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Lunedì, 21 Aprile 2008 alle 18:46

GALEAZZI, LA VOCE DELLA RACCHETTA

di Giancarlo Baccini
Intervista a Giampiero Galeazzi, da "SuperTennis" del giugno 2005

di Giancarlo Baccini

Giampiero Galeazzi voga verso i sessanta con la prorompente vitalità di sempre. Da 35 anni racconta lo sport con lo stesso mix di competenza e tifo, di goliardica baldanza e sensibilità umana, di humour e passione. Certe sue telecronache olimpiche sono entrate nella leggenda della televisione, e anche se oggi la nuova Rai persiste autolesionisticamente nell’affidargli ruoli da intrattenitore più che da giornalista, la sua popolarità non ne è scalfita, anzi. Non c’è emittente radiofonica che non punti sulle prodezze lessicali di un qualche suo imitatore, tanto da darti l’impressione che non ci siano più che un’unica stazione e un’unica voce, la sua. Essere imitati è una consacrazione.
Galeazzi è stato il testimone televisivo degli anni d’oro del tennis italiano. Una storia cominciata quasi per caso.
“Appena laureato tutto volevo fare meno che il giornalista. – racconta - Anzi, io i giornalisti li odiavo. Facevo canottaggio, e quando ascoltavo qualche telecronaca l’incompetenza era tale da farmi provare umiliazione. Però, come spesso succede nella vita, poi è andata a finire che ho fatto il giornalista. Dice: perché? Perché all’epoca collaboravo un po’ con il giornaletto federale, solo allo scopo di far circolare le informazioni nel nostro ambiente, e fui chiamato dal Giornale Radio regionale del Lazio per portargli i risultati di canottaggio delle gare che si facevano qui vicino a Roma, a Castelgandolfo. Sai, di canottaggio a quell’epoca nessuno sapeva niente... Così cominciai a frequentare la redazione della Rai, che stava a Via del Babuino, e rimasi folgorato da mostri quali Ciotti, Ameri, Moretti, gente che ti faceva venire i brividi per come padroneggiava il microfono. E, a dispetto dei miei progetti e di quelli di mio padre, che mi organizzava colloqui al Banco di Napoli, al Banco di Sicilia e via dicendo, finii per diventare il loro ragazzo di bottega ”.
- E il canottaggio?
“Beh, successe che, dopo aver vinto qualche titolo italiano e il Mondiale juniores di singolo, dopo aver fatto parte della squadra olimpica per Mexico ’68 ed essere stato inserito in quella per Monaco ’72, fui squalificato. Mi punirono perché mentre ero in preparazione, per 200.000 lire al mese mi misi a giocare a pallone a Maccarese, in un campionato dove c’erano avanzi di galera e ex calciatori tagliagole, e uno di questi angioletti mi ruppe un ginocchio, facendomi perdere i mondiali in programma dopo pochi giorni in Canada e mandando in fumo l’investimento che era stato fatto su di me. Lì praticamente finì la mia carriera agonistica e cominciò quella giornalistica. Moretti cominciò a portarmisi dietro in occasione dei grandi avvenimenti, e intanto scribacchiavo sui giornali. Sul ‘Messaggero’, per esempio, facevo una rubrica - ‘La vita dei Circoli romani’ - che fu la prima di questo tipo mai apparsa su un quotidiano. Credo che tu, che la inventasti, te lo ricordi bene...”.
-Mi ricordo di altre cose, che abbiamo fatto insieme al “Messaggero”...
“Eh, sì!... Le Olimpiadi. La rubrica ‘Il microfono di Galeazzi’. E poi, quando ero ormai da tempo in tv, lo scoop sul silenzio stampa degli azzurri ai Mondiali di calcio del 1982”.
-Ma il passaggio alla televisione come avvenne?
“Guarda, alla radio guai a chi mi toccava, perché da bravo ragazzo di bottega stavo sempre lì dentro, dalle 8 alle 8, e insieme a Duccio Guida lavoravo per tutti senza parlare né di soldi né di orari. Mi piaceva. Nel 1976, però, arriva la riforma della Rai. TG1 e TG2 vengono sdoppiati e tutti quelli che facevano sport decidono di andare al TG2 con Maurizio Barendson. Al TG1, invece, il direttore era Emilio Rossi, che di tutto si intendeva e interessava tranne che di sport. Rossi non voleva mai pezzi di sport, proprio come ‘La Repubblica’, che quando uscì non aveva neppure l’edizione del lunedì. Di sportivi aveva con sé solo Tito Stagno, che però stava sempre a Cortina a prendere il sole, e Sandro Petrucci. Prese pure Paolo Rosi, che però era telecronista e si rifiutava di lavorare in redazione. Insomma, serviva una ragazzo di bottega pure lì e Rossi, che mi aveva conosciuto al GR2, a un certo punto mi fa chiamare da una segretaria che mi dice: ‘Lei da domattina è in servizio al TG1’. ‘Guardi che domattina alle 6 io devo fare il giornale radio’, rispondo io. Allora la segretaria mi passa il direttore, e lui si mette a sbraitare, picchiando il pugno sul tavolo. Rossi era potente: il giorno dopo stavo al TG1. I colleghi della radio ci misero qualche tempo, a perdonarmi: sai, a quell’epoca i televisivi giravano con due automobili a testa e i radiofonici in bicicletta... E invece non è che io, lì, mi divertissi troppo. Niente macchina né bicicletta, e oltretutto facevo venti pezzi al giorno ma in onda non ne mandavano mai uno. Niente. Sul nostro tiggì lo sport era tabù. Ci volevano pesanti interventi dei commandos laziali o romanisti interni per far sì che ogni tanto si parlasse di calcio. In compenso c’era la ‘Domenica Sportiva’, che all’epoca andava ancora forte, e Tito Stagno, che la curava, mi lanciò come inviato. Andavo in giro col cappellone, ti ricordi? Ed ebbi modo di lavorare con maestri come Beppe Viola…”.
-Di tennis si occupava Guido Oddo, no? Era lui il telecronista del boom del tennis italiano.
“Sì, certo. Grande Guido… Quando veniva a Roma per gli Internazionali faceva subito l’abbonamento a qualche stabilimento balneare di Fregene, in modo da avere sempre una sdraio pronta sulla spiaggia. Se ne stava ad abbronzarsi dalle 9 alle 13, quand’era ora di venire a fare le telecronache. Amava il Foro Italico perché così vicino a Fregene e perché tanto, nella buca del Centrale, c’ero io a coprirlo sia quando lui prendeva il sole qualche minuto in più sia quando il sole calava sulle statue del Centrale e lui cominciava a essere stanco. Un gran signore, Guido. La mia carriera di voce del tennis lo devo tutta a lui”.
- Con Oddo veniste anche in Cile, quando vincemmo la Davis… O mi ricordo male?
