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apr 14
RICHARD WILLIAMS: L’INFILTRATO
In uscita un libro con clamorose rivelazioni
La copertina del libro verità di Richard Williams
Ci sono tanti modi per definire Richard Williams. La sua epopea è nata nel 1978. Un giorno accese la TV e vide Virginia Ruzici intascare un assegno di 40.000 dollari per aver vinto un torneo di tennis. “Mica male, questo sport”, pensò. Allora decise che il tennis avrebbe sancito una riscossa sociale nata molti anni prima. La storia di Venus e Serena è nota, così come i loro successi. All’inizio, Richard era considerato un pazzo, un visionario. Le ha fatte crescere sui campi pubblici, è stato il loro unico coach-mentore-preparatore-fotografo fino a quando non ha raggiunto l’obiettivo. La leggenda vuole che le due si allenassero “schivando i proiettili che volavano tra le gang rivali di Compton”. Abbiamo qualche dubbio che sia andata veramente così, ma perchè rovinare una bella storia con la verità? Al contrario, promette di essere un libro-verità l’autobiografia di Williams Sr., in uscita negli Stati Uniti il prossimo 6 maggio e già acquistabile a meno di 20 dollari sui vari store online. Chissà se Richard e il coautore Bart Davis, al momento di scegliere il titolo, hanno pensato a Michael Jackson e a una delle sue canzoni più famose: “Black or White”. In fondo, anche il compianto Jackson aveva un’ossessione per le vicende razziali. Ma niente a che fare con quello che Richard racconta nel suo “Black and White: the way i see it”. Possiamo tradurla più o meno così: “bianchi e neri: ecco come la vedo io”. Un libro che svela il Richard segreto, quello che ha vissuto per 36 anni fino all’illuminazione del 1978. Un uomo la cui esistenza è stata devastata dalla cattiveria del padre, nominato solo con le iniziali, R.D., colpevole di aver abusato della madre e averla lasciata sola con cinque figli da crescere. Un odio cresciuto a causa dell’intolleranza razziale di quegli anni, sublimata dal Ku Klux Klan, con il quale Richard ha avuto a che fare durante l’adolescenza a Shreveport, in Lousiana, prima di trasferirsi a Chicago. Una storia nata con un uccisione e terminata con la vendetta. Il New York Daily News ha pubblicato alcuni stralci del libro. Un racconto crudo, diretto, a volte quasi violento. In perfetto stile Richard, uno che non si nasconde mai. Eccolo.

“Oggi il mondo mi vede come un uomo famoso che ha pieno controllo del suo destino, ma nessuno sa quanto la mia giovinezza mi abbia definito prima come bambino, poi come marito e come padre. Da quando posseggo la coscienza, odio il mio nome perchè non è stato accompagnato dall’amore di mio padre. Mi ricorderà sempre l’uomo che mi ha lasciato da solo e ha abusato di mia madre. Quando ero bambino, ho faticato a capire perchè mio padre mi ripudiasse e non mi volesse. Ancora oggi, queste domande continuano a non avere risposta e mi sento a disagio con gli altri e con me stesso, senza tenere in considerazione il rispetto che ho conquistato. A Shreveport, la mia famiglia e io vivevamo in una baracca con tre stanze, accanto ai binari delle ferrovie. La casa era talmente messa male che un semplice vento avrebbe potuto raderla al suolo. Visto che mio padre non mi ha dato nulla, ho deciso che avrei dato alla mia famiglia tutto quello che avevo. Più avrei lavorato, più avrei aiutato mia mamma e i miei fratelli. In questo modo, mi sentivo orgoglioso di me. I soldi che portavo a casa servivano a malapena a sbarcare il lunario, ma siamo sopravvissuti. Di solito andavo nel bosco e cacciavo le rane per poter mangiare. Sparavo ai conigli e rubavo i polli. Un giorno ho comprato un po’ di carne al mercato e ci ho trovato i vermi. Era inverno e avevamo così tanta fame che non potevo permettermi di buttarla via. L’ho cucinata, vermi compresi. Non era la prima volta che mangiavamo cibo contaminato. Non potevamo buttare via nulla, neanche la carne cattiva.
