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16

apr 18
MIRACOLO ANDUJAR: DA 1824 A 154!
Vince Marrakech dopo 3 operazioni al gomito
Pablo Andujar
C’è vittoria e vittoria. E quindi, vedendo il campione esultare così tanto per il trionfo del torneo di Marrakech, con le braccia strette contro il viso a trattenere le lacrime, veniva da ridacchiare ironici. Esagerato? Dai, per un titolo “250”, il suo terzo in Marocco dopo due titoli a Casablanca, il quarto in carriera, dopo aver dominato in finale 62 62, sulla terra battuta, un inglese, dal nome non altisonante come Edmund, tanto più giovane (23 anni) e più in alto in classifica (n. 26), ma anche alla prima finale Atp. E quindi senza la necessaria esperienza…. No, l’esultanza di domenica di Pablo Andujar era assolutamente legittima. Bastava guardare la classifica, numero 355 del mondo, bastava dare un’occhiata ai risultati recenti, bastava citare l’età, 32 anni. Ma c’era di più, molto di più.

E il rilievo statistico - prima di lui il più alto in classifica a vincere un torneo Atp era stato il 550 del mondo Lleyton Hewitt ad Adelaide 1998 - non c’entra. Perché due mesi fa, il 19 febbraio, il ragazzo di Cuenca era addirittura numero 1824 della classifica dei tennisti professionisti, un incubo, pensando al 32 che occupava il 13 luglio 2015. Così come non c’entra la soddisfazione di essere entrato nel Guinness dei primati, come terzo tennista dell'Era Open ad aggiudicarsi una settimana dopo l’altra, un titolo challenger, ad Alicante, e poi uno Atp. Emulando David Goffin (Tampere e Kitzbuhel 2014) e Ryan Harrison (Dallas e Memphis l’anno scorso).

Pablo esultava e sicuramente esulta anche in queste ore e chissà per quanto tempo ancora, perché è sopravvissuto all’inferno di ben tre operazioni chirurgiche al gomito destro. Com’è giusto, Andujar ha ringraziato un po’ tutti. I suoi cari: “Dedico il successo al mio allenatore, al mio fisioterapista e alla mia famiglia. Ovviamente, anche a mia moglie e mio figlio che non sono presenti”. Il pubblico: "Mi sono sentito a casa per tutta la settimana”. Ma soprattutto se stesso: “Ho sempre creduto di potercela fare, altrimenti non ci avrei neanche provato”. Perché, da onesto pedalatore del circuito, senza le stigmate del talento tennistico, ma con tanta buona volontà e dedizione, ha insistito tanto e tanto ha sofferto, fino a due settimane fa al torneo di Alicante. Quando il castigliano ha rivisto la luce in fondo al tunnel, domando in finale De Minaur, e tornando al successo tre anni e mezzo dopo Gstaad del luglio 2014.

Fino ad allora, anche quest’anno aveva patito duramente: eliminato al primo turno nel “250” di Pune (da Jarry), al primo turno delle qualificazioni degli Australian Open (da Escobedo), al primo turno del “250” di Quito (dal nostro Travaglia), al secondo turno di Rio (superato Melzer, s’è ritirato sul 2-4 contro Thiem), ko al primo turno delle qualificazioni al challenger di Marbella (contro Gutierrez Ferrol). Finché il Juan Carlos Ferrero Challenger, all’Accademia di “Mosquito” a Villena, non gli ha regalato una wild card per tornare in paradiso. E Pablo l’ha presa al volo, come un naufrago con una ciambella di salvataggio che gli piove dal cielo. Bentornato! Da numero 154 del mondo, guardandosi indietro, può già ricominciare a sorridere alla vita.



di Vincenzo Martucci

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