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Domenica, 27 Aprile 2008 alle 18:02

GRAZIE, RAGAZZE!

di Giancarlo Baccini
L'analisi tecnica ci dice che le azzurre di Fed Cup, pur dovendo fare a meno della loro numero 2, hanno assorbito l'infortunio di Napoli e, superando nettamente avversarie sulla carta più forti, hanno conservato un posto fra le grandi nazionali del tennis femminile. L'anno prossimo potranno pertanto tornare a dare l'assalto a quel titolo mondiale conquistato nel 2006 a casa della Henin e quasi conquistato nel 2007 a casa della Kuznetsova.
Basterebbe questo perché il tennis italiano decidesse di erigere un monumento in loro onore, ma ciò che rende davvero uniche queste nostre ragazze è l'attaccamento che dimostrano per la maglia azzurra, la positività che sprizza dalle loro parole, l'esempio che danno alle più giovani. Questo team di Fed Cup ha una sua anima. Ecco perché il gruppo ormai comprende ben sette-otto giocatrici e perché si può star sicuri che lo spirito sarà lo stesso chiunque vada in campo.
Il sogno è che quest'animus pugnandi, questa positività, quest'attaccamento ai valori sani dello sport, che da qualche anno stanno tornando a pervadere tutto il movimento, vengano finalmente percepiti anche da chi continua a girarsi dall'altra parte per non vederli.
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fed cup
Lunedì, 21 Aprile 2008 alle 18:46

GALEAZZI, LA VOCE DELLA RACCHETTA

di Giancarlo Baccini
Intervista a Giampiero Galeazzi, da "SuperTennis" del giugno 2005