Quando avevo otto anni, sono rimasto affascinato dall’idea di rubare. Non so perchè: forse l’idea di farla franca dopo aver commesso un crimine, o il fatto che il reato fosse contro i bianchi. Qualunque fosse la ragione, era l’inizio di una carriera prosperosa. A dodici anni, ho creato un giardino nel nostro cortile. C’era talmente tanta roba da riempire una fattoria. Tutto quello che non riuscivo a crescere, lo rubavo ai bianchi: angurie, pesche, fragole, more, pomodoci, noci di ogni tipo. Le noci Pecan erano il mio più grande business durante il periodo natalizio. Avevo 13 anni, e le mie iniziative imprenditoriali erano abbastanza efficaci per spostarci in una casa un po’ migliore, al numero 514 di East Seventy-Seven. Il mio nuovo migliore amico era un ragazzo chiamato “Lil Man” (piccolo uomo, ndr), che gestiva la Cedar Grove Gang. Aveva uno sguardo sempre malizioso e non aveva paura di niente e di nessuno. Di lui si diceva che avesse rubato in pieno giorno. “Ehi, io posso rubare qualsiasi cosa. Una volta ho strisciato sotto il recinto del Vecchio Thomas e ho rubato un maiale. Lo rifarò di nuovo, Richard”. Il Vecchio Thomas era un agricoltore bianco che viveva in periferia. Era un membo del Ku Klux Klan e aveva già ucciso un paio di neri che avevano cercato di imitare Lil Man. L’ultima volta che ho visto Lil Man aveva il cappello all’indietro e sorrideva. Tre giorni dopo, alcuni cacciatori hanno trovato il suo corpo senza vita, appeso a un albero. Gli avevano tagliato entrambe le mani. Pare che Mr. Thomas fosse nel corso di una riunione del Ku Klux Klan quando Lil Man ha provato a rubare un altro dei suoi maiali. Il Klan lo ha catturato e ha deciso di utilizzarlo come esempio. Era un avvertimento per gli altri neri che avevano intenzione di rubare. Non ci fu alcuna indagine formale. Nessuno è mai stato interrogato. Nessuno ha potuto provare chi ha ucciso Lil Man, perchè nessuno ci ha provato. Il Klan ha imperversato per tutto il sud, convinto di poter violare impunemente i neri. Solo una volta si sono avvicinati a me. Ancora oggi, non ricordo il motivo della lotta, del perchè sono arrivato a combattere con tre uomini bianchi in mezzo alla strada, coperti da sangue, sporco e polvere mentre la gente ci guardava. Alzai gli occhi e vidi che tra la folla c’era mio padre. Assisteva alla scena senza muovere un dito per aiutarmi. Diede un’occhiata a quello che succedeva, e appena la folla si è voltata verso di lui in cerca di un altro nero da colpire, come bersaglio per la loro rabbia e il loro odio, è scappato via lasciandomi solo. E’ terribile non essere amato, sapere che tuo padre ti avrebbe lasciato morire piuttosto che alzare un dito per aiutarti. E’ stato un rifiuto così freddo che brucia ancora nella mia memoria: ha fatto qualcosa che i bianchi non avrebbero mai potuto fare. Ha creato un dolore così profondo nella mia anima che non ho mai dimenticato o perdonato. La rabbia era la mia vita. Ho trovato la forza sfidando il Ku Klux Klan per vedere fino a dove sarei arrivato. Prima di lasciare Shreveport per Chicago, ho pensato di restituire un pezzo di quello che era stato dato a me. Stavo per infiltrarmi nel Ku Klux Klan. I miei amici Big Mo e Louis avevano rapporti con la figlia di un agricoltore bianco, di nome Lucy Clavens. Lei era come un cucciolo obbediente, e sapevo che avrebbe detto a Louis dove il padre teneva il suo vestito del Klan. Big