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lug 15
OCCHIO DI FALCO, CHE DILEMMA!
75% di chiamate "perdenti" e margine d'errore
occhio di falco
Per 858 volte, i giocatori hanno alzato il ditino verso il cielo. E l'arbitro ha recitato la filastrocca. “Miss/Mister X is challenging the call. The ball was call in/out”. Conosciamo questa frase a memoria, è una specie di esperanto regolamentare. Stiamo parlando di Hawk-Eye, italianizzato con “Occhio di Falco”, il sistema di verifica elettronica delle palle. E' diventato un arredo permanente del tennis, almeno ad alti livelli. E la gente si diverte, ha un elemento di spettacolo in più. Tuttavia, i dati e gli episodi del recente torneo di Wimbledon accendono la discussione. Non arriveremo a dire che Occhio di Falco va abolito (anche se qualcuno l'ha fatto, come vedremo), ma siamo sicuri che vada bene così? Siamo sicuri che ne viene fatto un utilizzo corretto? Come detto, a Wimbledon è stato coinvolto 858 volte, 551 tra gli uomini e 307 tra le donne. Il problema è che soltanto in 229 occasioni i tennisti avevano ragione. Una percentuale intorno al 25% (26,5% tra gli uomini, 27,04% tra le donne) che fa fare una brutta figura ai giocatori e al loro utilizzo “tattico” dello strumento. Perchè, ahinoi, Occhio di Falco viene usato per i motivi più disparati, soprattutto per prendere 15-20 secondi dopo uno scambio faticoso e avere un po' di tempo in più per riprendere fiato. Soprattutto oggi che gli arbitri, in teoria, dovrebbero essere più severi nel far rispettare il tempo tra un punto e l'altro. Ci si allontana sempre di più dallo spirito con cui è stato introdotto. E poi, fatto ancor più inquietante, ha un margine d'errore non così trascurabile: 3,6 millimetri.

UN PO' DI STORIA
L'inventore di Occhio di Falco, guarda un po', si chiama Paul Hawkins. Il concetto non è visivo ma virtuale: basandosi sul principio della triangolazione, il sistema posiziona almeno quattro telecamere (spesso molte di più) ai lati del campo e, basandosi su modelli predefiniti del campo e delle regole, decreta se la palla è fuori o meno. In altre parole, quello che vediamo sullo schermo non è una ripresa ma una proiezione. Dopo tanti test è stato approvato dall'ITF, dopo che il margine d'errore di 3,6 millimetri è stato ritenuto tollerabile. La sua introduzione è stata accelerata dopo l'incredibile match dello Us Open 2004 tra Serena Williams e Jennifer Capriati, in cui ci furono alcune chiamate scandalose ai danni di Serena. Si è avvertito l'obbligo morale di aggiungere la tecnologia a uno sport con tantissimi giudici. Un match di tennis, infatti, può avere fino a nove giudici di linea in aggiunta al giudice di sedia. Un utilizzo di risorse umane, secondo molti, eccessivo. Nel 2006 la novità è sbarcata nel circuito: prima alla Hopman Cup, poi a Miami, infine allo Us Open. Da allora, Occhio di Falco è rapidamente entrato negli usi e costumi del tennis, sia pure con un asterisco: essendo molto costoso, può essere adottato solo nei tornei più importanti e nei campi principali. L'unico evento che lo piazza su ogni campo è Indian Wells, ma lì c'è il multimiliardario Larry Ellison. E non fa testo. E' vero che può crearsi una certa disparità tra i giocatori più forti e tutti gli altri, ma se la tecnologia viene percepita come un lusso, è normale che sia utilizzata dove girano più soldi. Dura da accettare, ma è la legge del business.



LE REGOLE
Nei primi anni, Occhio di Falco è stato utilizzato in modi diversi dalle varie istituzioni (ATP, WTA, ITF). Alcune lo limitavano, altre lo consentivano in forma illimitata. E qualche abuso c'è stato, soprattutto in Coppa Davis. La svolta è arrivata il 19 marzo 2008, quando l'utilizzo è stato uniformato. Da allora, ogni giocatore ha diritto a tre “challenge” sbagliati per set, più uno extra nel tie-break. Nel caso di partite ad oltranza, se ne aggiunge uno ogni 12 game. Se il tennista ha ragione, non perde il “bonus” e in teoria i challenge possono essere illimitati. Ma le statistiche diffuse da Wimbledon sono inquietanti. Nel 75% dei casi, il tennista ha torto. Più che regalare una bella figura ai giudici di linea, ne regalano una pessima a se stessi. E' infatti capitato che il gioco fosse interrotto per i challenge più assurdi. Al recente Wimbledon, per esempio, Ana Ivanovic ha chiesto la verifica di un servizio che era fuori di almeno 70 centimetri. In passato, anche Marat Safin aveva fatto qualcosa del genere. E pensate a Ivo Karlovic: il croato ha chiesto l'intervento del “falco” in 20 occasioni, sbagliando ben 17 volte. Possibile che pensasse sempre di aver ragione? Difficile.



