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mar 18
“IO, DELPO, IL PIU’ PAZIENTE”
Anche a Indian Wells Del Potro è l’anti-Federer
Juan Martin Del Potro (foto Getty Images)
Senza Nadal e Goffin, già prima del via, senza Cilic, Dimitrov, Sascha Zverev, Thiem e Sock, eliminati strada facendo, negli ottavi di Indian Wells rimangono in gara solo tre “top ten”: il numero 1, Federer, l’8, Del Potro, e il 9, Anderson. E non c’è dubbio: quello che fa più paura al Magnifico è il gigante di Tandil, l’ex Palito, lo sfortunato argentino dal micidiale uno-due servizio-dritto. Perché, anche se i testa a testa raccontano di un confortante 16-8 a favore dello svizzero, Juan Martin ha dato grossi dispiaceri al primatista di 20 Slam, tuttora sulla breccia a 36 anni suonati. Lo beffò nella finale degli Us Open 2009, e poi subito dopo al Masters, gli fece lo sgambetto per due anni di fila nel torneo dove Rogerino faceva il raccattapalle, a Basilea, nel 20012 e 2013, con un altro schiaffo al Masters, uno dei preferiti terreni di conquista di RogerExpress. Perdendoci all’Olimpiade a Wimbledon, ma dopo una partita talmente dura (19-17 al terzo set!) che Federer si ritrovò senza benzina e mancò l’oro di singolare, tuttora l’unico vero buco nero della sua incredibile bacheca di trionfi. E, quand’è riapparso, per l’ennesima volta dal letto d’ospedale dopo l’ennesima operazione ai polsi, “Delpo” ha fatto un altro sgambetto a Roger agli Us Open di settembre. Con una dedica sorprendente: “Mi piace giocare contro di lui, abbiamo fatto match epici per tutta la carriera. Non è facile giocare contro una persona che ammiri, ma se posso scegliere l’avversario per una finale prendo sicuramente Roger, perché un giorno posso dire ai miei figli: “Ho giocato tante volte contro Federer e l’ho battuto”. Ecco perché mi piace giocarci contro”.

Perché, al di là della potenza, al di là del cuore, al di là della personalità, l’argentino triste sa esaltarsi sulle grandi ribalte e contro gli avversari più forti. E ha una forza di volontà che lo fa andare oltre i problemi cronici coi quali deve comunque convivere, dopo i quattro interventi chirurgici ai polsi (uno a destra e tre a sinistra). Infatti, quando, a Indian Wells, gli chiedono come vorrebbe essere ricordato, il 29enne risponde sornione: “Vorrei che dicessero che sono stato il giocatore più paziente, o il più emotivo”. Da numero 4 nel 2010, è sceso negli inferi e ne è risalito, fino a recuperare per la prima volta i “top ten”, dal 2014, sulla scia dell’argento olimpico a Rio, della storica coppa Davis argentina, delle semifinali a New York e di tre titoli Atp, l’ultimo la settimana scorsa ad Acapulco, con un bilancio stagionale di 13-3 e una serie di 7-0. “Questa potrebbe essere davvero una nuova carriera”, racconta, ricordando che 6 dei 21 urrà sul Tour li ha collezionati proprio negli States, toccando quattro volte almeno i quarti agli Us Open, e la finale a Indian Wells 2013. “A parte il cemento, che è la superficie dove ho vinto di più, mi sento a mio agio, negli Usa, perché sono vicino a casa e ho tanti amici che vivono a Miami, dove ho pure un appartamento mio. Insomma, negli Stati Uniti mi sento come a casa”.

Il gigante buono è sinceramente dispiaciuto di dover affrontare in California un amico come Leo Mayer, appena un anno più anziano, col quale ha fatto un cammino parallelo nel tennis. “Ci alleniamo tanto assieme, ceniamo spesso insieme, passiamo tanto tempo insieme, abbiamo vinto la Davis insieme, siamo amici, e non è facile per niente affrontare un amico”. Per quest’attitudine sincera, umana, e per i tanti stop che gli hanno imposto gli infortuni, frenandone la carriera, Delpo è fra i più amati del pubblico: “Ovunque vada, ho la sensazione di essere l’eroe locale. La gente sa ed apprezza gli sforzi che ho fatto per essere ancora competitivo”. E ne ammira anche la capacità di adattamento: “Gioco diverso di qualche anno fa. Vario di più con lo slice, con le smorzate, con qualche discesa a rete. Mi piace questo gioco, è anche più divertente da vedere. Ho migliorato altre cose del mio repertorio, così da avere un gioco più completo”. E sorride, dolce, come solo lui sa fare.



di Vincenzo Martucci

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