Mo lo trovò proprio dove indicato, appeso a un chiodo nella capanna degli attrezzi. La mia preoccupazione era nascondere il colore della mia pelle. La maschera aveva solo dei piccoli buchi per gli occhi, così non mostrava alcun segno della pelle, e l’abito era lungo fino al pavimento. Le mie sorelle avevano acquistato del trucco in farmacia per dipingere di bianco le mie mani in modo credibile. Dopo il tramonto, con la mia bicicletta blu scuro ho pedalato in un quartiere bianco con il vestito del KKK ben piegato dentro la mia giacca. Ho nascosto la la bicicletta tra i cespugli, ho attraversato tre isolati, mi sono infilato in un vicolo, ho indossato la veste e mi sono messo il trucco sulle mani. Ho camminato per due isolati prima di scegliere le mie vittime: un agricoltore e il figlio adolescente, seduti sulla panchina di un parco. Bevevano e fumavano. Entrambi indossavano stivaletti da lavoro, t-shirt e tute. Ho annusato il loro fumo, ho sentito il suono graffiante quando si strofinavano sulle loro facce ruvide. Il mio odio è aumentato, e così il desiderio di restituire tutto quello che era successo a me. Ho sentito la potenza dell’anonimato. Ho preso un bastone, mi sono avvicinato alle loro spalle nel buio, li ho colpiti in testa, hanno gridato e sono caduti per terra. Sono scappato il più veloce possibile. Ho pedalato lentamente lungo la strada fino a uscire dalla zona bianca, poi ho pedalato come se fossi inseguito dal diavolo in persona. Quando sono entrato nel mio giardino, il mio cuore batteva ancora dalla scarica di adrenalina.”

Oggi quell’uomo è considerato un saggio. Può permettersi di osservare le partite da lontano, pipa in bocca e attorniato da gente che gli stringe la mano o giornalisti in cerca di dichiarazioni. 20 anni fa non era così. Pensavano che fosse folle spedire le figlie nel circuito PRO senza passare dai tornei giovanili. Inoltre, lo snobbavano perchè non sapeva nulla di tecnica. Nel libro, Richard dice di aver gestito la famiglia secondo principi come coraggio, fiducia, impegno, fede e amore. “Ma anche una forte etica del lavoro, sin da piccole”. E loro ringraziano. Lo adorano. Nel libro, le stesse Venus e Serena raccontano gli insegnamenti del padre e dicono di sentirsi ancora molto vicine a lui. Lo amano a tal punto da aver rinunciato a promuovere il film sulle loro vite, “Venus and Serena”, uscito nel settembre 2012. Avevano collaborato in fase di produzione, dando libero accesso a casa, spogliatoi, persino ospedale. Ci furono 450 ore di riprese. Ma hanno disertato la “prima” al Toronto Film Festival perchè non hanno gradito il modo in cui è stato etichettato il padre. Troppo presente nelle loro vite, uomo dalla dubbia moralità. Hanno indugiato sulle sue relazioni extra-coniugali e un’etica non troppo rigida. Risultato? Film senza il supporto delle protagoniste. Ancora una volta, Richard ha vinto la sua sfida. Ma la scommessa più grande l’ha vinta tempo fa: non è azzardato dire che sia stato lui a rivoluzionare il tennis femminile. Prima di Venus e Serena, era uno sport di tecnica, dai movimenti lenti e quasi danzati. Monica Seles aveva portato la potenza, ma non un atletismo sfrenato. Due perle nere hanno cambiato tutto e ci hanno condotto fino ad oggi. Il merito è di quel signore che una notte, per vendetta, è andato a bastonare due bianchi.



di Riccardo Bisti

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