Paola Pigni era in grado di correre come me. La forza del mio amore e della mia ambizione sono testimoniate proprio dal fatto che all’epoca correvo come un demonio mentre adesso che non gioco più sono diventata la donna più pigra del mondo. Insomma, il desiderio di primeggiare compensava l’angoscia e alimentava l’amore”.
- Oltre che per le tue doti di agonista tu, comunque, sei stata famosa anche, se non soprattutto, per lo charme che ha sempre contraddistinto la tua presenza in campo. I giornali inglesi ti mettevano in prima pagina con i tuoi celebri vestitini. Quando te li facevi fare da Teddy Tingley eri mossa dall’ambizione di figurare o da altri motivi?
“Sì, lo facevo per farmi notare, per essere diversa dalle altre. Ancor oggi non concepisco il motivo che spinge i tennisti a sembrare tutti uguali. Il tennis è uno sport che ti insegna a essere solo, a cavartela da solo. Anche il look serve a sottolineare questa unicità, questa solitudine. Io sono sempre stata una solitaria. Pensa a Panatta, che ai suoi tempi girava sempre con due-tre scagnozzi al seguito: beh, io mi sarei messa sotto a un mattone piuttosto che fare altrettanto. Tu mi hai mai visto con qualcuno al seguito?”.
- No. Però ho girato mezzo mondo con te e tutto mi sei sembrata tranne che una misantropa…
“Che c’entra? Quel che voglio dire è che ho sempre preteso di camminare con le mie gambe, non che non mi piace stare in compagnia. Non mi va di essere uniformata agli altri, e il fatto di vestirmi in modo eccentrico mi divertiva molto. Vedere la mia foto sui giornali mi piaceva. E poi, lo confesso, ero anche abbastanza furba, in questo gioco. I ‘vestitini’ me li mettevo soltanto quando sapevo che avrei vinto. Sai, col mio modo di giocare era impossibile che venissi battuta da qualcuna più debole di me, e magari qualche volta, invece, ero io a riuscire a battere qualcuna delle più forti. Così guardavo il tabellone, mi dicevo ‘qui si vince-qui si vince-qui si perde’ e sceglievo la tenuta giusta. Non si può scendere in campo coperte di piume di cigno e perdere”.
- Il fatto di essere una bella donna e di farti notare ti ha aiutata, prima in campo e poi nella vita?
“Mi ha aiutato tantissimo, perché allora, sennò, come cavolo facevi a far parlare di te? Nel tennis le donne venivano giudicate figlie di un dio minore, noiose da guardare… Invece io venivo invitata dappertutto perché giocassi nei tornei. Caraibi, Russia, Sudamerica… Manco avessi vinto Wimbledon! Viaggi che a quei tempi te li sognavi. E poi, sì, anche nella vita avere un po’ di charme aiuta. Se la scelta è fra una bella e una brutta ci sono pochi dubbi su come va a finire. Oggi comunque le donne hanno a disposizione molti mezzi per diventare più belle di quel che sono in realtà, dunque distinguersi è più difficile”.
- E’ anche per questo che sei stata fra le primissime ex-atlete che sono diventate giornaliste?
“Sì, sono stata abbastanza fortunata. Quando Montanelli fondò ‘Il Giornale’ mi chiamarono e la mia ambizione mi spinse a fare questo salto nel buio: allora non sapevo se sarei riuscita o no, anche se credevo in me stessa. Da cosa nasce cosa. E sono diventata anche la prima donna a fare delle telecronache sportive. Questo però fu una donna, a chiedermelo. Avevo un accordo con la Tv svizzera per fare dei servizi sul tennis femminile da Wimbledon, ma all’improvviso mi chiamò madame De Covingny, di TeleMontecarlo, e mi chiese di fare le telecronache di tutto il torneo. Proprio tutti i match, tutto il giorno e tutti i giorni, da sola. Lì per lì provai paura all’idea di accettare ma poi mi convinsi che era un’opportunità più unica che rara e accettai di correre questo rischio”.
- Se dovessi scegliere fra i tuoi ricordi da giocatrice e quelli da giornalista, quale diresti che è stata la parte più soddisfacente della tua vita?
