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Giovedì, 17 Aprile 2008 alle 12:06

BOCCIATO PANATTA

di Giancarlo Baccini
Adriano Panatta, candidato a far parte del Consiglio Comunale di Roma, è stato bocciato dagli elettori. L'ex-tennista, che figurava nella "Lista Civica per Rutelli", ha racimolato appena 431 preferenze, piazzandosi al nono posto fra i compagni di lista. Meglio di Panatta ha fatto anche il signor Rusu, esponente della comunità rumena (587 voti).
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panatta
Venerdì, 4 Gennaio 2008 alle 14:49

AMARCORD (3): AUSTRALIA '77

di Giancarlo Baccini
Il 2008 ha appena emesso i suoi primi vagiti e già il tennis ha ripreso il cammino attorno al mondo, ricominciando, com’è ovvio, da là dove fa caldo. Fra qualche giorno, poi, tutti convergeranno a Melbourne per il primo grande appuntamento della stagione. Invidio i giocatori, i giornalisti e tutti coloro che si apprestano a raggiungere quel meraviglioso Paese che è l’Australia, bellissimo e abitato da gente serena nel cui DNA predominano i geni che trasmettono l’amore per lo sport e per i suoi valori. Per noi del tennis, poi, l’Australia è il Paese delle 28 Coppe Davis, di Laver e di Rosewall, di Hoad e di Newcombe, di Margaret Court-Smith e di Evonne Goolagong, una specie di Mecca da visitare con religioso fervore almeno una volta nella vita.
Io ci sono stato un bel po’ di volte, ma adesso non ci vado da oltre dieci anni e ne sento forte la nostalgia. Conosco Sydney e Melbourne, Adelaide e Perth, Port Douglas e le isole della Grande Barriera Corallina. Un giorno, durante un pazzesco viaggio aereo di 36 ore filate da Città del Messico a una cittadina del nordest chiamata McKay, sono persino atterrato a Rockhampton, la città natale di Laver, e se invece di ridecollare subito mi avessero lasciato sbarcare giuro che appena sceso mi sarei inginocchiato per baciare il suolo.
Ricordo ancora con grande emozione la prima volta che andai in Australia. Era il dicembre del 1977, l’occasione la seconda tappa dell’epopea della Nazionale che l’anno prima aveva conquistato la Coppa Davis in Cile. Gli azzurri si erano qualificati per la seconda delle loro quattro finali in cinque anni grazie a un facile successo a Baastad con la Svezia priva di Borg, a una rissosa vittoria per 3-2 in terra di Spagna (l’evento merita un breve excursus: Zugarelli si rifiutò di subentrare a Panatta a risultato acquisito e Adriano, indispettito, si fece battere 61 60 dallo sconosciuto Soler; il pubblico di Barcellona reagì male, insultandolo, e quando qualcuno osò dargli addirittura una cuscinata sulla testa Panatta si tuffò fra la folla come un missile terra-aria, scatenando un parapiglia che quasi tutti i giornalisti italiani condannarono inzuppando la penna nell’ipocrisia), e a una mezza passeggiata romana contro la Francia.
23 ore di volo, comprensive di due tramonti, ci portarono a Sydney dopo scali a Bahrein, Bombay, Bangkok e Singapore. Eravamo i soliti, con in più l’esordiente Oliviero Beha. Stavolta c’era anche Guido Oddo, il telecronista che la Rai aveva lasciato a casa in occasione della finale dell’anno prima. Oddo, maniaco dell’abbronzatura, salì in aereo nero di lampada e atterrò pallido e scolorito, beccandosi micidiali sfottò, ma poi ebbe modo di rifarsi sulla mitica spiaggia dei surfisti, Bondi Beach.
