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ASPETTANDO MELBOURNE
Schiavone-Kuznetsova: 4h e 44’ da leggenda
Francesca Schiavone  (foto Getty Images)
In attesa degli Australian Open, primo Slam del 2019 al via a Melbourne il 14 gennaio, proponiamo ogni giorno sino alla vigilia del Major Down Under il racconto di alcuni dei match che hanno fatto la storia del torneo.

Quattro ore e 44 minuti per diventare la numero 4 del mondo. Mai come in quel 23 gennaio del 2011, Francesca Schiavone trascende. Quel soprannome di Leonessa le scivola come un abito di sartoria. E' insieme palco e realtà, spettacolo e passionaccia che non muore, nemmeno dopo 358 punti e sei match point salvati. E chi la dura la vince, 6-4 1-6 16-14 su Svetlana Kuznetsova. "Ci ho provato a battere il record di Isner e Mahut ma non ha funzionato. Ha chiuso prima di quanto pensassi", ha scherzato in conferenza stampa la russa, che di tennis ne ha seminato e creato nel segno dell'arte e di qualche dubbio di troppo. Come Isner e Mahut, però, l'amicizia supera i confini della rivalità, la condivisione dell'esperienza unisce due spiriti affini.

Poche settimane prima Brian Armen Graham, giornalista di Sports Illustrated, spiegava perché considerava Francesca la sportiva dell'anno. “Parafrasando Sean Connery negli Intoccabili, lei porta un coltello a un duello con le pistole”. Il morso dolce alla terra di Parigi, l'abbraccio alla Coppa dei Moschettieri e alla leggenda, non racconta tutta la storia. Perché il senso della storia non si rinchiude nello stretto confine delle bacheche, dei trofei e dei piazzamenti. "Schiavone ha un tennis a tutto campo espressivo e creativo, è l’underdog artistica la cui sfida all’omogeneità stilistica è diventata la trama più gratificante del tennis nel 2010", aggiungeva Graham. Con lei “non conta il cosa ma il come. Guardatela giocare. La Schiavone è una di noi, non un prodigio, una combattente senza grandi armi, che non ha mai smesso di lottare per avere la sua grande occasione”.



La partita è di fatto normale per un paio di set. Francesca alterna bei punti a qualche errore un po' banale. Ma il più grave lo commette Kuznetsova che, ingolosita da una palla lenta e a mezza altezza, mette in corridoio sul set point. I break, che per tutta la partita continueranno ad alternarsi e disegnare un geroglifico non sempre agevole da decifrare, scandiscono un secondo set in cui il punteggio non rispecchia l'andamento ma prefigura quello che sarà. Il 6-1 Kuznetsova, che fa la differenza quando mette il peso del corpo sulla palla col dritto e distribuisce improvvise quanto illuminanti accelerazioni di rovescio diagonale, è meno scontato di quanto possa sembrare. I 56 punti che Schiavone gioca al servizio e i 53 minuti complessivi, a ripensarci a posteriori, si uniscono agli indizi seminati lungo il cammino. E' come nei romanzi gialli, l'emozione e la costruzione della storia depistano, e il senso complessivo si ammira solo alla conclusione del percorso. Per la parola fine ci vorranno altre tre ore, il match diventerà il singolare femminile più lungo di sempre, Schiavone diventerà la prima italiana ad arrivare nei quarti in tutti gli Slam e l'azzurra con la miglior classifica di sempre. In mezzo, tutta l'epica di una saga dostojevskiana in cui la bellezza si fa salvifica induzione in tentazione.