“Beh, ci ho scritto su anche un libro, ‘Questa bellissima vita’, che ha vinto il Premio Bancarella Sport. Sono una donna fortunata. Ho avuto una vita meravigliosa. Ancora oggi ho delle soddisfazioni enormi. Io credo che se hai dentro una scintilla che ti fa amare le cose, che ti dà passione, tutto diventa bello. Il tennis mi ha dato grandissime soddisfazioni, specie considerando i mezzi che la natura mi aveva messo a disposizione e il fatto che mio padre non voleva che giocassi, per cui dovevo guadagnarmi da vivere lavorando. Segretaria d’azienda, ché parlavo perfettamente inglese e francese, dattilografa, pubblicità e Caroselli: tanti mestieri. Sennò dove li trovavo i soldi per andare a Wimbledon? Mica mi pagava nessuno… Però sono stata ricompensata. Pensa soltanto a questo bellissimo premio che la Federazione Internazionale ha voluto darmi! Per me è stata una gioia immensa apprendere di essere stata premiata ‘per i servizi offerti al Gioco’, scoprire che il Tennis prova riconoscenza nei miei confronti”.
- D’altronde, nel corso della tua vita hai fatto tanto anche nel campo della solidarietà, non soltanto per il Tennis…
“Sì, ma la mia attività in favore dell’Associazione per la Ricerca sul Cancro è una forma di riconoscenza verso chi mi ha aiutata a guarire da una malattia così terribile. Quando seppi di essere malata pensavo davvero di morire, e io della morte ho paura. Così, sono più di trent’anni che do il mio piccolo contributo alla lotta contro il cancro”.
- C’è qualcuno, nel tennis di oggi, in cui in qualche misura rivedi te stessa?
“No. Non del tutto, almeno. Confesso un piccolo debole per Maria Sharapova. E’ così bella, solare, dorata, ‘presente’ sul campo. Mi piace anche la Mauresmo. E mi piacciono le nostre ragazze. La Pennetta è una delizia. La Schiavone è così dinamica, così anticonvenzionale, un po’ strana forse, e complicata, comunque notevole”.
- Tu hai vissuto dal di dentro, o comunque da vicino, molte delle epoche del tennis italiano. Sapresti riassumere in poche frasi questo lungo percorso?
“Dobbiamo essere orgogliosi del nostro tennis. Nel corso della sua storia ci ha dato grandissime, bellissime soddisfazioni. Sebbene sia strano che molti dei nostri più celebri campioni – Cucelli, Nicola, io stessa – siano nati all’estero, i talenti non ci sono mai mancati, e uno diverso dall’altro. Pensa alla grinta di Gardini, all’estro ingovernabile di Beppino Merlo, alla baldanza di Panatta. Credo che abbiamo veramente dato al tennis mondiale qualcosa di molto vicino all’arte. Chiaro che ci sono gli alti e i bassi. Adesso stiamo venendo fuori da un periodo difficile piuttosto lungo, in cui fra l’altro il tennis è stato un po’ dimenticato. Non siamo i soli, intendiamoci: pensa agli inglesi, che hanno Wimbledon e un sacco di soldi ma pochissimi giocatori, sia di vertice sia di club.
“La cosa che più mi rende felice è che, sebbene le epoche da me attraversate siano davvero tante, non ho mai avuto dei nemici. Nel tennis italiano mi hanno sempre voluto tutti bene e sono rimasta fuori da ogni polemica, a cominciare da quelle politiche. Dunque mi considero una privilegiata e ho grandissima riconoscenza sia per i dirigenti di oggi che per quelli di ieri. Galgani, per esempio, mi considerava la sua reginetta e oggi, dal canto suo, Binaghi mi consente di avere un ruolo di ambasciatrice cui tengo moltissimo.
“Mi considero fortunata anche per questo: perché il tennis mi ha regalato così tanti cari amici”.
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pericoli, clerici, tommasi
Domenica, 16 Dicembre 2007 alle 10:06

AMARCORD (2)

di Giancarlo Baccini
Giovedì sera, durante la Festa che ha riunito a Roma tutti coloro che vogliono bene al tennis, guardando Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli insieme sul palcoscenico dove transitavano i nostri campioni e i vertici dello sport italiano, sono stato assalito da una tamburellante sequenza di flash-back che mi hanno riportato per qualche minuto indietro di 31 anni, ai giorni di Santiago del Cile.