L'altra ragione di perplessità riguarda il margine d'errore. Come detto, lo stesso sistema lo ammette: 3,6 millimetri. Avvicinate pollice e indice: vi rendete conto che non è così trascurabile, specie in uno sport dove spesso è questione di millimetri (e non di centimetri, come diceva l'indimenticato presidente della Roma Dino Viola). In altre parole, anche la macchina sbaglia e può farlo nei punti importanti, magari decisivi. Nei suoi 9 anni di utilizzo, Occhio di Falco è stato visto in modo sostanzialmente acritico, forse perché tanti appassionati non conoscono il margine d'errore, forse perché una macchina – priva di sentimenti – non è condizionata dall'inconscio (non parliamo di simpatie e/o malafede: certi sospetti li lasciamo ad altri sport) e dunque tratta tutti in egual misura. Ma la verità è che può sbagliare. Durante il recente torneo di Wimbledon, per la prima volta, l'argomento è stato sdoganato. Le prime crepe erano arrivate sulla terra rossa, dove Occhio di Falco non viene utilizzato perché fa fede il segno della pallina individuato dall'arbitro. E' capitato più volte che il giudizio dell'arbitro e il verdetto di Occhio di Falco (utilizzato a uso e consumo dei telespettatori) non coincidessero. Significa che uno dei due sbagliava, e non è detto che fosse l'arbitro. A Wimbledon, invece, Occhio di Falco ha giudicato buona una palla clamorosamente fuori, come evidenziato dall'immagine qui sotto. Giudicate voi....




Come se non bastasse, la tecnologia è stata messa in discussione nientemeno che da Roger Federer. Motivo? Quando sopraggiunge l'oscurità, le telecamere faticano a vedere la pallina e diventano ancora meno precise. Per questo motivo, l'apparecchio viene spento. E' accaduto durante il match tra John Isner e Marin Cilic, sospeso per oscurità sul 10-10 al quinto set. Gli ultimi game prima della sospensione si sono giocati senza l'ausilio della tecnologia. Secondo Federer, nel momento in cui Occhio di Falco non è più utilizzabile, il match dovrebbe essere sospeso. “Non sono convinto che sia preciso al 100%, Forse lo è al 99%, quindi non è perfetto – ha detto – però è un bene che ci sia, perché nessuno vuole perdere una partita per una chiamata sbagliata. Ma non capisco perché si continui a giocare in tarda serata, quando non è più disponibile”. Persino un fenomeno come Roger, molto lucido nei pensieri, si è fatto prendere dalla confusione. Da un lato critica Occhio di Falco, dall'altro dice che non se ne può fare a meno. D'altra parte, durante la finale di Wimbledon 2007 contro Rafael Nadal, indispettito per alcuni verdetti a lui sfavorevoli, chiese lo spegnimento della macchina (senza venire accontentato).

Il dibattito è molto acceso. Qualche mese fa, Andy Roddick è arrivato a chiederne l'abolizione. L'ex numero 1 del mondo è convinto che abbia tolto spontaneità al gioco e ridotto l'interazione tra arbitri e giocatori. “Mi sembra che i giocatori abbiano perso molta della loro personalità. Invece le proteste con l'arbitro attirano molto gli spettatori – ha detto l'americano, che ha posto l'accento sulla spettacolarizzazione del tennis – il tennis è divertimento. Prendiamo in giro noi stessi se diciamo che non è così. Ok, non dobbiamo fare come nel wrestling, dove Hulk Hogan entra nel ring con i fiocchi di piume, però...”. La voce dell'americano è rimasta sostanzialmente inascoltata. Anzi, proprio negli Stati Uniti hanno lanciato un'idea rivoluzionaria: tra marzo e maggio si sono giocate le PowerShares Series, un mini-circuito di esibizione con in campo tante vecchie glorie. Novità? L'abolizione de giudici di linea. Con il solo sistema di Occhio di Falco, i giocatori si sono arbitrati da soli, sia pure con la possibilità di “challenge” illimitati, con il giudice di sedia limitato al ruolo di mero contabile. Pare che sia andata abbastanza bene, ma era pur sempre un'esibizione. Insomma, il tennis è a un bivio. Che fare con Occhio di Falco? Che fare con i challenge inutili e pretestuosi? Che fare con il margine d'errore? La soluzione, forse, è più facile di quel che sembra: detto che la tecnologia avanza e non si può fermare (magari nella speranza che il margine d'errore venga ridotto), la presenza di Hawk Eye è sempre auspicabile. Però si potrebbero ridurre a uno per set i challenge a disposizione dei giocatori. In questo modo, penserebbero bene a quando utilizzarlo, scegliendo soltanto la palla in cui hanno davvero un dubbio. Obiezione: “sarebbe un passo indietro”. Vero. Ma anche qui la soluzione sarebbe semplice: dare all'arbitro la possibilità di chiamare Occhio di Falco di propria iniziativa, in forma illimitata, sulle palle dove non è sicuro. Pensate che spettacolo: verrebbero fuori gli arbitri di personalità e quelli più timorosi, senza contare le presumibili litigate con i giocatori (per la gioia di Roddick). “Scusa, perché non fai controllare questa palla?” e amenità simili. Chissà se qualcuno ci ha mai pensato...




di Riccardo Bisti

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Se si vuol pescare nel torbido è proprio facile, eh! Uno legge e dice "quanto sbaglia sto falco". Poi invece il 75% di errore è nelle richieste dei giocatori. Modo discutibile di dare le notizie, direi

di marco b (Mercoledì, 15 Luglio 2015 09:51)

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