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08

gen 17
DIARIO DA MELBOURNE / 3
Sono Benjamin Becker, l’ammazzagrandi
Frank Moser e Benjamin Becker a Melbourne
MELBOURNE – “Nessuno ne parla mai, ma ho messo fine anche alla carriera di Moya”. Benjamin Becker ha appena perso col suo sparring, tal Frank Moser. Un biondone che gioca a torso nudo e non sembra proprio tirato a lucido. Tedesco classe 1976, una carriera nobilitata da tuffo tra i top 300 in singolare e tra i primi 50 in doppio, Frank è il classico mestierante che settimana dopo settimana ha fatto coppia col primo disponibile, da Dodig a Youzhny, da Kubot a Koellerer, da Golubev a Karlovic (assieme al quale ha battuto due volte i Bryan, mica una) e che nel suo peregrinare si è ritrovato anche a far coppia con Sanguinetti, Cobolli, Motti e Uros Vico.

Da un annetto ha altro per la testa, Frank, in singolare è sceso oltre l’800ma piazza e in doppio ha vinto appena 3 delle ultime 16 partite giocate. Così ha preso atto dell’evidenza e ha detto basta senza grossi rimpianti. Si trova a Melbourne solo perché la compagna che sta per dargli una coppia di gemelli è australiana. La temperatura ha superato i 35 gradi, la recinzione del campo 8 è rovente, Moser chiude l’allenamento con un colpetto alla Dustin Brown, esulta con il vicht e viene a darmi il cinque. Del resto sono l’unico testimone oculare di quella che probabilmente è la sua ultima vittoria su un pro. Becker rimette nella borsa la sua racchetta nuova e finalmente si toglie quella maglia nera a maniche lunghe. “Volevo punirmi - mi dice - ho appena perso contro con un quarantenne!”.

Pure lui in quanto a età non scherza: classe 1981, viene da una stagione a mezzo servizio tra infortuni alla spalla e all’anca. Acciacchi permettendo, sarà uno di quelli da battere nelle qualificazioni dell’Australian Open, forte com’è di tre finali ATP, un ottavo Slam e un best ranking al 35mo posto. Tutta esperienza che gli altri si sognano. E poi – come se non bastasse quel cognome ingombrante - c’è una fama che va oltre il palmares. perché Becker è stato l’ultimo avversario di Andre Agassi. Non se lo ricorderebbe nessuno, se non ci fosse stato quel libro, ma Open c’è stato e solo in Italia ha venduto 300 mila copie. Il viso rotondo del Kid di Las Vegas ci aspetta proprio lì, accanto all’ingresso degli spogliatoi, perché Agassi è diventato il testimonial della marca di caffé che si è legata ai quattro Slam. “Due giorni dopo ero bollito sia nel fisico sia nella testa - mi racconta Becker - e Roddick ne approfittò per riempirmi di trash talk, di male parole, dall’inizio alla fine”.

Il caso vuole che tra lo stand della Lavazza e l’ingresso nella struttura ci sia pure un’immagine di Lleyton Hewitt che urla C’mon. Rusty è stata un’altra sua vittima illustre: due anni fa, Becker recuperò due set di svantaggio e lo piegò al quinto, ammutolendo la Rod Laver Arena. Dopo aver messo i sigilli alla carriera di Agassi, si pensava che il tedesco avesse appena chiuso anche quella di Hewitt. Invece l’australiano proseguì a spizzichi e bocconi fino a gennaio 2016 e Becker tirò un sospiro di sollievo: “Dopo anni e anni di domande dei giornalisti su quel match con Agassi, ci mancavano solo altri anni di domande su Hewitt”, mi fa. Poi Benny si ferma, ci pensa su un attimo, ghigna e riprende a raccontare. “Lo sai che nel 2010 a Madrid ero in campo anche nell’ultima partita di Moya?”. Pure! “Sì, ed ero anche in vantaggio 6-0 4-0 e 0-30 sul suo servizio”. Poi? “Credimi, l’ultima cosa che volevo era dargli 6-0 6-0. Per fortuna ha pizzicato la riga sul secondo servizio, altrimenti sarei andato 0-40 e sarebbe finita con un doppio bagel. Invece Moya ha tenuto quel game, così ho vinto solo 6-0 6-2”. Respect. “Hai capito, sì? E adesso invece perdo in allenamento con un ex tennista. Schaise!”.

DIARIO DA MELBOURNE / 1

DIARIO DA MELBOURNE / 2



di Dario Castaldo

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