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31

ago 18
L'AMERICA DI BERRETTINI
"Ogni giorno c’è una nuova sfida"
Matteo Berrettini (foto Tonelli)
NEW YORK - L'America di Matteo Berrettini si era aperta alla grande dopo tre settimane di pausa dalla fatiche dei mesi precedenti con tanto di primo titolo Atp a soli 22 anni a Gstaad. "Avevo bisogno di un po' di riposo perché la stagione è stata lunga e faticosa e dovevo recuperare", spiega seduto su uno dei divani della players lounge di Flushing Meadows. Dalla terra al cemento e a Winston Salem si era spinto sino al terzo turno, poi la sconfitta all'esordio agli US Open contro Kudla. Che nulla toglie alla grande stagione del giovane romano: tennis aggressivo, potenza, gran servizio dall'alto dei suoi 193 centimetri e diritto mortifero. , sottolinea. A New York è andata maluccio con gli otto azzurri al via (comunque una partecipazione record dopo i 14 nelle qualificazioni) tutti fuori già al secondo turno. Ma in questo 2018 si stanno creando tutte le premesse per un futuro da protagonisti. Siamo a fine agosto e i titoli Atp griffati Italia sono già sei: tre li ha messi in bacheca Fabio Fognini, due Marco Cecchinato, uno il giovane Berrettini. Ce n'è per tutti i gusti.

Per Berrettini il 2018 è l'anno delle prime volte: la prima partita vinta nel circuito maggiore a Doha lo scorso gennaio, il primo Slam nel tabellone principale in Australia, il primo successo in un Masters 1000 nella sua Roma, i primi turni superati al Roland Garros e a Wimbledon, il primo titolo Atp e il primo US Open nel tabellone principale. A inizio 2018 era numero 135 della classifica mondiale, a marzo ha fatto il suo ingresso nel top 100 (il più giovane italiano (rieccoci) a riuscirci dai tempi di Fognini), oggi è vicino ai top 50. E tutto con un buon anticipo sulla tabella di marcia, il che rende il tutto ancor più piacevole.

"Dopo la vittoria a Gstaad racconta Matteo - è cambiata la consapevolezza di aver tenuto un livello molto alto per una settimana intera, cosa che prima non riuscivo a fare. Una qualità fondamentale per la mia crescita". Ascoltandolo e vedendolo in azione si ha la piacevole sensazione di avere di fronte un giocatore vero. Ha personalità e data la stazza si muove pure piuttosto bene. E sa come affrontare nel modo giusto le partite che contano. Giocare al top nei momenti importanti è una qualità che appartiene ai campioni. Altrimenti non vinci un titolo Atp a 22 anni e al primo tentativo .

Uno dei suoi segreti è il coach, quel Vincenzo Santopadre che da otto stagioni è al timone del progetto Berrettini. Ora anche con la collaborazione di Umberto Rianna versante federazione (Matteo si allena anche a Tirrenia). "Vincenzo è come un secondo padre, trascorro molto più tempo con lui che con la mia famiglia, lavoriamo tutti i giorni sul mio tennis. Ma sto alla grande con tutto lo staff, siamo amici,usciamo a cena insieme. Così anche stare tanto tempo lontano da casa è più semplice, ti pesa meno". Santopadre ha sempre parlato di percorso a lungo termine, con la maturazione fissata non prima dei 24 anni. "Step by step", ripete sempre il 46enne tecnico romano, che è stato numero 103 Atp nel 1998 ed è contrario alla voglia esasperata di bruciare le tappe. La forza della normalità: sta pagando la scelta di rispettare la crescita fisica e mentale dei giovani: per diventare un giocatore vero il percorso è lungo e delicato. Matteo solo a inizio anno si è affacciato al circuito maggiore, un mondo completamente diverso da quello cui era abituato. Sta facendo in fretta, ha vinto tante partite e ottenere questi risultati con due anni d’anticipo è una motivazione in più per fare ancora meglio.

"L'obiettivo è vincere tornei più importanti di Gstaad, testa bassa e lavorare. Mi auguro che possa essere soltanto il primo gradino, deve essere un punto di partenza". Parole che sono sintomo di intelligenza, maturità, educazione e cultura. Eredità di un'ottima famiglia e del bellissimo ambiente in cui è cresciuto (il fratello Jacopo. di 2 anni più piccolo. si sta avvicinando al professionismo). "La mia famiglia mi ha sempre insegnato a restare con i piedi bien piantati per terra", conferma. Soprattutto adesso che l'asticella si alzata, le aspettative sono tante e la pressione è maggiore. "Fa piacere, vuol dire che gli appassionati e gli addetti ai lavori cominciano a conoscermi. Qualche giorno fa qui a New York ho incontrato l'allenatore di Thiem, Gunther Bresnik, che ha detto di apprezzare molto il mio tennis. Non aveva nessun obbligo di dirmi quelle parole, quindi vuol dire che lo pensa davvero ed è una bella soddisfazione".

Arrivare in alto è difficile, restarci di più. Serve un ulteriore salto di qualità e Matteo lo sa bene: "So che devo lavorare e migliorare ancora molto. Rispetto allo passata stagione sono migliorato nella risposta e dalla parte del rovescio. Ora sono più consistente, uso meno lo slice e sono più aggressivo. E sono cresciuto in termini di esperienza: giocare i tornei più importanti serve a questo, ti confronti con i migliori del circuito e sali di livello. La crescita va avanti ed è costante. Stiamo lavorando molto sugli spostamenti, sulla mobilità. Devo essere sempre a posto sugli appoggi per poter imprimere più potenza ai colpi mettendo tutto il peso del corpo. Non sono il tipo che ama scambiare troppo, quindi devo provare a chiudere il punto il più in fretta possibile. Non devo e non voglio fermarmi". Il tennis è così: ogni giorno c’è una sfida nuova e la prima regola per vincere è farsi trovare pronti.



da New York - Angelo Mancuso

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