di Giancarlo Baccini

Giampiero Galeazzi voga verso i sessanta con la prorompente vitalità di sempre. Da 35 anni racconta lo sport con lo stesso mix di competenza e tifo, di goliardica baldanza e sensibilità umana, di humour e passione. Certe sue telecronache olimpiche sono entrate nella leggenda della televisione, e anche se oggi la nuova Rai persiste autolesionisticamente nell’affidargli ruoli da intrattenitore più che da giornalista, la sua popolarità non ne è scalfita, anzi. Non c’è emittente radiofonica che non punti sulle prodezze lessicali di un qualche suo imitatore, tanto da darti l’impressione che non ci siano più che un’unica stazione e un’unica voce, la sua. Essere imitati è una consacrazione.
Galeazzi è stato il testimone televisivo degli anni d’oro del tennis italiano. Una storia cominciata quasi per caso.
“Appena laureato tutto volevo fare meno che il giornalista. – racconta - Anzi, io i giornalisti li odiavo. Facevo canottaggio, e quando ascoltavo qualche telecronaca l’incompetenza era tale da farmi provare umiliazione. Però, come spesso succede nella vita, poi è andata a finire che ho fatto il giornalista. Dice: perché? Perché all’epoca collaboravo un po’ con il giornaletto federale, solo allo scopo di far circolare le informazioni nel nostro ambiente, e fui chiamato dal Giornale Radio regionale del Lazio per portargli i risultati di canottaggio delle gare che si facevano qui vicino a Roma, a Castelgandolfo. Sai, di canottaggio a quell’epoca nessuno sapeva niente... Così cominciai a frequentare la redazione della Rai, che stava a Via del Babuino, e rimasi folgorato da mostri quali Ciotti, Ameri, Moretti, gente che ti faceva venire i brividi per come padroneggiava il microfono. E, a dispetto dei miei progetti e di quelli di mio padre, che mi organizzava colloqui al Banco di Napoli, al Banco di Sicilia e via dicendo, finii per diventare il loro ragazzo di bottega ”.
- E il canottaggio?
“Beh, successe che, dopo aver vinto qualche titolo italiano e il Mondiale juniores di singolo, dopo aver fatto parte della squadra olimpica per Mexico ’68 ed essere stato inserito in quella per Monaco ’72, fui squalificato. Mi punirono perché mentre ero in preparazione, per 200.000 lire al mese mi misi a giocare a pallone a Maccarese, in un campionato dove c’erano avanzi di galera e ex calciatori tagliagole, e uno di questi angioletti mi ruppe un ginocchio, facendomi perdere i mondiali in programma dopo pochi giorni in Canada e mandando in fumo l’investimento che era stato fatto su di me. Lì praticamente finì la mia carriera agonistica e cominciò quella giornalistica. Moretti cominciò a portarmisi dietro in occasione dei grandi avvenimenti, e intanto scribacchiavo sui giornali. Sul ‘Messaggero’, per esempio, facevo una rubrica - ‘La vita dei Circoli romani’ - che fu la prima di questo tipo mai apparsa su un quotidiano. Credo che tu, che la inventasti, te lo ricordi bene...”.
-Mi ricordo di altre cose, che abbiamo fatto insieme al “Messaggero”...
“Eh, sì!... Le Olimpiadi. La rubrica ‘Il microfono di Galeazzi’. E poi, quando ero ormai da tempo in tv, lo scoop sul silenzio stampa degli azzurri ai Mondiali di calcio del 1982”.
-Ma il passaggio alla televisione come avvenne?
“Guarda, alla radio guai a chi mi toccava, perché da bravo ragazzo di bottega stavo sempre lì dentro, dalle 8 alle 8, e insieme a Duccio Guida lavoravo per tutti senza parlare né di soldi né di orari. Mi piaceva. Nel 1976, però, arriva la riforma della Rai. TG1 e TG2 vengono sdoppiati e tutti quelli che facevano sport decidono di andare al TG2 con Maurizio Barendson. Al TG1, invece, il direttore era Emilio Rossi, che di tutto si intendeva e interessava tranne che di sport. Rossi non voleva mai pezzi di sport, proprio come ‘La Repubblica’, che quando uscì non aveva neppure l’edizione del lunedì. Di sportivi aveva con sé solo Tito Stagno, che però stava sempre a Cortina a prendere il sole, e Sandro Petrucci. Prese pure Paolo Rosi, che però era telecronista e si rifiutava di lavorare in redazione. Insomma, serviva una ragazzo di bottega pure lì e Rossi, che mi aveva conosciuto al GR2, a un certo punto mi fa chiamare da una segretaria che mi dice: ‘Lei da domattina è in servizio al TG1’. ‘Guardi che domattina alle 6 io devo fare il giornale radio’, rispondo io. Allora la segretaria mi passa il direttore, e lui si mette a sbraitare, picchiando il pugno sul tavolo. Rossi era potente: il giorno dopo stavo al TG1. I colleghi della radio ci misero qualche tempo, a perdonarmi: sai, a quell’epoca i televisivi giravano con due automobili a testa e i radiofonici in bicicletta... E invece non è che io, lì, mi divertissi troppo. Niente macchina né bicicletta, e oltretutto facevo venti pezzi al giorno ma in onda non ne mandavano mai uno. Niente. Sul nostro tiggì lo sport era tabù. Ci volevano pesanti interventi dei commandos laziali o romanisti interni per far sì che ogni tanto si parlasse di calcio. In compenso c’era la ‘Domenica Sportiva’, che all’epoca andava ancora forte, e Tito Stagno, che la curava, mi lanciò come inviato. Andavo in giro col cappellone, ti ricordi? Ed ebbi modo di lavorare con maestri come Beppe Viola…”.
-Di tennis si occupava Guido Oddo, no? Era lui il telecronista del boom del tennis italiano.
“Sì, certo. Grande Guido… Quando veniva a Roma per gli Internazionali faceva subito l’abbonamento a qualche stabilimento balneare di Fregene, in modo da avere sempre una sdraio pronta sulla spiaggia. Se ne stava ad abbronzarsi dalle 9 alle 13, quand’era ora di venire a fare le telecronache. Amava il Foro Italico perché così vicino a Fregene e perché tanto, nella buca del Centrale, c’ero io a coprirlo sia quando lui prendeva il sole qualche minuto in più sia quando il sole calava sulle statue del Centrale e lui cominciava a essere stanco. Un gran signore, Guido. La mia carriera di voce del tennis lo devo tutta a lui”.
- Con Oddo veniste anche in Cile, quando vincemmo la Davis… O mi ricordo male?