“No, no. Non venimmo. Ce lo proibirono. Ti ricordi il casino per via di Pinochet, no? La telecronaca la facemmo via tubo, da Roma. Anzi, dovevamo registrarla per farla in differita. Solo che il sabato, quando il doppio azzurro fece il punto della vittoria, Guido fu tradito dall’emozione. Guardando in bassa frequenza Nicola che piangeva, Panatta mezzo svenuto e tutti quella gente che zompava di gioia non ce la fece a trattenersi e rivelò il trionfo in diretta con un paio d’ore di anticipo”.
-Così cominciò la tua lunga avventura…
“Sì, la conquista della Coppa proiettò il tennis nel paradiso della televisione. Prima, a parte la Davis e gli Internazionali, la Rai non faceva altro. Quando Panatta vinse Parigi mica c’era la diretta. Ma poi… Guido andò in pensione nell’81, dopo Wimbledon. Sono sicuro di essere stato il telecronista italiano con più ore di diretta sul groppone. Commentavo per sette-otto ore di seguito, giorni e giorni di seguito. E senza alcuna spalla, perché allora non usava. Ma ho avuto la fortuna di vivere dal di dentro quell’epoca fantastica. Gli italiani, Borg, McEnroe. Anni e anni in trincea: il tennis ha segnato più di qualsiasi altro sport la mia vita professionale, contribuendo a creare quello che ancora oggi è il mio personaggio. Caldo, emotivo, partecipe dell’evento che racconta, nel bene e nel male. Le lodi più belle per quell’epoca le ricevo adesso, dai quarantenni. Mi dicono: ‘Ma lo sai che la tua voce ha accompagnato la mia adolescenza? Tornavo da scuola, accendevo la televisione, e c’eri tu. Mi mettevo a studiare e quando riaccendevo c’eri ancora tu. Andavo a fare sport e quando tornavo eri sempre lì’.
“Certo, era un’altra tv. Ma la forza del tennis italiano era tale da permettere alla Davis di rompere i palinsesti, di incunearsi nei telegiornali, di prendersi i titoli d’apertura. Oggi non sarebbe più possibile. C’è la concorrenza e il palinsesto è ferreo. Però se i nostri arrivassero alle fasi finali dei tornei del Grande Slam, o facessimo una semifinale di Davis con gli Usa, sono convinto che il tennis farebbe di nuovo un gran botto anche in tv. E non basterebbe l’Olimpico per contenere tutta la gente che vorrebbe venire. La passione per il nostro sport è sempre lì: cova sotto la cenere. C’è solo bisogno di chi ci butti sopra un po’ di legna ”.
- La tua passionalità non andò esente da critiche…
“Eh, vabbè!!! E che devi fa’, in Coppa Davis? Il tifo per gli avversari? E’ logico che uno si scalda, no? Però con me la critica è sempre stata più tenera che con Guido Oddo. A lui, che pure era un telecronista di vecchio stampo, perciò il più possibile cauto e formale, non ne perdonavano una. Con me erano più indulgenti”.
- Prima di diventare telecronista il tennis lo conoscevi già bene per motivi di circolo, no?
“Certo. Oltre che esserne stato atleta, io del Circolo Canottieri Roma sono socio dalla notte dei tempi. E Canottieri Roma vuole dire Nicola Pietrangeli, Carlo della Vida, Scribani, Jacobini. Gente che ha fatto la Coppa Davis. Piccari. Tommasi. Olivieri. Più tardi Orecchio. I Bartoni. C’era più tradizione tennistica che remiera. Durante gli Internazionali venivano tutti qua, ad allenarsi. Il tennis, insomma, ce l’avevo nel sangue. Giocavo, anche. Da nc ho fatto la Coppa Italia e la Facchinetti. A naso si direbbe che tennis e canottaggio sono due sport che più diversi non si può, uno muscolare e l’altro raffinato, e invece no, ti giuro che certe volte ho visto la Madonna sulla terra rossa così come la vedevo sull’acqua. Poi magari scendevo le scalette che portano giù al fiume, sul galleggiante, e andavo lo stesso in barca”.
-Tu hai visto e giudicato quasi tutti gli sport del mondo, praticandone parecchi. Che cos’è che contraddistingue il tennis dagli altri?
“Guarda, il tennis ho avuto la fortuna di frequentarlo da vicino ai tempi dei grandissimi campioni degli anni 60 proprio qui al circolo. C’erano volte che venivano ad allenarsi gli australiani. Mi ricordo Laver ed Emerson che sotto il sole più cocente passavano ore e ore a bombardare col servizio dei cartoni di palle messi dall’altra parte della rete come bersagli. E intanto Nicola, qui, giocava a peppa fin verso le sette di sera e poi scendeva a palleggiare con il fresco. Lì cominciai a capire che il tennis non era uno sport per fighette. Poi, viaggiando e tastando con mano, ne ebbi la conferma ai quattro angoli del mondo. Il tennis non è un gioco. E’ una disciplina dura per il cervello e per il corpo.
“Credo che anche in Italia si sarebbe potuta affermare una cultura ‘all’australiana’, ma purtroppo il boom del tennis degli anni ’70 da noi fu sfruttato a fini speculativi e non sportivi. Si preferiva stipare i ragazzini in campo a pagamento anziché dedicarsi a farli crescere davvero. Chi avrebbe dovuto fare formazione si trasformò in industriale, mentre le società sportive, i circoli, si riempivano di quarantenni e toglievano i campi ai bambini. E’ allora che abbiamo perso il treno, permettendo che il solco che separava i quattro vincitori della Davis dal resto degli italiani si allargasse proprio nel momento in cui il tennis era diventato uno sport popolare. La passione che ribolliva sugli spalti del Foro Italico, dove si affollavano tifosi così accesi da far impallidire quelli del calcio, non fu mai canalizzata nella giusta direzione. Vero, non c’era un pubblico ‘wimbledoniano’, come avrebbero voluto Clerici e Tommasi, però c’era gente che magari non mangiava pur di comprarsi il biglietto. Energia pura che è andata dispersa”.
-Fra gli azzurri di oggi chi preferisci? Che ne pensi di Volandri? A chi lo paragoneresti, fra i tennisti italiani dei tempi tuoi?
“E’ molto up-and-down. Certe volte ti esalta e certe ti deprime. Mi piace, ma un po’ mi manda ai pazzi, come diciamo a Roma. Mi ricorda il soldatino Barazzutti, il cui tennis era tutto disciplina e sudore”.
-Starace?
“Grande carattere. Però quanto a tennis ha ancora dei buchi neri. E’ il carattere che gli permette di vincere a dispetto di quei buchi. In questo mi ricorda Ocleppo”.
-E le ragazze? Nessuno ne parla mai…
“Fantastiche. Lavorano in silenzio e fanno grandi risultati. Però bisogna prendere atto che la Fed Cup non è la Davis. La Davis è uguale da più di cent’anni. La Fed Cup e molto più giovane e cionostante l’hanno già cambiata mille volte. E’ questo, il loro problema”.
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galeazzi, coppa davis, fed cup
Giovedì, 21 Febbraio 2008 alle 08:57