Nonostante l’enorme vantaggio orario sull’Italia (10 ore), posate le valigie andammo subito allo stadio White City, che all’epoca ospitava anche l’Open d’Australia (ad anni alterni: l’altra sede era Melbourne), per vedere gli allenamenti degli azzurri e raccogliere materiale per i nostri articoli. Trovammo un Nicola Pietrangeli molto nervoso, e non soltanto per le fastidiosissime mosche cavalline che imperversavano dovunque, costringendoci a spalmarci di un semi-inutile liquido repellente. Quella sarebbe stata la sua ultima panchina di capitano e lui, che viveva da giorni a fianco dei congiurati, lo sospettava già. Ci rilasciò dichiarazioni pepate, che edulcorammo per amicizia ma che comunque contribuirono a complicare le cose.
Furono giorni caldi, e non solo per via dell’estate australe. Sydney si rivelò bellissima, la città più bella del mondo, e irresistibile, popolata da gente meravigliosa (tutti tipo Crocodile Dundee, anche le possenti donne) e ricca di attrattive: acquari, musei, ristoranti raffinati e carissimi (Eliza’s nel quartiere di Double Bay, soprannominato “double pay” per via dei prezzi), quartieri a luci rosse, spiagge, battelli, squali ed altri spettacolari animali.
Anche la finale fu caldissima. Nel primo match Panatta prese un liscio e busso memorabile da Tony Roche e subito dopo Barazzutti, a causa delle baruffe della vigilia preferito a Zugarelli nonostante si giocasse sull’erba, non fece più di un set contro Alexander. Sembrava già finita perché il doppio australiano, Alexander-Dent, era uno dei più forti del mondo, e invece Adriano e Bertolucci giocarono forse la più bella delle loro partite e li batterono tre set a zero.
A quel punto l’Italia intera si mobilitò per assistere in diretta, nella notte fra sabato e domenica, agli ultimi due singolari. Gruppi di amici si riunirono davanti al televisore, muniti di cibarie e sigarette, per vivere di persona le emozioni che grazie ai satelliti quel confronto avrebbe proposto loro da 18.000 chilometri di distanza. Panatta perse il primo set ma poi ribaltò l’esito dell’incontro e si portò avanti per 2-1. In Italia quasi albeggiava ma il tifo era alle stelle. A quel punto, però, il tempo si guastò. A White City si alzò un vento capriccioso e fastidioso, una raffica di qua e una di là, con velocità sempre diverse. Sia Alexander sia Panatta, entrambi molto alti, lo pativano quando si trovavano al servizio. Adriano, però, lo patì un po’ di più, e perse i successivi due set 8-6 e 11-9 (all’epoca in Davis non c’era ancora il tie break). Il sogno di un bis mondiale svanì così, in una caliginosa serata australiana e nel corrispondente mattino italiano, lasciandoci ancor più amaro in bocca perché nell’inutile match successivo Barazzutti dimostrò di poter tenere testa a Roche prima che la notte li fermasse sul 12-12 nel primo set.
A ripensarci oggi, credo che nel nostro Paese il tennis abbia toccato proprio in quei giorni il vertice massimo della sua popolarità. All’epoca non c’era ancora l’Auditel (la Rai era monopolista), ma nonostante fossero gli anni dei trionfi di Lauda con la Ferrari do per certo che nei gusti degli sportivi e negli spazi di cui godeva il tennis era secondo soltanto al calcio e sopravanzava la Formula 1. Poi vennero la cacciata di Pietrangeli e il patetico tracollo di Budapest. La magìa di quella squadra si era incrinata a Sydney e neppure le finali del ’79 a San Francisco e dell’80 a Praga furono sufficienti a ricostruire l’incanto della vigilia australiana.
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coppa davis, pietrangeli, panatta, barazzutti, bertolucci, zugarelli
Domenica, 16 Dicembre 2007 alle 10:06