“No, no. Non venimmo. Ce lo proibirono. Ti ricordi il casino per via di Pinochet, no? La telecronaca la facemmo via tubo, da Roma. Anzi, dovevamo registrarla per farla in differita. Solo che il sabato, quando il doppio azzurro fece il punto della vittoria, Guido fu tradito dall’emozione. Guardando in bassa frequenza Nicola che piangeva, Panatta mezzo svenuto e tutti quella gente che zompava di gioia non ce la fece a trattenersi e rivelò il trionfo in diretta con un paio d’ore di anticipo”.
-Così cominciò la tua lunga avventura…
“Sì, la conquista della Coppa proiettò il tennis nel paradiso della televisione. Prima, a parte la Davis e gli Internazionali, la Rai non faceva altro. Quando Panatta vinse Parigi mica c’era la diretta. Ma poi… Guido andò in pensione nell’81, dopo Wimbledon. Sono sicuro di essere stato il telecronista italiano con più ore di diretta sul groppone. Commentavo per sette-otto ore di seguito, giorni e giorni di seguito. E senza alcuna spalla, perché allora non usava. Ma ho avuto la fortuna di vivere dal di dentro quell’epoca fantastica. Gli italiani, Borg, McEnroe. Anni e anni in trincea: il tennis ha segnato più di qualsiasi altro sport la mia vita professionale, contribuendo a creare quello che ancora oggi è il mio personaggio. Caldo, emotivo, partecipe dell’evento che racconta, nel bene e nel male. Le lodi più belle per quell’epoca le ricevo adesso, dai quarantenni. Mi dicono: ‘Ma lo sai che la tua voce ha accompagnato la mia adolescenza? Tornavo da scuola, accendevo la televisione, e c’eri tu. Mi mettevo a studiare e quando riaccendevo c’eri ancora tu. Andavo a fare sport e quando tornavo eri sempre lì’.
“Certo, era un’altra tv. Ma la forza del tennis italiano era tale da permettere alla Davis di rompere i palinsesti, di incunearsi nei telegiornali, di prendersi i titoli d’apertura. Oggi non sarebbe più possibile. C’è la concorrenza e il palinsesto è ferreo. Però se i nostri arrivassero alle fasi finali dei tornei del Grande Slam, o facessimo una semifinale di Davis con gli Usa, sono convinto che il tennis farebbe di nuovo un gran botto anche in tv. E non basterebbe l’Olimpico per contenere tutta la gente che vorrebbe venire. La passione per il nostro sport è sempre lì: cova sotto la cenere. C’è solo bisogno di chi ci butti sopra un po’ di legna ”.
- La tua passionalità non andò esente da critiche…
“Eh, vabbè!!! E che devi fa’, in Coppa Davis? Il tifo per gli avversari? E’ logico che uno si scalda, no? Però con me la critica è sempre stata più tenera che con Guido Oddo. A lui, che pure era un telecronista di vecchio stampo, perciò il più possibile cauto e formale, non ne perdonavano una. Con me erano più indulgenti”.
- Prima di diventare telecronista il tennis lo conoscevi già bene per motivi di circolo, no?
“Certo. Oltre che esserne stato atleta, io del Circolo Canottieri Roma sono socio dalla notte dei tempi. E Canottieri Roma vuole dire Nicola Pietrangeli, Carlo della Vida, Scribani, Jacobini. Gente che ha fatto la Coppa Davis. Piccari. Tommasi. Olivieri. Più tardi Orecchio. I Bartoni. C’era più tradizione tennistica che remiera. Durante gli Internazionali venivano tutti qua, ad allenarsi. Il tennis, insomma, ce l’avevo nel sangue. Giocavo, anche. Da nc ho fatto la Coppa Italia e la Facchinetti. A naso si direbbe che tennis e canottaggio sono due sport che più diversi non si può, uno muscolare e l’altro raffinato, e invece no, ti giuro che certe volte ho visto la Madonna sulla terra rossa così come la vedevo sull’acqua. Poi magari scendevo le scalette che portano giù al fiume, sul galleggiante, e andavo lo stesso in barca”.
-Tu hai visto e giudicato quasi tutti gli sport del mondo, praticandone parecchi. Che cos’è che contraddistingue il tennis dagli altri?
“Guarda, il tennis ho avuto la fortuna di frequentarlo da vicino ai tempi dei grandissimi campioni degli anni 60 proprio qui al circolo. C’erano volte che venivano ad allenarsi gli australiani. Mi ricordo Laver ed Emerson che sotto il sole più cocente passavano ore e ore a bombardare col servizio dei cartoni di palle messi dall’altra parte della rete come bersagli. E intanto Nicola, qui, giocava a peppa fin verso le sette di sera e poi scendeva a palleggiare con il fresco. Lì cominciai a capire che il tennis non era uno sport per fighette. Poi, viaggiando e tastando con mano, ne ebbi la conferma ai quattro angoli del mondo. Il tennis non è un gioco. E’ una disciplina dura per il cervello e per il corpo.
“Credo che anche in Italia si sarebbe potuta affermare una cultura ‘all’australiana’, ma purtroppo il boom del tennis degli anni ’70 da noi fu sfruttato a fini speculativi e non sportivi. Si preferiva stipare i ragazzini in campo a pagamento anziché dedicarsi a farli crescere davvero. Chi avrebbe dovuto fare formazione si trasformò in industriale, mentre le società sportive, i circoli, si riempivano di quarantenni e toglievano i campi ai bambini. E’ allora che abbiamo perso il treno, permettendo che il solco che separava i quattro vincitori della Davis dal resto degli italiani si allargasse proprio nel momento in cui il tennis era diventato uno sport popolare. La passione che ribolliva sugli spalti del Foro Italico, dove si affollavano tifosi così accesi da far impallidire quelli del calcio, non fu mai canalizzata nella giusta direzione. Vero, non c’era un pubblico ‘wimbledoniano’, come avrebbero voluto Clerici e Tommasi, però c’era gente che magari non mangiava pur di comprarsi il biglietto. Energia pura che è andata dispersa”.
-Fra gli azzurri di oggi chi preferisci? Che ne pensi di Volandri? A chi lo paragoneresti, fra i tennisti italiani dei tempi tuoi?
“E’ molto up-and-down. Certe volte ti esalta e certe ti deprime. Mi piace, ma un po’ mi manda ai pazzi, come diciamo a Roma. Mi ricorda il soldatino Barazzutti, il cui tennis era tutto disciplina e sudore”.
-Starace?
“Grande carattere. Però quanto a tennis ha ancora dei buchi neri. E’ il carattere che gli permette di vincere a dispetto di quei buchi. In questo mi ricorda Ocleppo”.
-E le ragazze? Nessuno ne parla mai…
“Fantastiche. Lavorano in silenzio e fanno grandi risultati. Però bisogna prendere atto che la Fed Cup non è la Davis. La Davis è uguale da più di cent’anni. La Fed Cup e molto più giovane e cionostante l’hanno già cambiata mille volte. E’ questo, il loro problema”.
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galeazzi, coppa davis, fed cup
Martedì, 1 Aprile 2008 alle 09:03