RIFORMIAMO LA COPPA DAVIS

di Giancarlo Baccini
Fra appassionati si discute da tempo immemorabile sulla validità della formula della Coppa Davis e sulla sua reale capacità, a oltre un secolo dalla nascita, di rappresentare ancora in misura adeguata il valore tennistico di una Nazione e, allo stesso tempo, di conservare un ruolo di primo piano sul palcoscenico mondiale.
L’esperienza ci ha insegnato che sono parecchie le cose che non funzionano. Per esempio, bastano un giocatore e mezzo per vincere la Davis, e se questo poteva avere senso nel 1900, di certo nell’era moderna non è più così. Poi ci sono il problema della sempre decrescente propensione dei grandi campioni a giocare “per la patria”, quello della difficoltà a trovare spazi adeguati in calendario e quello dei criteri cervellotici con i quali vengono compilate le classifiche per nazioni e dunque i tabelloni (ci sono squadre mediocri che si affrontano fra loro nel World Group e squadre molto più forti che si dibattono nelle serie inferiori). Il tutto con l’inevitabile conseguenza della scarsa visibilità televisiva globale di una competizione che, non dimentichiamolo, è il più antico campionato del mondo a squadre del calendario sportivo internazionale.
Sebbene tutti concordino nel considerare la Davis un’anomalia nell’ambito di uno sport prettamente individuale come il tennis, resta il fatto che questa anomalia esercita tuttora immutato fascino sul pubblico, al punto da suscitare passione anche in chi non è particolarmente interessato all’attivitò “normale” e ai grandi tornei. Una passione che, di fronte all’insorgere dei problemi di cui sopra, meriterebbe più attenzione da parte degli organismi che gestiscono l’attività internazionale del nostro sport. Anche perché si tratta di una passione fortemente appetibile per gli sponsor.
E’ in questo quadro che il direttore generale della Federtennis inglese, qualche giorno fa, ha “buttato lì” l’idea di tramutare la Coppa Davis in una sorta di Coppa del Mondo di calcio, con gironi di qualificazione e una fase finale a 32 squadre in sede unica dalla durata di un mese, durante il quale il calendario dovrebbe ovviamente essere sgomberato da ogni torneo maschile.
Sebbene l’ITF abbia prontamente replicato che a nessuno è mai passata per il cervello neppure l’ombra dell’idea di studiare un simile progetto, e persino al federazione inglese abbia preso le distanze dal suo dirigente, noi di www.federtennis.it abbiamo chiesto ai nostri lettori che ne pensavano. Poiché è risaputo che è elevatissima la percentuale di coloro che – con molta ragione – individuano nel rispetto delle tradizioni uno dei punti di forza del tennis, mi aspettavo un uragano di voti per la risposta “E’ una boiata pazzesca”. E invece è risultato che oltre la metà dei 1.834 votanti è favorevole alla modifica della formula della Coppa Davis, oltretutto con larghissima prevalenza (37%) di coloro che vedrebbero di buon occhio proprio la formula “Coppa del Mondo” su coloro che invece suggeriscono genericamente di modernizzare la competizione (17%).
Un piccolo ma non trascurabile segnale che dovrebbe far riflettere chi regge le sorti mondiali del nostro sport.
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Lunedì, 21 Gennaio 2008 alle 04:29