AMARCORD (2)

di Giancarlo Baccini
Giovedì sera, durante la Festa che ha riunito a Roma tutti coloro che vogliono bene al tennis, guardando Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli insieme sul palcoscenico dove transitavano i nostri campioni e i vertici dello sport italiano, sono stato assalito da una tamburellante sequenza di flash-back che mi hanno riportato per qualche minuto indietro di 31 anni, ai giorni di Santiago del Cile.
Gli agenti scatenanti sono stati Lea e Nick perché figurano tra gli interpreti principali di gran parte degli spezzoni del filmato su quell’unica vittoria azzurra in Coppa Davis archiviato nel mio vecchio cervello. Purtroppo non possiedo la formidabile memoria eidetica di Rino Tommasi, e i ricordi che serbo di quella trionfale settimana non hanno alcuna organizzazione. Però domani è il compleanno della finale cilena (17-19 dicembre 1976) e siccome m’ero ripromesso di celebrare l’occasione raccontando qualche aneddoto ai più pazienti fra i lettori di questo blog, sfrutto il flusso di flash-back dell’altra sera per onorare l’impegno.
Provo ad andare con ordine, anche se non sono sicuro che corrisponda a quello nel quale gli eventi si svolsero davvero. Ricordo prima di tutto un viaggio complicato, lunghissimo. I giornalisti italiani che rivedo presenti, oltre al sottoscritto, sono Rino Tommasi ed Enrico Campana (La Gazzetta dello Sport), Alfonso Fumarola (Il Corriere dello Sport), Vittorio Piccioli (Stadio), Onorato Cerne (Tuttosport), Rino Cacioppo (La Stampa), Daniele Parolini (Il Corriere della Sera), Lea Pericoli e Silvano Tauceri (Il Giornale), Gianni Clerici (Il Giorno), Roberto Mazzanti (Match-Ball e Resto del Carlino), Mario Giobbe (Radio Rai).
Non mi sembra che ci fosse nessuno di Repubblica, che aveva meno di un anno di vita e non usciva il lunedì. Sono sicuro che l’anno dopo a Sydney, quando l’Italia affrontò in finale l’Australia, Repubblica inviò Oliviero Beha, ma non ricordo Oliviero anche a Santiago. Sono ragionevolmente sicuro, invece, che ci fosse pure Ubaldo Scanagatta (La Nazione) però non riesco a visualizzarlo. Il telecronista Rai Guido Oddo non c’era (venne pure lui a Sidney nel ’77, ma credo che, non mandandolo in Cile, la Rai dell’epoca avesse voluto tenersi fuori dalle polemiche politiche che avevano preceduto la spedizione) e fece poi la telecronaca via tubo insieme con Giampiero Galeazzi, aprendo una “finestra” sul TG1 delle 20.30 quando, sabato 18, il trionfo azzurro maturò nel doppio. Fotografi? Di sicuro Angelo Tonelli, ho qualche incertezza su Ettore Ferreri. C’era forse Granata, o lui entrò nel tennis più tardi?
Con noi c’erano anche una trentina di appassionati, la gran parte dei quali romani ( il tennis di quegli anni era soprattutto figlio dei circoli romani). Ricordo che durante la tratta Buenos Aires-Santiago del Cile vidi da finestrino l’Aconcagua, la montagna più alta del Sudamerica. Ricordo che, essendomi pesantemente schierato contro il regime di Pinochet durante la lunga e turbolenta vigilia della finale, una volta messo piede all’aeroporto avevo un po’ di paura, anche perché l’anno prima in Colombia me l’ero vista brutta per motivi analoghi durante i Mondiali di nuoto. Ricordo che invece l’ingresso nel Paese fu rapido e che tutti i cileni sembravano simpatici, sereni, cordiali.
Se non ricordo male, in tutta la settimana che rimanemmo laggiù soltanto Tauceri e Parolini passarono un brutto quarto d’ora quando, avendo scattato delle foto a dei poliziotti di guardia a una installazione militare, vennero inseguiti e fermati (dovettero consegnare il rullino). Gli italiani emigrati in Cile ci invitavano a casa loro. Una sera finimmo in una villa dove si beveva “pisco sour” (un’aguardiente locale miscelata a succo di limone), si mangiava pasta scotta, si cantavano struggenti canzoni andine dedicate ai condor e si giocava a biliardo sotto lo sguardo severo di un busto di Mussolini.
