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07

gen 17
DIARIO DA MELBOURNE / 2
Tanderrum Bridge e la nuova statua di Laver
anteprima Aus Open 2017
MELBOURNE – Al cancello incrocio l’uomo del plexicushion. Si chiama Bruce, ha l’aria di chi ne ha viste di tutti i colori e la pelle di chi passa le giornate sotto il sole 8 mesi all’anno. In inverno Bruce si aggira per Melbourne Park alla guida del suo mezzo John Deere e raccoglie erbacce e materiali di risulta, in primavera sistema lo strato superficiale dei campi laterali (due dei quali – a turno – vengono rifatti interamente dalla base) e con l’inizio dell’estate inizia a spalmare una miscela densa sull’Hi Sense arena, la Margaret court e la Rod Laver. Un po’ perché I campi più televisivi di Melbourne Park devono essere i più freschi e intonsi, un po’ perché fino a Natale i tre stadi coperti vengono trasformati in palazzetti sportivi multifunzionali, in studi televisivi e in arene per concerti.

L’ultimo a cantare nella RLA per la cronaca è stato Keith Urban, il signor Nicole Kidman. In autunno, quando la giostra ha smesso di girare, Bruce va in letargo. “What’s up?” gli chiedo. In genere la risposta è un generico “Not bad”, ma oggi Bruce è di buon umore e in vena di chiacchiere. “Guarda li – mi dice – finalmente l’hanno finito”. Non so chi sia il soggetto in questione. L’oggetto è il Tanderrum Bridge, il nuovo ponte pedonale che ha preso il nome da un’antica cerimonia degli aborigeni che vivevano vicini alla foce dello Yarra e che da oggi collegherà il centro città con Melbourne Park, fornendo alla struttura anche un terzo fondamentale ingresso per il pubblico. Negli ultimi due anni l’inasprimento dei controlli di sicurezza ai cancelli aveva creato code mica male nelle prime ore del mattino. Il fatto che la polizia del Victoria abbia sventato – dice – 11 attacchi che una cellula terroristica stava organizzando per la mattina di Natale, probabilmente si tradurrà in pre filtraggi ancora più severi durante il torneo.

Gli altri due ingressi però sono ancora dei cantieri aperti: quello della Garden Square è tutto un via vai di operai che stanno allestendo i compound delle televisioni, di tecnici tv che sistemano i cavi nonostante gli operai, di dipendenti di Tennis Australia che coordinano gli uni e gli altri e di giornalisti che cercano di ritirare gli accrediti zigzagando tra i primi, i secondi e i terzi. L’ultimo ingresso, quello sull’Olympic Boulevard, in teoria il principale, è chiuso e non dà l’impressione di essere pronto in tempi brevi. In compenso, proprio in cima alla scalinata con la quale si accede alla Rod Laver Arena, la direzione del torneo ha messo mano ad una delle poche pecche evidenti della struttura. Fino a giovedì, infatti, l’unico uomo capace di conquistare due volte i quattro titoli dello Slam era ricordato giusto con uno dei tanti busti realizzati da Barbara McLean e con un’orripilante riproduzione nel quale il Rocket di Rockhampton sembrava alle prese con l’itterizia. Da ieri invece, davanti all’ingresso dello stadio che porta il suo nome, c’ è anche una statua bronzea come si deve, realizzata dall’artista Lis Johnson. “Visto? Hanno finito pure quella”, dico a Bruce. “Yeah, Not bad!”.

DIARIO DA MELBOURNE / 1



di Dario Castaldo

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