Di Amanda Lanari da “SuperTennis Magazine” dell’ottobre 2008
Non capita tutti i giorni di intervistare un personaggio del tennis e ritrovarsi invece a parlare con quattro differenti personalità che, unite, danno vita a Roberto Lombardi, uno dei massimi esperti del nostro sport. Roberto è un eclettico, un “globetrotter” del tennis che in sé racchiude l’anima del giocatore, del tecnico, del giornalista e del matematico. Che un ex giocatore riesca ad essere anche un ottimo insegnante non è una novità. E’ più difficile, invece, trovare chi riesce ad applicare teoremi fisici e matematici ad una racchetta. Lombardi ci è riuscito a meraviglia e, raccontandolo, lo rende semplice, quasi naturale. Ma Roberto possiede il dono di raccontare, di spiegare come la sua vita sia dedicata al tennis quasi per caso… O, se più vi piace, per il Caso che lo ha fatto crescere sullo stesso pianerottolo di un certo Corrado Barazzutti, il suo amico d’infanzia, in un palazzo proprio dietro un circolo di tennis…
- Roberto, comincia a raccontarci la tua vita dall’inizio: dove e quando sei nato, cosa hai fatto da bambino e come sei arrivato su un campo da tennis? “Sono nato ad Alessandria nel 1950 e la mia infanzia è stata abbastanza curiosa, nel senso che io e Corrado Barazzutti eravamo dirimpettai. Si può dire che tutto è cominciato da quel pianerottolo…”
- Vieni da una famiglia di sportivi? Sono stati loro a trasmetterti questa passione? “No, assolutamente. La mia è una famiglia semplice, mio padre faceva il ferroviere e mia madre la casalinga. Ho sempre interpretato lo sport come gioco insieme agli altri ragazzi, agli amici. Trascorrevamo ore e ore a praticare sport, pure l’hockey su strada”.
- Nel tuo gruppo di compagni di gioco c’era anche Corrado? “Si, naturalmente… Proprio con lui un giorno ci siamo imbattuti in una pallina un po’ più piccola rispetto a quella da calcio e abbiamo scoperto che esisteva un circolo e quindi il tennis. Il passo è stato breve: abbiamo fatto un’incursione in questo club che noi affettuosamente chiamavamo “Tubi e Cani”. Tubi perché c’erano i tubi delle tribune dello stadio e cani perché tutte le signore “bene” ci portavano i loro cagnolini a fare i bisogni. Durante l’incursione abbiamo trovato per terra due racchette vecchie e le abbiamo raccolte, assieme a qualche pallina…”
- Dove avete cominciato a fare pratica tennistica? “Nel cortile del nostro palazzo, perché c’era la terra battuta. Abbiamo fatto le righe con il gesso e abbiamo usato una corda come rete… Il campo era molto irregolare e bisognava stare molto concentrati perché c’erano i balconi del piano rialzato. Dovevamo fare attenzione a non picchiarci contro… La nostra passione è cresciuta quando abbiamo seguito in televisione una grande sfida: un match di Coppa Davis tra Italia e Stati Uniti. Era il 1961 e l’Italia giocava la finale interzona contro gli Stati Uniti in Australia. Gli azzurri Sirola, Gardini e Pietrangeli vinsero. Io, però, fui colpito dall’incontro in cui Gardini perse contro Jon Douglas, 60 al quinto per i crampi”.
- Perché ti rimase impressa proprio quella partita? “Perché io volevo assomigliare a Gardini e provavo sempre a giocare come lui. Corrado invece aveva un tennis più pulito… Immagino che il suo modello fosse Pietrangeli. Io giocavo tutto storto… Eravamo gente molto preparata dal punto di vista motorio quindi non sbagliavamo mai”.
- Quando è avvenuto il passaggio dal cortile al circolo? “Un giorno, stufi del cortile di casa, abbiamo approfittato della distrazione dei soci e siamo entrati nel primo campo per giocare… Siccome avevamo visto tutti match tre set su cinque, per noi ogni partita era tre set su cinque... Ci hanno notati e, invece di cacciarci, ci hanno chiesto se volevamo un maestro. Da lì è cominciato tutto”.
- Come si chiamava il vostro primo maestro e cosa vi ha trasmesso ? “Giuseppe Cornara, che era anche il maestro di calcio di Rivera. Dopo un anno o due eravamo già in cima alle classifiche nazionali. Cornara, a posteriori, dal punto di vista tecnico diceva tutte cose sbagliate, ma ci infondeva una tale passione che di quel gruppo di ragazzini il più scarso e diventato una seconda categoria”.
- Col tempo, quindi, sei diventato un tennista professionista. Per quanti anni hai giocato? “Sono stato numero sei d’Italia e comunque nei primi dieci fino a 30 anni. Però dai 20 a 24 anni praticamente non ho giocato, partecipavo ad uno o due tornei alla stagione. Non dico, con questo, che il mio livello sarebbe cambiato, ma semplicemente che in quegli anni i soldi per andare all’estero non c’erano, la Federazione aiutava solo i primi, quelli dietro dovevano arrangiarsi”.