Ricordo il centro di Santiago addobbato per Natale e lo strano effetto che facevano gli abeti spruzzati di neve finta in un posto dove c’erano quasi 30 gradi di temperatura. Ricordo Lea Pericoli con i capelli tenuti indietro da una fascia colorata e, accanto a lei, il sorriso dolce ed enigmatico di Bitti Bergamo, lo sfortunato Bitti che nel 1978 avrebbe preso il posto di Nicola Pietrangeli sulla panchina azzurra e che nel 1979, quando stavamo preparando la trasferta di San Francisco (terza delle quattro finali giocate da quella squadra), morì sull’autostrada perché un TIR gli fece un’inversione a U davanti, mentre diluviava. Ricordo i giornali locali dare un sacco di spazio all’evento, intervistando anche noi ospiti italiani (me compreso: solo che mi fecero dire quello che gli pareva, non quel che avevo detto io). Un quotidiano dedicò una doppia pagina al servizio di Panatta, analizzandolo con una sequenza fotografica sotto al titolo “El tremendo saque del senor Panatta”).
Ricordo lo Stadio Nacional – quello di cui i golpisti di Pinochet avevano fatto un campo di concentramento – come un bell’impianto con spalti ovali dipinti di bianco e celeste, non affollatissimo ma con un pubblico caldo e abbastanza competente. Gridavano “Ci-ci-cì! Le-le-lè! Vi-va-ci-le!” e battevano le mani a tutti, a partire dai nostri. Enrique Morea, il gran signore argentino che svolgeva il ruolo di giudice arbitro, non dovette fronteggiare alcun problema.
Ricordo che il clan azzurro si portava dietro le sue tensioni e le sue divisioni (Panatta e Bertolucci da una parte, Barazzutti e Zugarelli dall’altra, Pietrangeli nel mezzo e Belardinelli, uomo di campo, tirato per la giacca da tutte le parti perché c’era appena stato il rinnovo delle cariche federali ed a quell’epoca la “politica” non era semplice e lineare come adesso). A un certo punto Belardinelli si prese un’arrabbiatura storica che lo portò per qualche ora in ospedale.
Poi tutto andò come doveva andare. Barazzutti penò un pochino contro il numero 1 cileno Jaime Fillol, che aveva pure un piccolo stiramento ai muscoli addominali, ma vinse in quattro set quello che era l’incontro sulla carta più difficile della finale. Dopo, il cammino fu tutto in discesa. Panatta lasciò sette games all’indio Patricio Cornejo, nero nero e non attrezzato a competere a quel livello (non dimenticate che il Cile era arrivato in finale solo grazie al fatto che l’URSS s’era rifiutato di incontrarlo). Un po’ di braccino fece perdere il primo set del doppio a Bertolucci e Panatta e li fece penare fino al 9-7 nel terzo, ma poi tutto andò come doveva e alla fine eccoli lì, i nostri eroi, a fare il giro di campo con l’insalatiera e il tricolore, le mani sulla Coppa, Nick sulle spalle, immagini che irruppero in diretta anche nelle case italiane grazie al TG1, un evento mai verificatosi prima nel nostro Paese.
Curiosamente non ricordo come festeggiammo quella sera. Ricordo le solite litigate del giorno dopo per chi doveva giocare a risultato acquisito (oltretutto la consuetudine di passare al due su tre in situazioni del genere non era ancora stata inventata – la inventò Pietrangeli in Spagna l’anno successivo, mi sembra) e che alla fine Panatta dovette scannarsi con Fillol per vincere 10-8 al quarto set mentre l’ombroso Zugarelli perse in tre set secchi con la riserva cilena Prajoux, un brevilineo peloso di mediocre livello.
Ricordo una ripartenza davvero caotica, con il nostro aereo che si rompe sulla pista e l’assalto all’arma bianca a un DC-10 della Swissair parcheggiato lì accanto (“Ai mejo posti!”, come gridava Aldo Fabrizi nei film della famiglia Passaguai saltando sul trenino Roma-Ostia). Ricordo tre giorni di meravigliosa vacanza a Rio de Janeiro e le strepitose vittorie all’italiana ai danni dei giovanotti locali nelle partite di beach-soccer sulla spiaggia di Copacabana: Cacioppo, ex pallavolista, in porta (“Zoff! Cioff!”, lo sfottevano gli avversari), Pietrangeli libero in difesa a intercettare palloni e a rilanciarli con il piede fatato verso l’unico che corresse, Barazzutti, in una letale esecuzione del più classico schema catenaccio-contropiede.
E infine, tutti a casa. A Fiumicino, quando atterrammo con la Coppa, c’erano solo i parenti che erano venuti a prenderci.