AUSTRALIAN OPEN: IO PUNTO SU YOUZHNY FINALISTA

di Angelo Mancuso
MELBOURNE - Nadal-Nieminen, Tsonga-Youzhny: sono i due quarti di finale della parte bassa del tabellone agli Australian Open. Secondo molti Rafa ha la strada spianata verso la sua prima finale sul cemento in uno Slam. Io, invece, punto su Mikhail Youzhny. Magari verrò smentito già nei quarti e il russo si fa battere da Jo-Wilfried Tsonga, il sosia di Cassius Clay, ma secondo me il venticinquenne di Mosca, numero 14 del seeding, può essere la sorpresa del torneo come lo scorso anno fu Fernando Gonzalez. Ha tutto: un grande talento, un rovescio tra i più belli e incisivi del circuito. E’ più solido che in passato e ha una buona mano anche a rete. Nel 2002 vinse un incredibile match a Parigi contro Mathieu e il pubblico (Paul-Henri ne porta ancora i segni…)regalando la Coppa Davis alla sua Russia. Perdeva due set a zero e i francesi stavano già preparando il palchetto per alzare al cielo l’insalatiera d’argento al canto della Marsigliese. Mikhail gelò tutto vincendo al quinto set. Quel giorno gli venne pronosticato un futuro da campione. Invece lui si è un po’ perso per strada: solo tre titoli Atp in tornei non di primissimo piano. Vanta anche una semifinale agli US Open nel 2006, poco comunque per uno con il suo talento. Colpa della scarsa continuità: il suo tennis è bello ma un po’ ondivago. Diciamo che la luce si accende e si spegne a intermittenza. Qualche giorno fa l’ho visto all’opera contro il nostro Seppi, che ha giocato un gran match strappando al russo il primo set, andando avanti di un break nel secondo e arrendendosi solo al quarto ma lottando punto a punto. Mikhail mi è sembrato un giocatore diverso dal passato: più umile, consapevole che per vincere non basta il talento. Ci vuole testa, cuore, grinta. Quello perso contro Seppi è stato l’unico set ceduto in quattro incontri dal russo: per il resto sinora percorso netto. Anche contro il connazionale Davydenko, uno tosto, che non sarà bello da vedere ma neppure regala un quindici. Il giorno della Befana il buon Mikhail ha anche rifilato una bella lezione proprio a Nadal: nella finale di Chennai ha concesso al mancino spagnolo appena un game. Rafa ribatte che era stanco, ma rimediare un solo gioco per uno come lui… Vero è che uno Slam è tutta un’altra cosa, non fosse altro perché si gioca al meglio delle cinque partite, ma a Rafa qualche brutto pensiero può passare per la testa. Sul cemento Mikhail lo ha battuto spesso e volentieri, compreso un quarto di finale nel 2006 agli US Open. Ripeto: io punto su Youzhny finalista a Melbourne. Ma prima di Nadal c'è da battere Tsonga.
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il talento di youzhny, nel 2002 la coppa davis, sulla sua strada nadal
Venerdì, 4 Gennaio 2008 alle 14:49