LA SHARAPOVA NON SFIDERA' GLI USA IN FED CUP, C'E' LA KUZNETSOVA

di Angelo Mancuso
Dopo il no delle sorelle Williams, ecco la mancata convocazione di Maria Sharapova. La russa, assente a Miami per un problema alla spalla, non giocherà la semifinale di Fed Cup in programma il 26 e 27 aprile a Mosca contro gli Stati Uniti guidati da Lindsay Davenport. Lo ha annunciato il capitano russo Shamil Tarpischev: “Avevamo raggiunto un accordo con la Sharapova e la Kuznetsova. La prima ha giocato a Tel Aviv contro Israele, la seconda sarà schierata contro gli Stati Uniti”. Il problema vero, ma il buon Tarpischev non può dirlo, è che Maria e Svetlana si detestano e non giocherebbero mai nella stessa squadra. Fortuna del capitano russo che naviga nell’abbondanza: al fianco della Kuznetsova ci saranno Anna Chakvetadze, Dinara Safina e Vera Zvonareva. In alternativa è pronta anche Elena Vesnina.
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semifinali di fed cup, niente sharapova, l'antipatia reciproca con la kuznetsova
Domenica, 30 Marzo 2008 alle 10:10

NIENTE SEMIFINALI DI FED CUP PER LE SORELLE WILLIAMS

di Angelo Mancuso
Niente semifinali di Fed Cup per le sorelle Williams. Da Miami lo annuncia Lindsay Davenport: “Ho parlato con Venus a Memphis e mi ha detto che non giocherà. Ho provato a farle cambiare idea ma lei mi ha semplicemente sorriso e mi ha risposto di no. Serena invece l’ho vista qui in Florida e anche lei mi ha detto di no”. Un brutto colpo per la squadra statunitense che il 26 ed il 27 aprile affronterà la Russia campione in carica a Mosca Con la Davenport in squadra gli Usa non perdono dal 1995, ma battere le russe in trasferta e senza le Williams sarà molto difficile per le americane. Mamma Lindsay accetta tuttavia con classe il rifiuto di Venus e Serena: “Rispetto la loro decisione”, sottolinea che dovrebbe essere affiancata da Ashley Harkleroad in singolare e da Lisa Raymond in doppio. La Russia sarà invece al gran completo: Maria Sharapova, Svetlana Kuznetsova, Anna Chakvetadze e una tra Elena Dementieva e Dinara Safina. L’altra semifinale è Cina-Spagna.
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semifinali di fed cup, il no delle williams, resta la davenport
Venerdì, 8 Febbraio 2008 alle 22:10