2 – continua
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Giovedì, 25 Ottobre 2007 alle 13:06

E IO NON PAGO!...

di Giancarlo Baccini
Da qualche tempo a questa parte la FIT sta cogliendo una serie di significativi successi giudiziari nei confronti di molti esponenti di quello che qui talvolta ci divertiamo a chiamare "ancien régime". Si tratta di un argomento molto importante per il mondo federale e per questo ce ne occuperemo diffusamente nei prossimi numeri della rivista "SuperTennis". Si tratta anche, però, di argomenti di ridotto interesse per i semplici fan di tennis, dunque non vi annoierò raccontandoveli su questo blog.
Una di tali vicende giudiziarie riguarda però un personaggio molto conosciuto e che oggi occupa un'importante carica pubblica. E poiché trae origine da azioni che egli commise nella sua veste di direttore degli Internazionali d'Italia penso che raccontarla sia non solo giusto e illuminante ma anche divertente. Aiuterà gli appassionati a capire certe situazioni. Pensate soltanto al fatto che il personaggio in questione è Direttore Editoriale di un quindicinale di tennis...
Come si ricorderà, nel 2002 la FIT risolse unilateralmente il contratto di consulenza di Adriano Panatta per le ripetute violazioni ai suoi obblighi da lui operate nell’ambito dell’attività di direttore degli Internazionali d’Italia. Panatta si oppose, facendo ricorso allo strumento previsto dal contratto per la composizione delle vertenze: l’arbitrato. E il Collegio Arbitrale diede ragione alla FIT, decretando la legittimità dell’allontanamento di Panatta e sviscerando i fatti che lo avevano provocato, e pose giustamente a carico dell’ex giocatore il pagamento della metà delle spese relative all’arbitrato stesso.
Successivamente, dopo essere stato squalificato dalla giustizia sportiva della FIT sia in primo che secondo grado per aver commesso, da tesserato e da dirigente, gravissime violazioni alle norme disciplinari, Panatta fece ricorso a un nuovo arbitrato, quello davanti alla Camera di Conciliazione del CONI, nel tentativo di farsi riabilitare. Anche in questo caso perse e, oltre a veder confermata la pena a 5 anni di squalifica, fu condannato a pagare le spese relative al procedimento arbitrale e le spese legali sostenute dalla FIT.
Orbene: da allora, e sono passati molti anni, Panatta non ha mai ottemperato al duplice obbligo di pagare, talché la FIT - coobligata in solido, secondo una regola civilistica di garanzia per chi svolge funzioni delicate come quella di "giudice privato" - si è dovuta far carico di saldare gli onorari dovuti agli arbitri dell’uno e dell’altro lodo.
Il che ha costretto la FIT a chiedere all’autorità giudiziaria l’emissione di due decreti ingiuntivi per recuperare coattivamente quanto versato per conto di Panatta. Decreti ingiuntivi emessi di recente. Non stiamo parlando di milioni, intendiamoci, ma di qualche decina di migliaia di euro. “Stavolta avrà pagato, finalmente”, direte voi...
No! Manco per niente! Perché l’ex giocatore, oggi Assessore allo Sport della Provincia di Roma, ha avuto il coraggio di fare opposizione contro le ingiunzioni sostenendo che tanto gli arbitri del lodo civilistico quanto quelli del lodo CONI avevano provveduto ad un'auto-liquidazione dei compensi che aveva il mero valore di proposta contrattuale e che siccome non aveva mai espressamente accettato tali proposte nulla si poteva pretendere da lui. Al di là di ogni considerazione tecnico-giuridica, è incredibile come si possa sostenere una tesi del genere quando in tutto questo tempo (sono passati quasi tre anni dal lodo civilistico e un po' meno di due da quello CONI), nonostante i molteplici solleciti a pagare ricevuti con lettere e comunicazioni e rimasti del tutto inevasi, Panatta non si è mai degnato di rispondere una sola riga e soprattutto mai ha fatto sapere che non accettava l'auto-liquidazione dei compensi proposta dagli arbitri. Semplicemente, non ha pagato e non ha risposto alcunché.
A ciò si aggiunga che, prima che intervenissero i due lodi che hanno dato torto all’ex giocatore, quest’ultimo aveva regolarmente corrisposto agli arbitri gli “acconti” che gli stessi avevano richiesto e che si ispiravano alla stessa logica che ha portato alla determinazione dei “saldi” non pagati: come a dire che finché il giudizio è in piedi Panatta reputa adeguate le richieste di onorari fatte dagli arbitri, quando perde non paga più. E ora, raggiunto da un provvedimento giudiziario (quale è il decreto ingiuntivo), egli si inventa a tavolino la tesi che lui (senza indicare neppure, chessò, quale sarebbe stata la “giusta” auto-liquidazione che sarebbe stato disponibile a versare) non ha mai accettato la proposta degli arbitri e che perciò non è tenuto a pagare.
E sì che da un uomo di sport, perdipiù investito di un ruolo importante nell’amministrazione della cosa pubblica, sarebbe lecito aspettarsi un comportamento più rispettoso delle istituzioni e dei valori etici basilari sui quali si fonda il vivere civile.
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