AMARCORD (3): AUSTRALIA '77

di Giancarlo Baccini
Il 2008 ha appena emesso i suoi primi vagiti e già il tennis ha ripreso il cammino attorno al mondo, ricominciando, com’è ovvio, da là dove fa caldo. Fra qualche giorno, poi, tutti convergeranno a Melbourne per il primo grande appuntamento della stagione. Invidio i giocatori, i giornalisti e tutti coloro che si apprestano a raggiungere quel meraviglioso Paese che è l’Australia, bellissimo e abitato da gente serena nel cui DNA predominano i geni che trasmettono l’amore per lo sport e per i suoi valori. Per noi del tennis, poi, l’Australia è il Paese delle 28 Coppe Davis, di Laver e di Rosewall, di Hoad e di Newcombe, di Margaret Court-Smith e di Evonne Goolagong, una specie di Mecca da visitare con religioso fervore almeno una volta nella vita.
Io ci sono stato un bel po’ di volte, ma adesso non ci vado da oltre dieci anni e ne sento forte la nostalgia. Conosco Sydney e Melbourne, Adelaide e Perth, Port Douglas e le isole della Grande Barriera Corallina. Un giorno, durante un pazzesco viaggio aereo di 36 ore filate da Città del Messico a una cittadina del nordest chiamata McKay, sono persino atterrato a Rockhampton, la città natale di Laver, e se invece di ridecollare subito mi avessero lasciato sbarcare giuro che appena sceso mi sarei inginocchiato per baciare il suolo.
Ricordo ancora con grande emozione la prima volta che andai in Australia. Era il dicembre del 1977, l’occasione la seconda tappa dell’epopea della Nazionale che l’anno prima aveva conquistato la Coppa Davis in Cile. Gli azzurri si erano qualificati per la seconda delle loro quattro finali in cinque anni grazie a un facile successo a Baastad con la Svezia priva di Borg, a una rissosa vittoria per 3-2 in terra di Spagna (l’evento merita un breve excursus: Zugarelli si rifiutò di subentrare a Panatta a risultato acquisito e Adriano, indispettito, si fece battere 61 60 dallo sconosciuto Soler; il pubblico di Barcellona reagì male, insultandolo, e quando qualcuno osò dargli addirittura una cuscinata sulla testa Panatta si tuffò fra la folla come un missile terra-aria, scatenando un parapiglia che quasi tutti i giornalisti italiani condannarono inzuppando la penna nell’ipocrisia), e a una mezza passeggiata romana contro la Francia.
23 ore di volo, comprensive di due tramonti, ci portarono a Sydney dopo scali a Bahrein, Bombay, Bangkok e Singapore. Eravamo i soliti, con in più l’esordiente Oliviero Beha. Stavolta c’era anche Guido Oddo, il telecronista che la Rai aveva lasciato a casa in occasione della finale dell’anno prima. Oddo, maniaco dell’abbronzatura, salì in aereo nero di lampada e atterrò pallido e scolorito, beccandosi micidiali sfottò, ma poi ebbe modo di rifarsi sulla mitica spiaggia dei surfisti, Bondi Beach.
Nonostante l’enorme vantaggio orario sull’Italia (10 ore), posate le valigie andammo subito allo stadio White City, che all’epoca ospitava anche l’Open d’Australia (ad anni alterni: l’altra sede era Melbourne), per vedere gli allenamenti degli azzurri e raccogliere materiale per i nostri articoli. Trovammo un Nicola Pietrangeli molto nervoso, e non soltanto per le fastidiosissime mosche cavalline che imperversavano dovunque, costringendoci a spalmarci di un semi-inutile liquido repellente. Quella sarebbe stata la sua ultima panchina di capitano e lui, che viveva da giorni a fianco dei congiurati, lo sospettava già. Ci rilasciò dichiarazioni pepate, che edulcorammo per amicizia ma che comunque contribuirono a complicare le cose.
Furono giorni caldi, e non solo per via dell’estate australe. Sydney si rivelò bellissima, la città più bella del mondo, e irresistibile, popolata da gente meravigliosa (tutti tipo Crocodile Dundee, anche le possenti donne) e ricca di attrattive: acquari, musei, ristoranti raffinati e carissimi (Eliza’s nel quartiere di Double Bay, soprannominato “double pay” per via dei prezzi), quartieri a luci rosse, spiagge, battelli, squali ed altri spettacolari animali.
Anche la finale fu caldissima. Nel primo match Panatta prese un liscio e busso memorabile da Tony Roche e subito dopo Barazzutti, a causa delle baruffe della vigilia preferito a Zugarelli nonostante si giocasse sull’erba, non fece più di un set contro Alexander. Sembrava già finita perché il doppio australiano, Alexander-Dent, era uno dei più forti del mondo, e invece Adriano e Bertolucci giocarono forse la più bella delle loro partite e li batterono tre set a zero.
A quel punto l’Italia intera si mobilitò per assistere in diretta, nella notte fra sabato e domenica, agli ultimi due singolari. Gruppi di amici si riunirono davanti al televisore, muniti di cibarie e sigarette, per vivere di persona le emozioni che grazie ai satelliti quel confronto avrebbe proposto loro da 18.000 chilometri di distanza. Panatta perse il primo set ma poi ribaltò l’esito dell’incontro e si portò avanti per 2-1. In Italia quasi albeggiava ma il tifo era alle stelle. A quel punto, però, il tempo si guastò. A White City si alzò un vento capriccioso e fastidioso, una raffica di qua e una di là, con velocità sempre diverse. Sia Alexander sia Panatta, entrambi molto alti, lo pativano quando si trovavano al servizio. Adriano, però, lo patì un po’ di più, e perse i successivi due set 8-6 e 11-9 (all’epoca in Davis non c’era ancora il tie break). Il sogno di un bis mondiale svanì così, in una caliginosa serata australiana e nel corrispondente mattino italiano, lasciandoci ancor più amaro in bocca perché nell’inutile match successivo Barazzutti dimostrò di poter tenere testa a Roche prima che la notte li fermasse sul 12-12 nel primo set.
A ripensarci oggi, credo che nel nostro Paese il tennis abbia toccato proprio in quei giorni il vertice massimo della sua popolarità. All’epoca non c’era ancora l’Auditel (la Rai era monopolista), ma nonostante fossero gli anni dei trionfi di Lauda con la Ferrari do per certo che nei gusti degli sportivi e negli spazi di cui godeva il tennis era secondo soltanto al calcio e sopravanzava la Formula 1. Poi vennero la cacciata di Pietrangeli e il patetico tracollo di Budapest. La magìa di quella squadra si era incrinata a Sydney e neppure le finali del ’79 a San Francisco e dell’80 a Praga furono sufficienti a ricostruire l’incanto della vigilia australiana.
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coppa davis, pietrangeli, panatta, barazzutti, bertolucci, zugarelli
Martedì, 18 Dicembre 2007 alle 09:37

BUON COMPLEANNO, DAVIS!

di Giancarlo Baccini
Oggi ricorre il trentunesimo anniversario della conquista della Coppa Davis da parte dell’Italia e mi sembra giusto celebrarla non con i miei ricordi personali, oltretutto un po’ appannati, ma usando le parole di un giornale dell’epoca, la “Gazzetta dello Sport”, scritte da uno dei mostri sacri del giornalismo specializzato, Rino Tommasi.
Quale miglior maniera di rievocare l’irripetuto entusiasmo di quelle ore che riviverle attraverso la prosa del grande Rino?
Ecco dunque quelle parole, riportate esattamente come campeggiano nel mio ufficio, sulla parete alle mie spalle, riprodotte dalla gigantografia della prima pagina della “rosea” del 19 dicembre 1976. Peccato che il pezzo girasse alla pagina numero 3 e che, dunque, non ci è possibile riproporvelo integralmente, ma penso che la lettura di questo lungo “cappello” sarà sufficiente a trasmettervi la forza della partecipazione emotiva di Tommasi a quello storico evento.