FED CUP: LA FRANCIA PRESENTA RECLAMO CONTRO LA CINA

di Angelo Mancuso
Russia-Usa e Cina-Spagna. Sono le semifinali di Fed Cup ma la Francia battuta dalle asiatiche non ci sta. Il capitano Georges Goven ha annunciato il reclamo della sua squadra all’Itf contro il successo delle cinesi. Colpa di un mancato controllo antidoping. Solo sette delle otto giocatrici presenti a Pechino sono state infatti sottoposte al test antidoping al termine della sfida vinta dalla Cina grazie al punto conquistato nel doppio. Mancava Shuai Peng, che dopo aver battuto sabato scorso Virginie Razzano, è stata autorizzata dalla sua squadra a partire un giorno prima per volare in Francia dove è in tabellone a Parigi nell’Open Gaz. Toccherà ora alla federazione internazionale esaminare il reclamo presentato dai francesi che chiedono la vittoria a tavolino.
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fed cup, reclamo dei francesi, cina in semifinale
Domenica, 3 Febbraio 2008 alle 15:39

COME 30 ANNI FA IN UNGHERIA

di Giancarlo Baccini
Corsi e ricorsi storici? Come non crederci? Quanto è accaduto oggi al PalaVesuvio di Napoli era già successo trent’anni fa, paro paro, a Budapest. Stessa, identica storia. L’Italia vinse la Coppa Davis nel 1976 in Cile, poi fece la finale nel 1977 in Australia e l’anno dopo perse al primo turno con l’Ungheria, una squadretta di cui faceva parte l’ormai celeberrimo “cameriere” Peter Szoke. Stavolta è toccato alle donne in Fed Cup, equivalente femminile della Davis: campionesse nel 2006 in Belgio, finaliste nel 2007 in Russia e un anno dopo sconfitte al primo turno dalla Spagna, una squadretta di cui fa parte una giocatrice come la Llagostena Vives, numero 136 del mondo.
Se tanto mi dà tanto, dobbiamo concluderne che il ciclo delle nostra meravigliosa squadra azzurra non si è concluso con questa inattesa bastonata. Dopo Budapest, infatti, il quartetto di Coppa Davis si issò ad altre due finali consecutive, nel ’79 a San Francisco e nell’80 a Praga. Tanto più che l’unica vera differenza fra l’oggi e lo ieri riguarda il parco giocatori: negli anni ’70 Barazzutti, Bertolucci, Panatta e Zugarelli erano tutto quel che di buono il tennis italiano era in grado di schierare mentre ora di squadroni ne abbiamo due: a quello impegnato qui a Napoli potremmo affiancarne un altro composto dalle campionesse del mondo Santangelo e Vinci (attualmente infortunate), dalla Top 50 Karin Knapp e da Maria Elena Camerin.
Restano l’amarezza per una sconfitta davvero inattesa e lo sconcerto per come è maturata, cioè in casa, su una superficie scelta dalle nostre giocatrici e contro avversarie di livello globalmente inferiore. Le nostre stelle Francesca Schiavone e Flavia Pennetta hanno fatto 10 games in due contro la numero 1 spagnola, Anabel Medina Garrigues. La sensazione, insomma, è che questo match le nostre lo avessero perduto prima di giocarlo, schiacciate dall’insostenibile peso della propria grandezza. E forse non fu solo per il gusto della battuta che Francesca, a chiusura delle conferenza stampa di venerdì dopo il sorteggio, chiese ai giornalisti presenti: “Ma che cosa scrivereste se dovessimo perdere?”. Domani avrà la risposta. E magari leggere i giornali le farà pure del bene, perché, come dice Kipling, le servirà a capire una volta per tutte che vittoria e sconfitta sono due imbroglione.
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fed cup, schiavone, pennetta
Domenica, 3 Febbraio 2008 alle 09:48

