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feb 18
IL MAGICO MONDO DI DEBORAH
Dai tornei ITF alla Fed Cup da protagonista
FED CUP ITALIA-SPAGNA, Deborah Chiesa al termine dell' allenamento. (foto Costantini)
Come sta girando velocemente il mondo intorno a Debby. E pensare che solo un anno fa di questi tempi Deborah Chiesa stava cercando faticosamente di ritagliarsi un po’ di spazio nei tornei ITF contro avversarie pressoché sconosciute. Nel giro di pochi mesi è cambiato tutto.

QUELLA PRIMA VOLTA - Debby e la Fed Cup. In realtà c’era già stata una prima volta. E che prima volta. Addirittura la finalissima tra l’Italia e gli Stati Uniti. E’ il 2009, si gioca al Circolo Tennis Rocco Polimeni di Reggio Calabria, e per le nostre finisce in trionfo. Deborah ha tredici anni, è in Calabria per un raduno della Federazione e si ritrova improvvisamente catapultata in campo a fare da raccattapalle insieme alle altre ragazzine: “Ricordo che eravamo tutte emozionatissime - racconta la trentina - ogni tanto ci scappava di battere le mani dopo qualche colpo spettacolare, invece di andare subito a rincorrere le palline. Sergio Palmieri mi chiese se volevo fare anche da portabandiera, risposi subito di sì. Mi toccò quella americana”. C’è una bella foto che la ritrae con lo sguardo rivolto alla grande Mary Joe Fernandez, numero 4 al mondo nel 1990 e capitana della rappresentativa a stelle e strisce. “Mi chiedevo quali sensazioni si provassero nel rappresentare il proprio paese. Ora lo so. Ed è qualcosa che mi porterò dentro per tutta la vita”.

IL TENNIS NEL SANGUE - E’ quasi una predestinata Deborah. E non poteva essere diversamente perché papà Alberto e mamma Sandra hanno giocato e vinto tanto sui campi regionali. Per non parlare di nonno Giuliano, indimenticato campione trentino degli anni Settanta. Un’icona del tennis provinciale. “E il mio primo tifoso”, rivela lei. Ma lo sport è un vizio di famiglia. L’altro nonno, Sergio Chiesa, ristoratore e albergatore molto conosciuto e apprezzato, è stato lo chef della nazionale azzurra di ciclismo guidata dal Ct Alfredo Martini, il più titolato di sempre. A sei anni Deborah ha preso in mano per la prima volta la racchetta sui campi del Ct Trento: “Ho cominciato insieme a mia sorella Giorgia, ci è piaciuto subito. Poi lei ha smesso. Era brava, all’inizio mi batteva sempre”. Il Trentino resta un approdo sicuro, lo è sempre stato anche nei momenti più duri. “A casa torno appena posso. Mi piace stare con la mia famiglia. Purtroppo mia sorella vive all’estero e non possiamo vederci spesso, in compenso ci sentiamo continuamente. Stare lontano comporta tanti sacrifici, ma non ho mai avuto ripensamenti o dubbi in questi anni. Questa vita non mi ha mai pesato, quando mi sveglio la mattina penso solo a quello che dovrò fare per migliorarmi”.

L'ESPERIENZA AD ANZIO - Fondamentale si è rivelata la presenza al suo fianco del coach Francesco Piccari, conosciuto a inizio 2017. Un passaggio cruciale, lasciare il Trentino per spostarsi ad Anzio. E qui ha potuto conoscere anche Karin Knapp, l’altoatesina ferma per un problema al ginocchio, diventata un’amica fidata, preziosa per i suoi consigli. “Ad Anzio sono riuscita a lavorare con continuità. Tanto tennis, ma soprattutto tantissima atletica per migliorare gli spostamenti. E grande attenzione all’alimentazione. L’obiettivo era quello di incrementare la resistenza in campo, la tenuta fisica nei match che si allungano al terzo set”. E i risultati sono arrivati presto.

CARATTERE E DETERMINAZIONE - Mara Santangelo ha detto che Deborah ha il carattere tipico dei trentini, ostinato, rigoroso, determinato. “Sì, è vero quando faccio una cosa mi piace dedicarci tutta me stessa, per farla il meglio possibile. Per questo dopo la maturità al Liceo Linguistico ho preferito fermarmi e pensare solo al tennis. Studiare mi è sempre piaciuto, vorrei continuare un giorno, proseguire con Lingue, o Lettere. Mi appassionano le materie umanistiche, l’arte, e adoro leggere, anche se è difficile trovare il tempo per farlo. La sera dopo gli allenamenti torno a casa spesso stanchissima, talmente sfinita che ho soltanto voglia di buttarmi sul letto a dormire”. Per continuare a sognare.



di Luca Avancini

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