“Con un secco tre a zero inflitto al Cile ad opera del doppio (Panatta-Bertolucci hanno vinto rimontando in quattro set ), l’Italia entra, con pieno merito, nel prestigioso libro d’oro della Coppa Davis. E’ un privilegio che per 73 anni e per 62 edizioni era toccato soltanto a quattro paesi: l’Australia, gli Stati Uniti, la Gran Bretagna e la Francia.
Negli ultimi due anni si sono infine inserite Sud Africa e Svezia. Quanto fosse considerato tale è provato dal fatto che queste nazioni hanno sempre goduto, a livello di federazione internazionale, notevole vantaggi, non ultimo quello di un maggior numero di voti.
Lo stesso ”Grande Slam” raccoglie tutt’ora, indipendentemente dai grossi cambiamenti avvenuti anche in campo organizzativo, i tornei dei “ quattro grandi”, vale a dire i Campionati d’Australia, il Roland Garros, Wimbledon e Forest Hills. Il mondo del tennis, così sensibile alla tradizione, ha dunque affidato una precisa gerarchia al risultato della sua competizione più importante e più rappresentativa e non l’ha tradita nemmeno quando certi valori tennistici (come il caso della Francia e della Gran Bretagna) non sono stati più rispettati.
Nel 1974 la Davis ha cambiato corso. L’hanno vinta prima i sudafricani, poi gli svedesi, ed ora gli italiani. Per quanto sia impossibile inquadrare storicamente questa variante, torna difficile considerarla occasionale.
Peraltro corre l’obbligo di verificare alcune differenze che sono alla base dei successi che hanno turbato la tradizione “quadrangolare” della Davis. Vediamo così che il successo del Sud Africa è legato a ragioni politiche che hanno impedito - per la prima ed unica volta nella storia della competizione – lo svolgimento della finale; che il successo della Svezia è stato quello di un solo giocatore – Bjorn Borg – in contraddizione tecnica con il significato di una gara a squadre; invece il successo dell’Italia è stato otte-

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coppa davis, tommasi
Domenica, 16 Dicembre 2007 alle 10:06

AMARCORD (2)