Kuznetsova chiede un medical time-out, che sposta di una decina di minuti l'inizio del terzo. La partita lievita, eppure sul 4-4 sembrano esauste: la russa non chiude una volée comoda, Schiavone non riesce a passarla. Ma non è Francesca, quella che si lascia condizionare dai muscoli stanchi. "Ho scavato nel mio barile, ogni punto l'ho giocato con intensità-massima, ho chiesto a me stessa tantissimo. Sì, mi sono sentita di nuovo bene. Del resto, spesso è proprio dai momenti più duri e bui che trovi la luce". Quel barile deve essere grosso, molto grosso. Serve per salvare il match sul 4-5, sul 5-6, sul 6-7, sul 7-8. Qui, dopo essere stata sei volte a due punti dalla vittoria, la russa ha i primi tre match point. Prima vincente, gran dritto, rovescio lungo: si va avanti, 8-8. Kuznetsova aggira due palle break, sulla terza, a punto praticamente fatto, Schiavone infila il passante ma non frena in tempo e tocca la rete. "Non sono riuscita a fermarmi", racconta poi in conferenza stampa. "Ho chiesto all'arbitro: per favore, dammi il punto, ne ho bisogno. Non l'ha fatto".

Potrebbe essere il punto della svolta, il regalo inatteso della sorte di quelli che spostano gli equilibri, la sliding door. Kuznetsova, però, è quasi spaesata quando le chiedono, dopo la partita, se lì il match avrebbe davvero potuto cambiare. "Di che punto parlate? A un certo punto pensavo: qual è il punteggio? Chi deve servire? A volte non avevo proprio idea, non era facile tenere il conto”.
Un altro conto, però, è più semplice da tenere. Sull'8-9, al servizio, Francesca salva altri due match point, prima e dritto coraggioso, e poi un terzo con un pallonetto di alta ispirazione artistica. Fanno sei match point salvati, come quelli di Flavia Pennetta contro Vera Zvonareva allo Us Open. Tutti cancellati senza aspettare l'errore della russa. “Personalmente è stata una partita fantastica, spero un giorno di poter far vedere il DVD della partita a mio figlio”, dirà Schiavone a fine partita.

I match point, confessa Kuznetsova, “non me li ricordo. Penso che lei abbia giocato bene quei punti, non ho avuto palle facili. La partita avrebbe potuto cambiare tante volte, ma oggi era il giorno di Francesca. Sento di essere stata migliore, ma i punti importanti li ha giocati meglio lei”.
La durata sfiancante della sfida non riduce il livello di gioco, anzi. Schiavone serve per il match su 10-9, Kuznetsova vince un paio di punti che impreziosiscono un tennis con tutti i colori della magia. Controbreak, si va avanti. "Qualcuno vinca!" urla qualcuno tra il pubblico. Schiavone si fa massaggiare una spalla; Sveta alle gambe. I movimenti si fanno più faticosi, Kuznetsova cerca la rete per chiudere presto il punto. La partita supera le 4 ore e 19, diventa il singolare femminile più lungo di sempre in uno Slam. Ma non di sempre. Le 6 ore e 31 minuti necessari a Vicky Nelson per battere Nelson Dunbar 6-4 7-6 nel 1984, nel celebre incontro con uno scambio da 643 colpi durato 29 minuti, restano un non invidiabile quanto lontano primato. “Guardavo l'orologio e pensavo: brava Francesca, sei una tosta. Lavoro per questo, e quando arrivi a vincere una grande partita così ti senti alla grande”.

Soprattutto se tieni il servizio per il 14-14 con due rovesci che sarebbero stati già memorabili se giocati dopo pochi game. Si è portata più volte la mano destra sul cuore, e non solo come metafora dello spirito necessario per vincere. Ha via via alleggerito il piano di gioco da ogni riflessione in nome dell'istinto che porta avanti, che spinge a creare e non ad aspettare. Si fida dell'ispirazione, non interrompe un'emozione. Si proietta guerresca verso rete, verso il break che si fa preludio di trionfo al punto numero 350 di una storia diventata leggenda.
Il punteggio non l'ha mai perso di vista. “Vivere il momento è la cosa più importante per me”, ripete raggiante in conferenza stampa. Servono tre match point perché la Leonessa diventi Francesca-4. Sceglie la pennellata rapida, servizio e volée, per scrivere il finale della partita femminile più lunga in uno Slam. Come si fa, le chiedono, a ottenere i risultati migliori a oltre trent'anni? “Quando hai un dollaro ne vuoi due, quando ne hai due ne vorresti tre, e via così. È lo sport. È solo la passione che ti spinge ad andare avanti”.



di Alessandro Mastroluca

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