Gli agenti scatenanti sono stati Lea e Nick perché figurano tra gli interpreti principali di gran parte degli spezzoni del filmato su quell’unica vittoria azzurra in Coppa Davis archiviato nel mio vecchio cervello. Purtroppo non possiedo la formidabile memoria eidetica di Rino Tommasi, e i ricordi che serbo di quella trionfale settimana non hanno alcuna organizzazione. Però domani è il compleanno della finale cilena (17-19 dicembre 1976) e siccome m’ero ripromesso di celebrare l’occasione raccontando qualche aneddoto ai più pazienti fra i lettori di questo blog, sfrutto il flusso di flash-back dell’altra sera per onorare l’impegno.
Provo ad andare con ordine, anche se non sono sicuro che corrisponda a quello nel quale gli eventi si svolsero davvero. Ricordo prima di tutto un viaggio complicato, lunghissimo. I giornalisti italiani che rivedo presenti, oltre al sottoscritto, sono Rino Tommasi ed Enrico Campana (La Gazzetta dello Sport), Alfonso Fumarola (Il Corriere dello Sport), Vittorio Piccioli (Stadio), Onorato Cerne (Tuttosport), Rino Cacioppo (La Stampa), Daniele Parolini (Il Corriere della Sera), Lea Pericoli e Silvano Tauceri (Il Giornale), Gianni Clerici (Il Giorno), Roberto Mazzanti (Match-Ball e Resto del Carlino), Mario Giobbe (Radio Rai).
Non mi sembra che ci fosse nessuno di Repubblica, che aveva meno di un anno di vita e non usciva il lunedì. Sono sicuro che l’anno dopo a Sydney, quando l’Italia affrontò in finale l’Australia, Repubblica inviò Oliviero Beha, ma non ricordo Oliviero anche a Santiago. Sono ragionevolmente sicuro, invece, che ci fosse pure Ubaldo Scanagatta (La Nazione) però non riesco a visualizzarlo. Il telecronista Rai Guido Oddo non c’era (venne pure lui a Sidney nel ’77, ma credo che, non mandandolo in Cile, la Rai dell’epoca avesse voluto tenersi fuori dalle polemiche politiche che avevano preceduto la spedizione) e fece poi la telecronaca via tubo insieme con Giampiero Galeazzi, aprendo una “finestra” sul TG1 delle 20.30 quando, sabato 18, il trionfo azzurro maturò nel doppio. Fotografi? Di sicuro Angelo Tonelli, ho qualche incertezza su Ettore Ferreri. C’era forse Granata, o lui entrò nel tennis più tardi?
Con noi c’erano anche una trentina di appassionati, la gran parte dei quali romani ( il tennis di quegli anni era soprattutto figlio dei circoli romani). Ricordo che durante la tratta Buenos Aires-Santiago del Cile vidi da finestrino l’Aconcagua, la montagna più alta del Sudamerica. Ricordo che, essendomi pesantemente schierato contro il regime di Pinochet durante la lunga e turbolenta vigilia della finale, una volta messo piede all’aeroporto avevo un po’ di paura, anche perché l’anno prima in Colombia me l’ero vista brutta per motivi analoghi durante i Mondiali di nuoto. Ricordo che invece l’ingresso nel Paese fu rapido e che tutti i cileni sembravano simpatici, sereni, cordiali.
Se non ricordo male, in tutta la settimana che rimanemmo laggiù soltanto Tauceri e Parolini passarono un brutto quarto d’ora quando, avendo scattato delle foto a dei poliziotti di guardia a una installazione militare, vennero inseguiti e fermati (dovettero consegnare il rullino). Gli italiani emigrati in Cile ci invitavano a casa loro. Una sera finimmo in una villa dove si beveva “pisco sour” (un’aguardiente locale miscelata a succo di limone), si mangiava pasta scotta, si cantavano struggenti canzoni andine dedicate ai condor e si giocava a biliardo sotto lo sguardo severo di un busto di Mussolini.