di Giancarlo Baccini
Giovedì sera, durante la Festa che ha riunito a Roma tutti coloro che vogliono bene al tennis, guardando Lea Pericoli e Nicola Pietrangeli insieme sul palcoscenico dove transitavano i nostri campioni e i vertici dello sport italiano, sono stato assalito da una tamburellante sequenza di flash-back che mi hanno riportato per qualche minuto indietro di 31 anni, ai giorni di Santiago del Cile.
Gli agenti scatenanti sono stati Lea e Nick perché figurano tra gli interpreti principali di gran parte degli spezzoni del filmato su quell’unica vittoria azzurra in Coppa Davis archiviato nel mio vecchio cervello. Purtroppo non possiedo la formidabile memoria eidetica di Rino Tommasi, e i ricordi che serbo di quella trionfale settimana non hanno alcuna organizzazione. Però domani è il compleanno della finale cilena (17-19 dicembre 1976) e siccome m’ero ripromesso di celebrare l’occasione raccontando qualche aneddoto ai più pazienti fra i lettori di questo blog, sfrutto il flusso di flash-back dell’altra sera per onorare l’impegno.
Provo ad andare con ordine, anche se non sono sicuro che corrisponda a quello nel quale gli eventi si svolsero davvero. Ricordo prima di tutto un viaggio complicato, lunghissimo. I giornalisti italiani che rivedo presenti, oltre al sottoscritto, sono Rino Tommasi ed Enrico Campana (La Gazzetta dello Sport), Alfonso Fumarola (Il Corriere dello Sport), Vittorio Piccioli (Stadio), Onorato Cerne (Tuttosport), Rino Cacioppo (La Stampa), Daniele Parolini (Il Corriere della Sera), Lea Pericoli e Silvano Tauceri (Il Giornale), Gianni Clerici (Il Giorno), Roberto Mazzanti (Match-Ball e Resto del Carlino), Mario Giobbe (Radio Rai).
Non mi sembra che ci fosse nessuno di Repubblica, che aveva meno di un anno di vita e non usciva il lunedì. Sono sicuro che l’anno dopo a Sydney, quando l’Italia affrontò in finale l’Australia, Repubblica inviò Oliviero Beha, ma non ricordo Oliviero anche a Santiago. Sono ragionevolmente sicuro, invece, che ci fosse pure Ubaldo Scanagatta (La Nazione) però non riesco a visualizzarlo. Il telecronista Rai Guido Oddo non c’era (venne pure lui a Sidney nel ’77, ma credo che, non mandandolo in Cile, la Rai dell’epoca avesse voluto tenersi fuori dalle polemiche politiche che avevano preceduto la spedizione) e fece poi la telecronaca via tubo insieme con Giampiero Galeazzi, aprendo una “finestra” sul TG1 delle 20.30 quando, sabato 18, il trionfo azzurro maturò nel doppio. Fotografi? Di sicuro Angelo Tonelli, ho qualche incertezza su Ettore Ferreri. C’era forse Granata, o lui entrò nel tennis più tardi?
Con noi c’erano anche una trentina di appassionati, la gran parte dei quali romani ( il tennis di quegli anni era soprattutto figlio dei circoli romani). Ricordo che durante la tratta Buenos Aires-Santiago del Cile vidi da finestrino l’Aconcagua, la montagna più alta del Sudamerica. Ricordo che, essendomi pesantemente schierato contro il regime di Pinochet durante la lunga e turbolenta vigilia della finale, una volta messo piede all’aeroporto avevo un po’ di paura, anche perché l’anno prima in Colombia me l’ero vista brutta per motivi analoghi durante i Mondiali di nuoto. Ricordo che invece l’ingresso nel Paese fu rapido e che tutti i cileni sembravano simpatici, sereni, cordiali.
Se non ricordo male, in tutta la settimana che rimanemmo laggiù soltanto Tauceri e Parolini passarono un brutto quarto d’ora quando, avendo scattato delle foto a dei poliziotti di guardia a una installazione militare, vennero inseguiti e fermati (dovettero consegnare il rullino). Gli italiani emigrati in Cile ci invitavano a casa loro. Una sera finimmo in una villa dove si beveva “pisco sour” (un’aguardiente locale miscelata a succo di limone), si mangiava pasta scotta, si cantavano struggenti canzoni andine dedicate ai condor e si giocava a biliardo sotto lo sguardo severo di un busto di Mussolini.
Ricordo il centro di Santiago addobbato per Natale e lo strano effetto che facevano gli abeti spruzzati di neve finta in un posto dove c’erano quasi 30 gradi di temperatura. Ricordo Lea Pericoli con i capelli tenuti indietro da una fascia colorata e, accanto a lei, il sorriso dolce ed enigmatico di Bitti Bergamo, lo sfortunato Bitti che nel 1978 avrebbe preso il posto di Nicola Pietrangeli sulla panchina azzurra e che nel 1979, quando stavamo preparando la trasferta di San Francisco (terza delle quattro finali giocate da quella squadra), morì sull’autostrada perché un TIR gli fece un’inversione a U davanti, mentre diluviava. Ricordo i giornali locali dare un sacco di spazio all’evento, intervistando anche noi ospiti italiani (me compreso: solo che mi fecero dire quello che gli pareva, non quel che avevo detto io). Un quotidiano dedicò una doppia pagina al servizio di Panatta, analizzandolo con una sequenza fotografica sotto al titolo “El tremendo saque del senor Panatta”).
Ricordo lo Stadio Nacional – quello di cui i golpisti di Pinochet avevano fatto un campo di concentramento – come un bell’impianto con spalti ovali dipinti di bianco e celeste, non affollatissimo ma con un pubblico caldo e abbastanza competente. Gridavano “Ci-ci-cì! Le-le-lè! Vi-va-ci-le!” e battevano le mani a tutti, a partire dai nostri. Enrique Morea, il gran signore argentino che svolgeva il ruolo di giudice arbitro, non dovette fronteggiare alcun problema.
Ricordo che il clan azzurro si portava dietro le sue tensioni e le sue divisioni (Panatta e Bertolucci da una parte, Barazzutti e Zugarelli dall’altra, Pietrangeli nel mezzo e Belardinelli, uomo di campo, tirato per la giacca da tutte le parti perché c’era appena stato il rinnovo delle cariche federali ed a quell’epoca la “politica” non era semplice e lineare come adesso). A un certo punto Belardinelli si prese un’arrabbiatura storica che lo portò per qualche ora in ospedale.
Poi tutto andò come doveva andare. Barazzutti penò un pochino contro il numero 1 cileno Jaime Fillol, che aveva pure un piccolo stiramento ai muscoli addominali, ma vinse in quattro set quello che era l’incontro sulla carta più difficile della finale. Dopo, il cammino fu tutto in discesa. Panatta lasciò sette games all’indio Patricio Cornejo, nero nero e non attrezzato a competere a quel livello (non dimenticate che il Cile era arrivato in finale solo grazie al fatto che l’URSS s’era rifiutato di incontrarlo). Un po’ di braccino fece perdere il primo set del doppio a Bertolucci e Panatta e li fece penare fino al 9-7 nel terzo, ma poi tutto andò come doveva e alla fine eccoli lì, i nostri eroi, a fare il giro di campo con l’insalatiera e il tricolore, le mani sulla Coppa, Nick sulle spalle, immagini che irruppero in diretta anche nelle case italiane grazie al TG1, un evento mai verificatosi prima nel nostro Paese.
Curiosamente non ricordo come festeggiammo quella sera. Ricordo le solite litigate del giorno dopo per chi doveva giocare a risultato acquisito (oltretutto la consuetudine di passare al due su tre in situazioni del genere non era ancora stata inventata – la inventò Pietrangeli in Spagna l’anno successivo, mi sembra) e che alla fine Panatta dovette scannarsi con Fillol per vincere 10-8 al quarto set mentre l’ombroso Zugarelli perse in tre set secchi con la riserva cilena Prajoux, un brevilineo peloso di mediocre livello.
Ricordo una ripartenza davvero caotica, con il nostro aereo che si rompe sulla pista e l’assalto all’arma bianca a un DC-10 della Swissair parcheggiato lì accanto (“Ai mejo posti!”, come gridava Aldo Fabrizi nei film della famiglia Passaguai saltando sul trenino Roma-Ostia). Ricordo tre giorni di meravigliosa vacanza a Rio de Janeiro e le strepitose vittorie all’italiana ai danni dei giovanotti locali nelle partite di beach-soccer sulla spiaggia di Copacabana: Cacioppo, ex pallavolista, in porta (“Zoff! Cioff!”, lo sfottevano gli avversari), Pietrangeli libero in difesa a intercettare palloni e a rilanciarli con il piede fatato verso l’unico che corresse, Barazzutti, in una letale esecuzione del più classico schema catenaccio-contropiede.
E infine, tutti a casa. A Fiumicino, quando atterrammo con la Coppa, c’erano solo i parenti che erano venuti a prenderci.

