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ott 18
TIAFOE, IL NEXT GEN DA SOGNO
Francis o Frances? Tiafoe fa sperare gli States
Internazionali BNL d' Italia 2018 Frances Tiafoe. (foto Sposito)
Gli Stati Uniti attendono da Arthur Ashe, cioé addirittura dagli anni 60, un nuovo numero 1 del mondo afroamericano, che vinca qualche Slam. Da allora, al massimo hanno avuto un finalista a Wimbledon, Malivai Washington nel 1996, e tante speranze più o meno credibili, da Bryan Shelton a Chip Hooper, da James Blake a Donald Young. Oggi hanno un ragazzo di 20 anni, Frances Tiafoe, che si presenta con credenziali molto credibili alla seconda edizione delle Next Gen ATP Finals del 6-10 novembre alla Fiera di Milano-Rho coi migliori under 21 del mondo, e quindi al grande tennis.

Come prima cosa, il figlio di poveri immigrati della Sierra Leone sfuggiti alla guerra civile, che ha preso la racchetta in mano già a 4 anni, ha cominciato a vincere subito, proponendosi con una serie di record di precocità: a 14 si è aggiudicato il titolo a Les Petits As, a 15 ha vinto il prestigioso Orange Bowl, da più giovane di sempre, a 17 è stato il più precoce americano nel tabellone principale del Roland Garros dopo Michael Chang nel 1989, a 18 è entrato nei “top 100”, quest’anno, aggiudicandosi il primo titolo Atp Tour a Delray Beach ha eguagliato il primato di precocità di Andy Roddick del 2002, ed il quarto più giovane nei “top 50”, al numero 38. Frances, che ha un fratello gemello, Franklin, possiede una grande determinazione: per undici anni, ha vissuto cinque giorni la settimana col padre al College Park in Maryland, dove papà Constant era custode e poteva usufruire di particolari condizioni di allenamento per i figli tennisti, lasciandoli a mamma Alphina solo nei fine settimana e solo quando non lavorava come infermiera. Finché a 13 anni non è stato convocato all’USTA National Training Center di Boca Raton, in Florida. Dove ha affinato il suo gioco di attaccante moderno da fondocampo, basandosi sull’uno-due servizio-dritto, ma è anche fortissimo nella risposta e, con l’aiuto dell’ex pro Robby Ginepri, sta acquisendo una gran varietà di colpi.

“E’ davvero straordinario, ci sono tanti di noi Next Gen che sono top 50, 40, 30, il livello è davvero alto. Abbiamo un rendimento sorprendente, per essere così giovani, ma non c’è ragione per essere soddisfatto. Ci sono tante cose ancora da inseguire, tante ancora da conquistare”, dice Frances. “Ogni volta che vedi un tennista giovane come te che fa bene, ti dici: “Maledizione! Se ci riesce lui perché non ce la posso fare anch’io?”. E si crea un effetto domino. Sento che ogni giorno sono pronto a battere chiunque. Io poi non sono nervoso, in campo, anzi, mi sento a casa”.

L’attitudine è la sua forza, come la capacità di reazione, mentre ha ancora limiti di resistenza. Infatti, l’anno scorso, negli Slam, crollò al Roland Garros cedendo 6-0 al quinto set con Fabio Fognini e agli Us Open per 6-4 al quinto contro Federer. Quest’anno, a marzo sul cemento di Miami, ha messo in fila Edmund e Berdych, per cedere di misura a Kevin Anderson, ad aprile ha perso in finale sulla terra dell’Estoril, dopo aver battuto Carreno Busta, a luglio sull’erba di Wimbledon si è arreso da due set a zero nel derby giovane contro Khachanov, ad agosto sul cemento di Toronto ha piegato Raonic e poi ha ceduto a Dimitrov solo per 7-6 3-6 7-6, subito dopo a Cincinnati è stato eliminato da Shapovalov con l’analogo 7-6 3-6 7-5, e anche in Davis, a settembre, sulla terra di Zara, è stato costretto alla resa da Coric per 6-7 6-1 6-7 6-1 6-3. “Voglio vincere match così, per un po’ mi sembra di potermela giocare contro i più forti. Ma è arrivato il momento di di portare a termine queste partite nel modo migliore. Perciò, non mi sento nemmeno vicino al mio miglior tennis, ci sono ancora tante cose su cui posso lavorare e migliorare”. Umile, umilissimo: “Se vorrei emulare Federer? E’ troppo calmo per poterlo emulare”.
Curioso: fino al 2015, compare nei risultati come Francis, poi è tornato Frances: “Un errore che si era protratto nel tempo”. Strano che ci abbia messo tanto tempo a cambiarlo.



di Vincenzo Martucci

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