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gen 18
DIARIO DA MELBOURNE / 6
La sfida di Marco Panichi: riportare Nole al n.1
Marco Panichi
MELBOURNE - Alla mezza vien giù l’impossibile e molti match vengono sospesi (Errani 6-3 5-3 e servizio, Fratangelo 6-3 5-4, Falconi 6-2 4-1) quando il pranzo è già in tavola. Ai giocatori non resta che rintanarsi nel National Tennis Centre, la navicella che proprio oggi compie quattro anni e nella quale oltre a otto campi indoor e cinque all’aperto ce ne sono anche otto spolverati di terra battuta italiana. E dove sul piano rialzato c’è una palestra lunga come un campo da calcio. Sulla porta del ginnasio - in modalità colosso di Memnone - incontro il Gigi Rizzi del tennis italiano. Marco Panichi indossa una magliettina bianca sulla quale la sagoma stilizzata di Novak Djokovic esplode sotto la pressione dei pettorali. Coi suoi 54 anni perennemente abbronzati, il preparatore atletico romano mi illustra i tatuaggi sugli avambracci - Per aspera ad astra e Nihil difficile volenti (“Così invece di ripeterle agli atleti gliele faccio direttamente vedere”), poi pianta un paio di paletti. “Da quando ho iniziato a lavorare con Nole ho concesso solo un’intervista" - mi dice -. "Sai, adesso...”. Immagino. Giovedì ho chiacchierato a lungo con Ivan Ljubicic. L’allenatore di Federer mi ha raccontato un paio di aneddoti (tipo che il team RF al completo passò la serata prima della finale dello scorso anno a guardare un film strappalacrime come Lion, o che la mattina del match del secolo contro Nadal il Maestro non s’è schiodato dal letto prima dell’una di pomeriggio). Ma mi ha pure detto che se avessi pubblicato qualcosa mi avrebbe messo dentro un sacco di plastica e mi avrebbe buttato in mare. Per cui guai a chi fa la spia.

Marco trascina un borsone Head con 25 chili di attrezzi specifici, perché la palestra può esser fornita quanto vuoi ma non si vincono 12 Slam facendo le pulci solo al cibo. Ci sistemiamo su un divanetto e cominciamo riavvolgendo il nastro. “Ho iniziato trentadue anni fa, quando ancora gareggiavo nel salto in lungo allenando i ragazzini delle Fiamme Gialle d’atletica" - ricorda Panichi -. "Poi quasi per caso mi sono ritrovato a lavorare in un circolo di tennis dal quale sono usciti giovani interessanti come Gasbarri e Musa. Il primo big che ho allenato è stato Davide Sanguinetti, che tornava dall’Università a Los Angeles e venne a lavorare con noi. Da quel momento in poi ho preso a girare per il mondo, proprio con Davide e col tedesco Marcello Craca”.

Il curriculum vitae è lunghissimo. Panichi ha lavorato con Karlovic, con Kohlschreiber e con tanti italiani: Bolelli, in due fasi diverse della sua carriera, e in tempi più recenti con Giannessi. Per un periodo ha curato la preparazione della Kuznetsova e a vari intervalli la base operativa è stata in Cina, dove è passato da Li Na a Jie Zheng passando per Peng Shuai. Proprio con le donne si è tolto le soddisfazioni maggiori: “Assieme ad Anna Smashnova partimmo da 300 del mondo e arrivammo tra le prime 15. Mara Santangelo è forse l’atleta con la quale abbiamo ottenuto i risultati migliori, raggiungendo il numero 27 in singolo e il numero 5 in doppio. Daniela Hantuchova è invece quella con la quale siamo andati più vicini al bersaglio grosso”. Son passati 10 anni, ma quella semifinale di Melbourne nella quale la sua slovacca era avanti 6-0 2-0 con la Ivanovic (“e due palle del 3-1”) brucia ancora.

Tornato in Europa, Marco Panichi ha ripreso ad occuparsi dei suoi quattro cavalli e di un cane, senza per questo scendere dal carrozzone. Così, a settembre, è arrivata la chiamata dell’uomo che fino a 18 mesi fa aveva chiuso a chiave le porte del tennis. Magari sono io, ma occuparsi della preparazione atletica di quello che probabilmente è stato il tennista più preparato di tutti i tempi non fa venire le vertigini? “Io faccio fatica a ritenermi all’altezza della direzione di Teleradiostereo" - gli dico -. "Figurati se mi chiamasse il New York Times. Ecco, cosa hai provato quando ti ha chiamato il NYT del tennis?”. Marco Panichi si appella alla facoltà di non rispondere. O almeno non nel merito. Rifugge i suggerimenti, non usa i termini orgogli e paura. Tanto meno vertigine. “Mi piace pensare che si debba affrontare un discorso di crescita professionale e umana. Ogni incarico rappresenta una sfida e io vivo per le sfide. Questa è chiaramente speciale. Il libro di Nole l’avevo letto, quindi conoscevo già molti aspetti della sua personalità e le sue abitudini. Diciamo che da quando collaboriamo ho approfondito altri aspetti che diventano cruciali per pianificare uno sviluppare del progetto”. In pratica è diventato esperto di gomiti, glutine e abbracci, dico io. Panichi spiega che in un team strutturato come quello del serbo i compiti sono minori ma le responsabilità del lavoro di squadra aumentano. “Ogni esperienza è una risma di fogli bianchi da riempire”. Ok, ma qui la gente vuole conoscere il contenuto dell’ultima pagina, perché da fuori il futuro di Djokovic appare ancora una bella incognita. “L’obiettivo è sempre raggiungere il massimo”. Risponde la sibilla eretina. Cioè il primo posto.


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di Dario Castaldo

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