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Giovedì, 6 Dicembre 2007 alle 13:19

AMARCORD (1)

di Giancarlo Baccini
31 anni fa, proprio di questi giorni, un gruppetto di appassionati e di giornalisti italiani – fra i quali il sottoscritto – si apprestava a partire per Santiago del Cile, dove dal 17 al 19 dicembre l’Italia avrebbe disputato la sua terza finalissima di Coppa Davis. Ve ne parlo perché quei giorni li rivivo quotidianamente in quanto nel mio ufficio ho, alle spalle, la riproduzione delle prime pagine della Gazzetta dello Sport (“La Davis è nostra”) e del Corriere dello Sport (“Missione compiuta”) che celebrano la conquista dell’insalatiera, e, dirimpetto, un collage di vecchie foto fra cui una che ritrae Rino Cacioppo della Stampa, Daniele Pariolini del Corriere della Sera, Rino Tommasi e me, in abiti ovviamente estivi, a passeggio per le strade di Santiago già addobbate per l’imminente Natale australe.
Magari vi racconterò un’altra volta qualche squarcio di quell’entusiasmante e per certi versi esilarante trasferta. Qui vorrei invece chiarire bene quale fu il mio (trascurabilissimo) ruolo nelle vicende che precedettero la partenza. Ricostruendo in varie maniere la pubblica diatriba che si innescò sull’opportunità “politica” di andare in Cile per giocare la finalissima di Coppa Davis, Gianni Clerici e altri colleghi hanno infatti avuto l’amabilità di inserirmi fra coloro che assediarono la FIT gridando lo slogan “Non si tirano volées / con il boia Pinochet”. Modo pittoresco di descrivere una realtà che fu diversa nelle forme (lo slogan è frutto esclusivo del talento poetico del mitico Gianni) ma non nella sostanza.
Lo sfondo della diatriba, come probabilmente sapete, era costituito dal fatto che la finalissima si sarebbe giocata nello Stadio Nacional, un impianto sportivo che tre anni prima, quando il generale Pinochet aveva compiuto il suo sanguinoso golpe, era stato utilizzato come campo di concentramento e dove molti oppositori erano stati torturati e uccisi. Quando l’Italia si qualificò, sconfiggendo l’Australia al Foro Italico, si sapeva già che avrebbe dovuto affrontare il Cile di Pinochet che in finale ci era arrivato senza giocare perché l’URSS si era rifiutata di icnontrarlo in semifnale. Quindi il caso era già politicamente bollente.
Prima di procedere nel racconto mi permetto di ricordare che quelli furono gli anni più turbolenti dei rapporti sportivi internazionali, anni in cui la ragion di Stato fece definitivamente strame dell’autonomia dei Comitati Olimpici e delle Federazioni, tramutando i grandi appuntamenti mondiali dello sport in occasioni di propaganda politica. Pochi mesi prima della finale di Coppa Davis, per esempio, i Paesi africani avevano boicottato le Olimpiadi di Montreal perché il CIO aveva ammesso la Nuova Zelanda, rea, pensate un po’, di aver giocato a rugby contro il Sudafrica razzista. Poi sarebbero venuti il boicottaggio occidentale dei Giochi Olimpici di Mosca 1980 e quello del blocco comunista dei Giochi di Los Angeles 1984.
Sono cose che a dirle adesso fanno ridere – anzi, fanno pure un po’ senso – ma che allora tutti prendevano terribilmente sul serio.
Così, il giorno dopo la vittoria azzurra su Newcombe e soci, durante la riunione del mattino al mio giornale, “Il Messaggero”, divampò subito il dibattito “Cile sì – Cile no”. Io avevo trent’anni e in me confliggevano la cultura dell’uomo di sport e quella del giovane figlio dei tempi. Pensavo che si dovesse giocare ma che non fosse eticamente accettabile farlo in un posto che grondava sangue. E poi non mi andava giù il fatto che l’argomento preferito dai favorevoli al viaggio fosse il classico “sport e politica vanno tenuti distinti”, quando tutti sanno che da quasi tre millenni è vero il contrario.
“Il Messaggero” dell’epoca era un quotidiano che con orgoglio si definiva “laico, democratico e antifascista”. Due anni prima, di fronte al pericolo che il giornale passasse in mano a un editore di destra vicino al Vaticano, la redazione aveva fatto 17 giorni consecutivi di sciopero, interrompendolo soltanto in occasione del referendum sul divorzio per pubblicare una prima pagina che – incentrata su un gigantesco “NO” – avrebbe cambiato il modo di fare informazione in Italia. La spuntammo: poco tempo dopo i vecchi proprietari ci cedettero alla Montedison, allora controllata dal Partito Socialista Italiano. Era pertanto inevitabile che nel ’76 stessimo da una parte anziché dall’altra.
Così finì che decidemmo di schierarci contro il viaggio in Cile e io scrissi un pezzo in cui spiegavo che c’erano soltanto tre categorie di persone che sostenevano la necessità di tenere separati sport e politica: “i cretini, gli ipocriti e i fascisti”.
Seguirono polemiche, dibattiti, proclami e pubbliche battaglie. L’assalto alla FIT ci fu (se non ricordo male l’iniziativa venne dal defunto PdUP, il Partito di Unità Proletaria) e si concluse con l’esposizione della bandiera cubana dalle finestre, ma non è vero che io vi presi parte: ero lì come giornalista e rimasi per strada. In compenso, sul “Guerin Sportivo” Italo Cucci mi dedicò un pezzo in cui mi definì “cretinetto polisportivo”.
Fu in sostanza una di quelle colossali sceneggiate all’italiana durante le quali – come avrei appreso con l’esperienza – tutti si sentono obbligati a recitare con gran foga il ruolo che gli è stato attribuito senza curarsi veramente del risultato finale. L’importante, qui da noi, è apparire. L’unico che si battè per un obiettivo reale fu capitan Nicola Pietrangeli, che in Cile voleva naturalmente andarci, e alla fine, com’era logico e giusto, la spuntò lui. Il governo Andreotti non si mise di traverso e noi del tennis partimmo in tromba, me compreso, col volo “low cost” organizzato da Puli Bonomi, un uomo al quale il tennis italiano deve sicuramente qualcosa.
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