Ricordo il centro di Santiago addobbato per Natale e lo strano effetto che facevano gli abeti spruzzati di neve finta in un posto dove c’erano quasi 30 gradi di temperatura. Ricordo Lea Pericoli con i capelli tenuti indietro da una fascia colorata e, accanto a lei, il sorriso dolce ed enigmatico di Bitti Bergamo, lo sfortunato Bitti che nel 1978 avrebbe preso il posto di Nicola Pietrangeli sulla panchina azzurra e che nel 1979, quando stavamo preparando la trasferta di San Francisco (terza delle quattro finali giocate da quella squadra), morì sull’autostrada perché un TIR gli fece un’inversione a U davanti, mentre diluviava. Ricordo i giornali locali dare un sacco di spazio all’evento, intervistando anche noi ospiti italiani (me compreso: solo che mi fecero dire quello che gli pareva, non quel che avevo detto io). Un quotidiano dedicò una doppia pagina al servizio di Panatta, analizzandolo con una sequenza fotografica sotto al titolo “El tremendo saque del senor Panatta”).
Ricordo lo Stadio Nacional – quello di cui i golpisti di Pinochet avevano fatto un campo di concentramento – come un bell’impianto con spalti ovali dipinti di bianco e celeste, non affollatissimo ma con un pubblico caldo e abbastanza competente. Gridavano “Ci-ci-cì! Le-le-lè! Vi-va-ci-le!” e battevano le mani a tutti, a partire dai nostri. Enrique Morea, il gran signore argentino che svolgeva il ruolo di giudice arbitro, non dovette fronteggiare alcun problema.
Ricordo che il clan azzurro si portava dietro le sue tensioni e le sue divisioni (Panatta e Bertolucci da una parte, Barazzutti e Zugarelli dall’altra, Pietrangeli nel mezzo e Belardinelli, uomo di campo, tirato per la giacca da tutte le parti perché c’era appena stato il rinnovo delle cariche federali ed a quell’epoca la “politica” non era semplice e lineare come adesso). A un certo punto Belardinelli si prese un’arrabbiatura storica che lo portò per qualche ora in ospedale.
Poi tutto andò come doveva andare. Barazzutti penò un pochino contro il numero 1 cileno Jaime Fillol, che aveva pure un piccolo stiramento ai muscoli addominali, ma vinse in quattro set quello che era l’incontro sulla carta più difficile della finale. Dopo, il cammino fu tutto in discesa. Panatta lasciò sette games all’indio Patricio Cornejo, nero nero e non attrezzato a competere a quel livello (non dimenticate che il Cile era arrivato in finale solo grazie al fatto che l’URSS s’era rifiutato di incontrarlo). Un po’ di braccino fece perdere il primo set del doppio a Bertolucci e Panatta e li fece penare fino al 9-7 nel terzo, ma poi tutto andò come doveva e alla fine eccoli lì, i nostri eroi, a fare il giro di campo con l’insalatiera e il tricolore, le mani sulla Coppa, Nick sulle spalle, immagini che irruppero in diretta anche nelle case italiane grazie al TG1, un evento mai verificatosi prima nel nostro Paese.
Curiosamente non ricordo come festeggiammo quella sera. Ricordo le solite litigate del giorno dopo per chi doveva giocare a risultato acquisito (oltretutto la consuetudine di passare al due su tre in situazioni del genere non era ancora stata inventata – la inventò Pietrangeli in Spagna l’anno successivo, mi sembra) e che alla fine Panatta dovette scannarsi con Fillol per vincere 10-8 al quarto set mentre l’ombroso Zugarelli perse in tre set secchi con la riserva cilena Prajoux, un brevilineo peloso di mediocre livello.
Ricordo una ripartenza davvero caotica, con il nostro aereo che si rompe sulla pista e l’assalto all’arma bianca a un DC-10 della Swissair parcheggiato lì accanto (“Ai mejo posti!”, come gridava Aldo Fabrizi nei film della famiglia Passaguai saltando sul trenino Roma-Ostia). Ricordo tre giorni di meravigliosa vacanza a Rio de Janeiro e le strepitose vittorie all’italiana ai danni dei giovanotti locali nelle partite di beach-soccer sulla spiaggia di Copacabana: Cacioppo, ex pallavolista, in porta (“Zoff! Cioff!”, lo sfottevano gli avversari), Pietrangeli libero in difesa a intercettare palloni e a rilanciarli con il piede fatato verso l’unico che corresse, Barazzutti, in una letale esecuzione del più classico schema catenaccio-contropiede.
E infine, tutti a casa. A Fiumicino, quando atterrammo con la Coppa, c’erano solo i parenti che erano venuti a prenderci.

2 – continua
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