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gen 17
DIARIO DA MELBOURNE / 4
Alexander Bublik, l’ultimo dei kazaki
Alexander Bublik (foto Getty Images)
MELBOURNE - Agustin Velotti e Marco Trungelliti spazzano a colpi di frulloni il 13, il campo sul quale Tennis Australia ha allestito due tribune coperte e montato quasi duemila seggiolini. Accanto a loro, sull’8, Stephanie Vögele si riscalda agli ordini di coach Ivo Werner in quello che è diventato un mini impianto da 1500 posti. Poco più in là, sempre davanti a un migliaio di sedie azzurre pieghevoli, Alexander Sarkissian palleggia con l’ex pro Peter Lucassen. E’ il numero 214 ATP, ergo uno degli ultimi a guadagnarsi il diritto a giocare le quali. E purtroppo per lui l’unica cosa che gli viene meglio dell’olandese che gli fa da allenatore sono le previsioni del tempo: “Si muore, sembra di stare a Indian Wells. Ma stai tranquillo, ché stasera la temperatura scende”.

Non avrei riconosciuto nessuno dei quattro, se non fossero stati loro a fornire le generalità. Il fatto è che ad una settimana dall’inizio del torneo i vialetti e le tribune sono deserte, ma sui campi e negli spogliatoi trovi di tutto, da Serena Williams a Anna Kalinskaya, una diciottenne moscovita che l’anno scorso ha vinto il doppio juniores e adesso scatta foto-ricordo alla parete sulle quali sono appesi i primi piani dei campioni in carica. Anche lei si presenta, per mia fortuna. Tra tecnici, trainer, preparatori, partner e parentado, in giro ci sono un migliaio di persone. La maggior parte in scarpe da tennis. Riconoscere tutti diventa un’impresa da TeleMike. Anzi, quando in classifica si esce dai top 100, anche l’addetto ai lavori ha solo due modi per essero sicuro di chi è chi: sbirciare sul pass o chiedere conferma al diretto interessato. Di solito, il soggetto risponde con cortese imbarazzo se di sangue latino, attacca bottone se di passaporto statunitense e ti ignora bellamente se nativo delle steppe.

Il caso vuole che in questi giorni Melbourne Park sia zeppo di russi e americani. I tennisti a stelle e strisce sono stati i primi ad arrivare e sono una colonia: oltre a Sarkissian, c’è Escobedo, c’è Fratangelo, c’è Novikov (almeno credo), c’è Kozlov, c’è Kudla e c’è Smyczek – che due anni fa sulla Rod Laver arena fece sudare Nadal più del solito, e grazie a un bel gesto di fair play, in patria ottenne un premio intitolato ad un giocatore di baseball dei St Louis Cardinals degli anni Quaranta. “Il trofeo più importante che abbia mai vinto” mi dice, ridendo. Chi non sorride un granché e non dà proprio l’impressione di voler stabilire rapporti di buon vicinato, sono gli atleti dell’est. Da Gabashvili a Donskoy, da Ignatik a Rublev – che parla poco anche col suo coach, Fernando Vicente.

L’eccezione spara servizi sul campo 9. E’ in compagnia di due signori, non ha uno sparring e consuma un cesto di palle spazzolando la T dall’alto del suo metro e 93. Poi si mette comodo e si racconta a monosillabi. “Piacere, Alexander Bublik. In classifica 200 (in realtà 206, ma mica stai a guardare il capello, ndr). Però ho solo 19 anni. Ho vinto quattro futures. Ho fatto i quarti in un paio challenger. Ah, e i quarti anche a Mosca. Sì, sono quello che ha battuto Bautista Agut. E tanti altri, tipo Kravchuk e Vesely. Sì, quella e mia madre. Sì, quello è mio padre. Sì, è il mio coach. No, non è un ex tennista. Sì, sono russo, ma da due settimane sono passato al Kazakistan. Me l’hanno chiesto e io ho accettato, tanto per me non cambia niente. Trasferirmi ad Astana? No, rimango a Mosca. Tanto viviamo a Montecarlo. Golubev? Ci ho giocato insieme solo un torneo. Anzi, una partita. È la seconda volta che vengo a Melbourne. Due anni fa ho giocato tra i junior. Sì, quando ha vinto Safiullin. Ma io ho perso nei quarti contro quel morammazzato greco di Tsitsipas. Non sapevo di Oliver Anderson. Bel talento, l’anno scorso ha vinto il torneo junior e nella borsa aveva solo due racchette. Questo tatuaggio? È un citazione di Eminen, dice Always be a leader, never a follower. Torno ad allenarmi. Ciao”. Eppur si muove.

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di Dario Castaldo

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