- I tuoi risultati in campo internazionale? “Ho battuto giocatori forti. Taroczy, Mottram che era numero 50 del mondo. Ho battuto tutti i giocatori italiani anche quando erano forti. Ho bei ricordi anche di alcune sconfitte come quella contro Ivan Lendl a Firenze o John McEnroe a Washington”.
- Perché anche queste sconfitte significano qualcosa di particolare? “Quando ho giocato contro Lendl era un ragazzino, aveva 18 anni e il suo diritto era già incredibile. Io diventavo matto e gli giocavo apposta sul dritto per vedere cosa riusciva a inventarsi... Con McEnroe, perché ho rischiato di batterlo, ero un set e un break avanti quando lui era 11 del mondo”.
- Mentre ti dedicavi anima e corpo al tennis, hai trovato anche il modo di studiare… “Sì, certo, anche se a 20 anni ho cominciato a lavorare come allenatore allo Junior di Milano, poi a Perugia, quindi a Bologna, e non ho mai smesso”.
- Un lavoro che ti serviva per arrotondare mentre studiavi all’Università? “ Giusto… Mi sono iscritto a Fisica prima a Roma, però si faceva poco perché erano gli anni delle proteste studentesche. Poi mi sono trasferito a Pavia dove ero praticamente in pari con gli esami. Dall 1972, però, il tennis ha cominciato ad impegnarmi di più e allora io ho dato meno esami. Sono riuscito a laurearmi a 40 anni nel 1990: Matematica a Perugia”.
- Perché proprio in Matematica? “Perché quando andai a vivere a Perugia non c’era Fisica. Mi sono laureato in Matematica con due esami in più rispetto a quelli normali, perché non mi hanno riconosciuto parte di quello che avevo fatto a Fisica”.
- Cosa c’entravano Fisica e Matematica con il tennis? “Perché ho sempre avuto e ho tutt’ora una grande passione per queste materie. Infatti, sono stato uno studente brillantissimo…”
- Ci stai dicendo che volevi fare lo scienziato? “In effetti, credo proprio che avrei avuto la verve per fare il ricercatore. Poi il tennis mi ha regalato una vita completamente diversa e migliore. La matematica e la fisica rimangono comunque il mio grande hobby… Ogni tanto leggo dei saggi scientifici che a molti potrebbero sembrare noiosi. Io invece mi diverto”.
- Secondo te c’è una relazione tra la matematica ed il tennis? Essere un esperto della materia ti ha aiutato a capire meglio il tennis e ti ha permesso di diventare un tecnico? “Sicuramente sì, soprattutto per il tipo di approccio… Il mio atteggiamento da fisico e matematico, applicato al tennis, ha fatto in modo che io mi chiedessi il perché di determinate cose che mi venivano insegnate ma che non avevano nessuna giustificazione in termini scientifici. Allora ho capito che bisognava cominciare a smontarle una per una. Non l’ho fatto io personalmente, mi sono rivolto chi studiava e lavorava in quella direzione. In ogni caso, i miei studi mi hanno dato gli strumenti per capire la dinamica dei colpi, che adesso è un aspetto importante del tennis”.
- Come sei arrivato a lavorare per la Federazione? “Le mie esperienze con la FIT sono state due. La prima volta ero allo Junior di Bologna, dove la Federazione aveva deciso di costituire uno dei centri interregionali e io lo dirigevo. Quando questi centri sono stati chiusi ed è stato aperto Riano, mi sono trasferito lì a fare il direttore “ombra”. Nel senso che dovevo fare, sì, il direttore, ma non doveva saperlo nessuno… perché il direttore, ufficialmente, era Adriano Panatta, che a Riano ci veniva sì e no una volta al mese. La situazione, così, era che io e Riccardo Piatti dovevamo lavorare con 27 giocatori, facendo 4 turni di allenamento al giorno… Riano, in realtà, nonostante qualche problema dovuto agli aspetti organizzativi, perché i giocatori erano troppi, ha fatto andare dieci tennisti fra i primi cento”.
- Poi cosa è successo? Quell’esperienza come si è chiusa? “Dopo due anni, io sono andato dal presidente Galgani e gli ho chiesto o il titolo di direttore o più soldi. Da lì è cominciata la mia ‘discesa’ fino a che, nel 1989, mi hanno mandato ad un satellite in Asia con 11 giocatori, una specie di premio. Poi, alla fine dell’anno mi hanno detto grazie e arrivederci… Mi avevano trovato un posto, secondo loro, da un certo Ballardini a Lodi, dove c’era una sorta di centro alla Bollettieri. Io ovviamente ho ringraziato, ma ho detto che a Lodi ci potevano andare loro. Così mi sono laureato e mi sono messo a fare il giornalista”.