DAVIS E FED CUP: E' UN ALTRO SPORT

di Angelo Mancuso
Otto match e in quattro casi ha vinto la giocatrice con la classifica peggiore. La prima giornata dei quarti di finale della Fed Cup conferma una regola: giocare in Davis o Fed Cup è un altro sport e la responsabilità di difendere la maglia della propria nazione può giocare brutti scherzi. Come spiegare altrimenti gli inattesi ko della nostra Francesca Schiavone, numero 23 del ranking Wta, contro la spagnola Nuria Llagostera Vives, numero 136. Oppure l’incredibile sconfitta di Lindsay Davenport, numero 44 ma vale le top ten, con la sconosciuta tedesca Sabine Lisicki, 18 anni e numero 130 del mondo. La trentunenne americana, ex numero uno del mondo e vincitrice di tre tornei dello Slam (US Open 1998, Wimbledon 1999 e Australian Open 2000), era al rientro in Fed Cup dopo la maternità ed era imbattuta nella competizione dal 1994. Ma c’è anche la cinese Shuai Peng (n. 51) che ha superato la francese Virginie Razzano (n.27) e l’isrealiana Shahar Peer (n.17) che ha battuto la russa Dinara Safina (n.16). In questi ultimi due casi c’è da tener conto anche del fattore casa, mentre Schiavone e Davenport, le due vere sorprese in negativo, giocavano davanti ai propri sostenitori. Si è invece salvata Maria Sharapova: la russa, vincitrice agli Australian Open, era all'esordio in Fed Cup e ha agevolmente battuto l'israeliana Obziler. Non a caso la chiamano la bionda di ghiaccio...
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fed cup, davis, le sorprese
Sabato, 2 Febbraio 2008 alle 20:55

ALBATROS E RONDINELLE

di Giancarlo Baccini
Le nostre meravigliose ragazze ci hanno abituato a ogni tipo di miracolo, dunque non è davvero impossibile che riesca loro di ribaltare l’esito dell’incontro di Fed Cup contro la Spagna. Anche se ci riuscissero, tuttavia, il mio giudizio su quanto è successo oggi a Napoli non cambierebbe. Perché le sconfitte patite da Francesca Schiavone e Flavia Pennetta sulla veloce superficie stesa per loro espressa richiesta sul parquet del Palavesuvio hanno ancora una volta dimostrato due piccole grandi verità del nostro sport.
La prima è che il tennis a squadre è una disciplina totalmente diversa da quello individuale.
La seconda è che spesso conquistare la cima è meno complicato che restarci.
Voglio dire che non bisogna essere sorpresi dal fatto che dopo due anni di grandi trionfi la squadra azzurra abbia di colpo accusato il peso della propria grandezza. Questo è, insieme, il bello e il brutto dello sport in generale e del tennis – unica disciplina in cui la psiche conti più della tecnica e dei muscoli – in particolare. Come fece notare Baudelaire in una celebre poesia, le stesse ali che rendono regale l’albatros quando è in aria lo fanno diventare goffo quando è in terra. Francesca, Flavia e le altre sono albatros, e prima o poi torneranno in volo, magari domani stesso.
Le spagnole invece mi paiono rondinelle, allegre e guizzanti. Oggi è stata la loro primavera. Brave!
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fed cup, schiavone, pennetta
Mercoledì, 19 Dicembre 2007 alle 23:00

