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gen 19
GOOD NIGHT AND GOOD LUCK ANDY
Il più grande sportivo britannico di tutti i tempi
Andy Murray col trofeo di Wimbledon 2015 (foto Getty Images)
MELBOURNE - David Law ha gli occhi lucidi e fatica a darsi un contegno. Un po' perché le gambe gli tremano e un po' perché è alto una quaresima, decidiamo che è meglio sederci. David ha lavorato nell'ATP fino al 2001, dopodiché si è diviso tra BBC, radio e comunicazione del Queens. In pochi conoscono Murray come lui. A sei ore dall'annuncio di Andy, David ha ancora la voce zoppicante per la commozione: "Lo vidi la prima volta quando era junior e la prima impressione fu ambivalente" - racconta - quando ricevette il premio della stampa britannica e gli diedero un microfono per ringraziare i presenti, Andy cominciò a dire una serie di frasi sconnesse. Dopodiché lo intervistai quando vinse gli UsOpen junior e mi colpì per il modo diretto in cui si esprimeva". Era diverso. E quella diversità col tempo è diventata una sua forza. Col tempo Andy ha preso confidenza con tutto il contorno, e ha scelto proprio una conferenza stampa per rivelare al mondo che non ce la fa più.

Improvvisamente le lacrime della notte di Washington con Copil non sembrano più l'espressione di sollievo ma di dolore. E quel magone a Brisbane non sembra più il pensiero grave dei tormenti lasciati alle spalle, ma la pena per un futuro sportivo che non ci sarà. "Più di così non mi avvicinerò mai più al trofeo degli Australian Open", aveva twittato, instagrammato e dichiarato appena arrivato a Melbourne, immortalato accanto a quella coppa che per cinque volte gli era sfuggita all'ultima curva. Il Regno Unito aveva goduto. Murray sembrava annunciare a modo suo che era tornato, e che con lui era tornato il suo sarcasmo, la sua leggerezza, la sua autoironia, le sue pillole di intelligenza dispensate con tono da prefica e tempi comici perfetti. Una robina che per questo saliva su piano piano. E poi ti faceva esplodere in una risata fragorosa. Murray sembrava in piena forma, almeno dal punto di vista dell'umore.

Il campo aveva invece raccontato un'altra storia. E già giovedì, dopo due set di allenamento contro Djokovic, tra i testimoni oculari serpeggiava pessimismo. "Mi sono chiesto davvero per quanto a lungo avrebbe accettato il compromesso di sentirsi e vedersi in quel modo", racconta David.
Andy aveva rimediato un paio di game contro Nole. E nonostante questo aveva trovato il modo per scherzarci su. I sudditi di sua Maestà in sala stampa invece avevano cominciato a stendere i coccodrilli: l'anca dolorante da un decennio, il fastidio diventato intollerabile dopo la semifinale di Parigi 2017, l'operazione alla quale si era sottoposto proprio a Melbourne un anno fa. E poi il rientro a singhiozzo, la preparazione senza luci a Miami. L'antifona era chiara, ma nessuno
immaginava che sarebbe successo così presto e così inequivocabilmente.

"Come stai?", sembrava una domanda dovuta, di routine, per rompere il ghiaccio. E invece Andy non aspettava altro per togliersi sto maledetto masso che gli pesava sul cuore da 20 mesi.
"Non bene". Seguito da cinquanta secondi di silenzio. Lo scozzese si è messo mano alla visiera del cappellino blu e l'ha abbassata sempre di più, nascondendo agli altri lo sguardo inumidito. Finché il groppo ha stretto talmente forte che l'ex numero 1 ha lasciato la sala stampa scortato dal team dell'ATP.
Non è stato un addio. Non ancora. Non ufficialmente. Murray ci ha reso partecipi del dramma di uomo che pensa ad una seconda operazione all'anca non per tornare in campo, ma per provare a convivere con il dolore. Andy lo ha fatto usando il condizionale, ma nessuno l'ha bevuta. Prima ancora di sapere se ce la farà a scendere in campo con Bautista Agut. Prima ancora di scoprire che tutta la Terra farà il tifo per lui. Prima ancora di sperare che venga ibernato e scongelato per l'addio sui campi di Wimbledon, Andy Murray già manca a tutto il tour. Perché a colpi di battute fulminanti e battaglie contro il sessismo aveva convinto tutti. Più ancora di quanto avesse fatto il suo tennis di tocco ma non quanto Roger, muscolare ma non quanto Rafa, elastico ma non quanto Novak.

È stato fortissimo e ha vinto tantissimo, Andy. Tre Slam, 45 titoli, la Coppa Davis. ed è stato due volte campione olimpico, l'unico traguardo al quale gli altri mostri sacri della sua generazione non arriveranno mai. È riuscito a far sembrare simpatico Ivan Lendl, ha sfidato le convenzioni ingaggiando una donna come coach e anche grazie a lei è salito in cima al mondo. È stato l'ultimo ad arrivare in vetta e il primo a mollare la presa. Nell'epoca d'oro di questo sport, il britannico è stato il quarto dei Fab Four, l'imbucato alla cena delle divinità. Probabilmente il tennista più sfortunato di tutti i tempi, costretto com'è stato a sedersi allo stesso tavolo con tre cannibali. A spartirsi la torta con quei fenomeni che hanno vinto 50 degli ultimi 60 Slam, lasciandogli sempre la palma di migliore tra i mortali. O al massimo di più umano tra gli immortali.
"La storia ha detto che non era all'altezza degli altri tre" - taglia corto David Law - "ma Andy rimane il più grande sportivo britannico di tutti i tempi". Più di Sebastian Coe, più di Mo Farah. Opinione condivisa dalle Ebridi alla Cornovaglia. Il tempo di serrare i denti è finito. Good night and good luck, sir Andy Barrow Murray.
E buona fortuna anche a noi. Perché se l'addio di Ringo fa così male, cosa succederà quando sarà il turno di George, Paul e John?



di Dario Castaldo

Commenti

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4

Articolo da pelle d' oca! Andy non mollare, ci vogliono 18 mesi per non sentire piu dolore, riprendi da Giugno con i tornei su erba. Tranne abbiano sbagliato intervento ovviamente

di Mo64 (Venerdì, 11 Gennaio 2019 21:35)

3

Forza Andy, non è ancora detta l'ultima parola! Onore comunque ad un campione grande e completo.

di FLONTO (Venerdì, 11 Gennaio 2019 18:18)

2

Meraviglioso, il nostro Dario si è superato...

di Anto1980 (Venerdì, 11 Gennaio 2019 17:55)

1

Uno deli articoli più belli che io abbia mai letto.

di AndreaGabrielli (Venerdì, 11 Gennaio 2019 14:24)

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