- Come è cominciata questa tua nuova vita? “Ho chiesto a Gianni Clerici e Rino Tommasi e loro mi hanno fatto provare la televisione. Sono andato bene e non ho più smesso. Oltre al fare tv ho cominciato anche a collaborare con diversi quotidiani: Corriere della Sera, Gazzetta dello Sport, anche La Stampa. Adesso scrivo su La Sicilia ed Il Mattino”.
- Poi è arrivata la tua seconda esperienza con la FIT, quella attuale. Come è successo? “Nel 2000 Francesco Ricci Bitti che mi chiese di dare una mano alla Federazione per le mia grande esperienza. Ho iniziato come consulente e poi ho conosciuto il neoPresidente Angelo Binaghi. Mi è subito piaciuto il programma della nuova FIT e ho assunto ruolo che ancora occupo”.
- Dirigi la Scuola Nazionale Maestri. Qual è il cammino che hanno percorso, secondo te, i maestri italiani negli ultimi anni? “Credo che la cosa più importante che abbiamo fatto sia stata mettere i paletti per l’evoluzione del gioco… Cioè, dopo 20 anni in cui, facendo formazione, non si era parlato di tennis contemporaneo ma fatto accademia, adesso finalmente ci siamo riallacciati al presente. Quello che fanno i campioni è stato spiegato a tutto il corpo insegnanti ed considero questo come il maggior successo della mia gestione. Dal punto di vista organizzativo, invece, ci siamo trovati con una situazione deficitaria che piano piano siamo riusciti a risollevare attraverso una comunicazione ed una presenza capillare sul territorio e soprattutto una formazione continua che non finisce dopo il corso ma va avanti grazie gli aggiornamenti. Siamo riusciti così a stabilire un rapporto di fiducia con i vari Maestri, I numeri ci danno ragione: oggi ci sono ben 3.500 maestri aggiornati ed in regola. Tutto questo ovviamente non si è fatto in un giorno, ma in 8 anni”.
- Tornando a parlare del telecronista Lombardi, la tua popolarità è pari a quella di Galeazzi, Clerici o Tommasi? “Credo di sì, anche io vengo fermato per gli autografi e mi fa ovviamente piacere, soprattutto perché io non appaio molto spesso in video… Comunque devo ammettere che la televisione per me è stata molto importante anche come forma di autoanalisi, nel senso che saper comunicare in tv ti aiuta moltissimo anche nel rapporto globale con la gente”.
- Adesso c’è il canale televisivo della FIT “SuperTennis”, di cui sei volto e voce tecnica. Si può dire che “SuperTennis” ti ha permesso di riunire tutte le anime della tua vita professionale? “Certo, perché io alla parte tecnica e giornalistica ho aggiunto anche quella matematica. Infatti, nella rubrica “Colpo da Campione” c’è molta divulgazione ma anche, a monte, un lavoro di tipo matematico. Ad esempio, nell’analisi di ogni singolo colpo, andiamo a valutare gli angoli d’azione dei vari muscoli, le rotazioni coinvolte e la velocità con cui i gesti avvengono. Ovviamente lì c’entra la matematica”.
- Tra i campioni che hai commentato e che commenti, chi ti dà maggiore emozione? “Per la qualità del tennis Federer. Ha dei colpi incredibilmente puliti, che fa senza nessuno sforzo apparente. Invece per la capacità di dare tutto se stesso in una partita, Nadal”.
- Tra i tuoi ex allievi tennisti chi ti ha dato maggiori emozioni e soddisfazioni? “Avrei una lista lunga, ma se devo dire un nome solo dico Paolo Canè”.
- Che cosa spinge ad insegnare uno sport che si è praticato con passione? La stessa passione? “Certo, la passione innanzitutto. Ma forse anche la frustrazione. La passione fa sì che tu non voglia mai abbandonare il tennis, la frustrazione invece fa sì che, a qualunque punto tu sia arrivato, vorresti attraverso i tuoi allievi arrivare più in là…” - Oggi a che età è giusto cominciare a giocare a tennis? “Tre anni, direi. E bisogna iniziare coinvolgendo anche i genitori. I bambini a tre anni devono avere un contesto tennistico divertente con palline di gomma piuma e racchette di bachelite, che sono leggerissime. Poi, appena ha un fisico che può sopportare determinati sforzi lo lasci andare a giocare sul serio. Ci sono stati studi in Canada dove si è visto che prendendo un gruppo di ragazzini e facendogli fare da piccoli un anno di sport, quelli che avevano cominciato prima restavano “fedeli” al primo sport ed era più facile che diventassero bravi in quello sport. Questo ovviamente funziona anche per il tennis. Tutti i più forti tennisti hanno cominciato molto presto”.
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