MAMMA DAVENPORT TORNA IN FED CUP

di Angelo Mancuso
Brava mamma Davenport. Lindsay è tornata a giocare la scorsa estate dopo la maternità vincendo due tornei (Bali e Quebec City): a febbraio farà parte della squadra statunitense che affronterà nel primo turno della Fed Cup la Germania. Si giocherà a La Jolla, in California, a poco più di un’ora da Laguna Beach dove la Davenport vive. Lindsay ha debuttato in Fed Cup nel 1993: è imbattuta dal 1994 e con lei in squadra gli Usa non perdono dal 1995. A richiamarla in squadra è stata Mary Jo Fernadez, ex tennista, capitano Usa e grande amica della trentunenne californiana, ex numero uno del mondo e vincitrice di tre tornei dello Slam (US Open 1998, Wimbledon 1999 e Australian Open 2000). Il circuito femminile è sempre stato frequentato da ragazzine prodigio spinte sui campi magari dalla sfrenata ambizione dei genitori: da Tracy Austin a Martina Hingis, passando per Steffi Graf e Jennifer Capriati. Senza andare tanto lontano nel tempo la lista è lunga. Le tenniste mamme si contano invece sulle dita di una mano. La più famosa è stata l’australiana Evonne Goolagong, poi signora Cawley, che nel 1980 divenne la prima madre campionessa di Wimbledon dopo Dorothea Chambers in Douglass che aveva centrato l’impresa nel lontanissimo 1914. Evonne trionfò ai Championships a 29 anni, quando sua figlia Kelly ne aveva tre, nove stagioni dopo il suo primo successo sull’erba londinese. Nel 1989 vinse un torneo Wta a San Juan la mamma peruviana Laura Arraya. Nel gennaio scorso c’è riuscita a Pattaya anche la ventisettenne Sybille Bammer: la foto con la bionda e mancina austriaca che sollevava la coppa insieme alla figlia piccola è finita sulle pagine dei giornali di tutto il mondo. La bambina si chiama Tina e nel circuito la coccolano tutti. All’ultimo Roland Garros è stata protagonista di una scena ripresa da tv e fotografi: mentre la mamma giocava, lei era seduta a bordo campo ed un’improvvisa folata di vento le aveva fatto volare via le carte con cui passava il tempo… Si sono tutti precipitati a raccoglierle mentre lei esclamava: “Zitti, mamma deve concentrarsi, sta giocando…”.
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davenport, la fed cup, le mamme tenniste
Giovedì, 13 Settembre 2007 alle 12:24

LA PIZZA E LA SHARAPOVA

di Giancarlo Baccini
Il giornalista russo si crede molto spiritoso, quando chiede a Barazzutti che tipo di piatto starebbe preparando la squadra italiana se il tennis fosse cucina. Siamo alle solite: per certa gente l’Italia resta sinonimo di pastasciutta, e al massimo gli fa venire in mente pure il calcio, la moda e, talvolta, la Ferrari. Corrado perde la battuta, anche perché la domanda non è chiarissima, poi dice qualche frase di maniera. Io avrei risposto “Pizza!”, e poi mi sarei premurato di spiegare che a Roma “pizza” è sinonimo di “sganassone”, “schiaffone”. Perché proprio questa è la voglia che si legge in fondo agli occhi delle azzurre: ribaltare il pronostico a suon di pizze.
Mosca è un posto inimmaginabile per chi, come me, non ci veniva dal 1980, da quando cioè l’allora capitale dell’impero sovietico ospitò le Olimpiadi. Da Breznev a Putin molta acqua (per certi versi troppa) è passata sotto i ponti sulla Moscova. Ma l’impianto dove da sabato l’Italia difenderà il suo titolo mondiale è ancora come allora, pomposo e un po’ malmesso, spirante stalinismo da mattonella. Il campo è steso sopra il vecchio parquet da basket e la palla non cammina neppure a spararla col cannone. Non è detto che sia un male. Francesca è molto carica, gioca bene in allenamento, così come bene gioca Mara. La squadra è tranquilla, il capitano – reduce da tanti sfide strappacuore, in Davis e in Fed – è insolitamente tranquillo anche lui.
Non credo che le russe se la porteranno da casa. Anche perché il clima interno alla loro squadra è tutt’altro che sereno. Oltre all’ovvia tensione di avere tutto da perdere e poco da guadagnare, le numero 2 (Kuznetsova), numero 5 (Chakvetadze) e numero 8 (Petrova) del mondo devono subire l’offensiva mediatica della diabolica Sharapova, che sebbene non convocata viene qui ad allenarsi con la compagna di scuderia Vesnina (in squadra perché specialista del doppio) col chiaro obiettivo di rompere le scatole alle tre “nemiche” titolari, e dopo aver calamitato tutti i fotografi si spinge fino a rubar loro la scena durante la conferenza stampa ufficiale!
Mentre scrivo deve ancora arrivare la maggior parte dei giornalisti italiani. Sono già qui soltanto Marisa Poli, della Gazzetta dello Sport, e Raimondo Angioni, della Nuova Sardegna. Ne attendiamo altri 19. Se penso che fino a poco più di anno fa per far uscire sui giornali qualche riga sugli incontri della nazionale di Fed Cup Beatrice Manzari doveva metaforicamente inginocchiarsi per telefono… beh, mi dico che qualunque sia il risultato di questa finale le nostre ragazze un miracolo l’hanno già fatto. “Yu’ve come a long way, babe!”, come negli anni ’70 recitava la pubblicità delle sigarette Virginia Slims, primo sponsor dell’appena nata WTA…
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mosca, fed cup
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